Stanley Kubrick ha davvero girato l'allunaggio? Dalle teorie su Shining alle prove scientifiche: tutto smontato, con ironia.
Puntuale come le rondini. Come il caffè alle otto. Come il parente scomodo a Natale. Ogni volta che l'umanità si prepara a tornare sulla Luna, rispuntano loro. I teorici del complotto lunare. Con le stesse prove. Con la stessa moquette. Con lo stesso maglioncino.
[di Massimo Righetti]
È una regola non scritta dell'universo. Mentre la NASA va a farsi una scampagnata sul lato oscuro della Luna con Artemis, dai meandri di internet è riemersa, fresca e riposata, la narrazione più tenace della storia contemporanea: l'Apollo 11 era falso. La Luna era un set. E a dirigere tutto c'era Stanley Kubrick.
Partiamo dall'inizio. Luglio 1969. Circa 600 milioni di persone incollate agli schermi televisivi di mezzo mondo guardano Neil Armstrong compiere il suo "piccolo passo". Quattrocentomila ingegneri, scienziati, tecnici, sarti di tute spaziali e contabili della NASA hanno lavorato per anni a questo momento. Il razzo Saturn V ha funzionato. Il Modulo Lunare ha atterrato. Gli astronauti sono vivi.
E il regista giusto, nel 1968, aveva appena fatto uscire 2001: Odissea nello spazio. Il sillogismo è perfetto nella sua bellezza: Kubrick sa fare lo spazio finto in modo realistico. Lo spazio vero è difficile. Dunque: Kubrick ha fatto lo spazio vero. La NASA lo contatta in segreto. Lo assume. Gli affida il set più grande della storia dell'umanità. Lui accetta. Naturalmente.
Peccato che la Luna di 2001 fosse completamente sbagliata. Montagne frastagliate. Drammatiche. Belle come un poster, false come una promessa. La vera Luna ha il profilo smussato e stanco di chi è stato bombardato per miliardi di anni. Ma questi sono dettagli. E i dettagli non fermano mai la corsa di una buona cospirazione.
Andiamo al cuore pulsante della questione. Andiamo a Shining.
Kubrick era un artista E gli artisti non sono tipi da portare in silenzio un segreto così grande. E prima o poi confessano, Così nel 1980, trasforma l'Overlook Hotel in un gigantesco biglietto di scuse per l'umanità intera. Bisognava solo saperlo leggere. Fortunatamente, i teorici del complotto lo sanno sempre leggere.
La seconda prova? La moquette arancione e marrone su cui Danny gioca, scelta dal designer David Hicks per amplificare l'angoscia visiva dei corridoi, presenta motivi esagonali. Gli esagoni, sovrapposti a fotografie aeree del Kennedy Space Center, ricordano vagamente il Pad 39A da cui partì il Saturn V. Per i complottisti è un messaggio in codice. Kubrick stava disegnando planimetrie aerospaziali nei pavimenti di un hotel stregato. Di notte. A favore di telecamera. Per i posteri.
Terza prova: la stanza 237. Nel romanzo di Stephen King era la 217. Kubrick cambia il numero. Perché? Perché 237.000 sono le miglia che separano la Terra dalla Luna. Ergo: la stanza 237 è la Luna. La realtà è più banale e più comica: la direzione del Timberline Lodge, l'albergo reale usato per le riprese esterne, scrisse alla produzione chiedendo di non usare il numero 217, che esisteva davvero, per non spaventare i futuri clienti. Kubrick scelse 237 perché quella stanza non esisteva. Nessuna Luna. Nessun codice. Un problema di prenotazioni alberghiere risolto nel giro di una telefonata.
Quarta e più sublime prova: la macchina da scrivere. Jack Torrance usa una Adler Universal 39. I tasti meccanici rendono difficile distinguere la "l" minuscola dall'"1". Quindi "All work and no play makes Jack a dull boy" va letto come "A11 work and no play". Apollo 11. Il tormento del bugiardo cosmico esplodeva in centinaia di pagine di confessione dattiloscritta. Bisogna ammettere che come teoria è quasi più bella del film. Peccato che Stephen King, notoriamente poco entusiasta dell'adattamento kubrickiano, abbia liquidato l'intera faccenda “un’assurdità". Vivian Kubrick, figlia del regista, ha definito la teoria "ridicola e grottesca". Ma si sa: le smentite dei diretti interessati sono sempre la prova più schiacciante della cospirazione.
Eppure, tutto questo edificio ermeneutico viene smontato dalla fisica con la stessa grazia con cui si schiaccia una zanzara.
La tecnica della proiezione frontale funziona così: una diapositiva gigante proiettata su uno schermo riflettente fa da sfondo, mentre gli attori recitano davanti. Kubrick la usò magistralmente in 2001 per i paesaggi africani. Il problema è che funziona solo con una luce di set controllata, diffusa, gentile. I filmati Apollo mostrano il Sole. Nudo. Ombre nette, come tagli di rasoio. Per ricrearle in studio, il set lunare avrebbe preso fuoco in tre secondi. E poi c'è la questione del movimento: la proiezione frontale richiede una telecamera rigorosamente fissa. appena si sposta, lo sfondo tradisce la sua piattezza e l'illusione collassa. Le telecamere Apollo erano montate sui rover in corsa o brandite a mano in piena corsa lunare. Kubrick avrebbe dovuto girare l'intera missione su un cavalletto. Con il Sole che gli bruciava lo schermo e forse anche gli attori. Ma il dettaglio definitivo, la pietra tombale sulla teoria del set cinematografico, è la polvere.
La polvere lunare sollevata dagli stivali e dalle ruote dei rover descrive parabole perfette e ricade a terra senza sospensione, senza nuvole, senza indecisione. Perché sulla Luna non c'è aria. Ricreare quell'effetto in uno studio terrestre avrebbe richiesto una camera a vuoto grande quanto uno stadio di calcio, un'opera ingegneristica più complessa del Saturn V stesso. Kubrick avrebbe dovuto costruire segretamente, in Inghilterra, la più grande struttura a vuoto mai realizzata dall'uomo. Di notte. Smontandola all'alba senza che nessuno lo sapesse. Tra una ripresa di Shining e l'altra.
Ma le prove più potenti non dipendono da nessun archivio governativo. I retroreflettori laser, dispiegati manualmente dagli astronauti, rispondono ancora oggi, chiunque abbia l'attrezzatura può puntare un raggio verso le coordinate dei siti di allunaggio e ricevere il segnale. Non da Houston. Dalla Luna. Il satellite LRO, lanciato nel 2009 e del tutto ignaro di Kubrick, ha fotografato i siti di atterraggio con ottiche moderne. Si vedono i moduli lunari abbandonati, i rover, e le orme degli astronauti conservate intatte nel vuoto, senza vento, senza pioggia, senza nessuno che le abbia calpestate da cinquant'anni in qua.
Per credere alla teoria, infine, bisogna credere che 400.000 lavoratori abbiano mantenuto il segreto per oltre cinquantacinque anni. Nessuno ubriaco in un bar. Nessun tecnico delle luci che vende la storia ai tabloid. Nessun ingegnere sul letto di morte che confessa. La NASA, quell'apparato governativo americano famoso per la sua impermeabilità alle fughe di notizie, avrebbe orchestrato il più grande silenzio omertoso della storia dell'umanità. Con mezzo milione di persone. Ognuna convinta, per decenni, che nessun'altra parlasse. Ma si, direte voi, all’epoca non c’era Instagram o Tik Tok quindi è possibile.
Ad ogni modo tutto ritorna. Il maglioncino. La moquette esagonale. Il dubbio.
E mi chiedo, quanto tempo ci vorrà?
Quanto tempo passerà prima che la macchina dello scetticismo si rimetta in moto? Perché già oggi, mentre la NASA prepara Artemis II e poi Artemis III, il primo ritorno fisico sul suolo lunare dopo mezzo secolo, i social network pullulano di clip generate da IA con finti dietro le quinte di Kubrick in studi londinesi con astronauti dell'Apollo appesi a cavi da teatro di posa.
Ma non avremo più Stanley Kubrick a cui addossare la colpa d'autore. Oggi abbiamo le macchine che pensano. Reti neurali capaci di generare mondi perfetti e allucinare verità. Chi sarà, questa volta, il genio occulto a dirigere la finta Artemis? Quale algoritmo, quale codice sfuggito al controllo verrà incoronato nuovo regista del cosmo fittizio? Forse non cercheremo indizi in un film horror degli anni Ottanta, ma nelle imperfezioni di un pixel, in una mano generata con sei dita, in un'ombra calcolata male da un server.
Torneremo con Artemis. Con telecamere magnifiche. Con prove inconfutabili. E qualcuno, da qualche parte, starà già cercando il nome del regista.
La Luna, a quel punto, alzerà gli occhi al cielo. Peccato non averne.
Fine della storia. Di nuovo.
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