IL GRANDE REGISTA Ovvero: come Stanley Kubrick diresse la Luna (secondo chi non ci è mai andato)

Stanley Kubrick ha davvero girato l'allunaggio? Dalle teorie su Shining alle prove scientifiche: tutto smontato, con ironia.

Puntuale come le rondini. Come il caffè alle otto. Come il parente scomodo a Natale. Ogni volta che l'umanità si prepara a tornare sulla Luna, rispuntano loro. I teorici del complotto lunare. Con le stesse prove. Con la stessa moquette. Con lo stesso maglioncino.

[di Massimo Righetti]

ARTEMIS - in viaggio verso la luna

È una regola non scritta dell'universo. Mentre la NASA va a farsi una scampagnata sul lato oscuro della Luna con Artemis, dai meandri di internet è riemersa, fresca e riposata, la narrazione più tenace della storia contemporanea: l'Apollo 11 era falso. La Luna era un set. E a dirigere tutto c'era Stanley Kubrick.

Partiamo dall'inizio. Luglio 1969. Circa 600 milioni di persone incollate agli schermi televisivi di mezzo mondo guardano Neil Armstrong compiere il suo "piccolo passo". Quattrocentomila ingegneri, scienziati, tecnici, sarti di tute spaziali e contabili della NASA hanno lavorato per anni a questo momento. Il razzo Saturn V ha funzionato. Il Modulo Lunare ha atterrato. Gli astronauti sono vivi.

apollo 11 sbarco sulla luna
Eppure, sette anni dopo, un signore di nome Bill Kaysing pubblica un libretto dal titolo sobrio e misurato: We Never Went to the Moon: America's Thirty Billion Dollar Swindle. Bill Kaysing era un laureato in Lettere Inglesi che aveva scritto manuali tecnici per un'azienda di motori, lasciandola nel 1963, sei anni prima dell'Apollo 11. Armato di questa straordinaria expertise, calcolò con precisione chirurgica che le probabilità di successo della missione erano dello 0,0017%. Da questa stima, inventata, come si inventa il tempo al bar, dedusse con la logica implacabile dei grandi pensatori che era evidentemente più semplice fingere. Economicamente più conveniente. Più fattibile. Bastava trovare il regista giusto.

E il regista giusto, nel 1968, aveva appena fatto uscire 2001: Odissea nello spazio. Il sillogismo è perfetto nella sua bellezza: Kubrick sa fare lo spazio finto in modo realistico. Lo spazio vero è difficile. Dunque: Kubrick ha fatto lo spazio vero. La NASA lo contatta in segreto. Lo assume. Gli affida il set più grande della storia dell'umanità. Lui accetta. Naturalmente.

Peccato che la Luna di 2001 fosse completamente sbagliata. Montagne frastagliate. Drammatiche. Belle come un poster, false come una promessa. La vera Luna ha il profilo smussato e stanco di chi è stato bombardato per miliardi di anni. Ma questi sono dettagli. E i dettagli non fermano mai la corsa di una buona cospirazione.

Andiamo al cuore pulsante della questione. Andiamo a Shining.

Kubrick  era un artista  E gli artisti non sono  tipi da portare in silenzio un segreto così grande. E prima o poi confessano, Così nel 1980, trasforma l'Overlook Hotel in un gigantesco biglietto di scuse per l'umanità intera. Bisognava solo saperlo leggere. Fortunatamente, i teorici del complotto lo sanno sempre leggere.

shining scena del film
La prima prova? Il maglione. Il piccolo Danny gira per i corridoi indossando un pullover azzurro con su scritto "Apollo 11". Per lo storico del costume, è normale merchandising anni Settanta quanto oggi le felpe dei supereroi Marvel. Per il teorico del complotto, è la firma autografa di Kubrick sull'inganno del secolo. Kubrick, il regista più ermetico e criptico della storia del cinema, avrebbe deciso di confessare il più grande falso geopolitico del Novecento vestendo un bambino di sette anni con una scritta a caratteri cubitali. La sottigliezza, evidentemente, aveva i suoi giorni no.

La seconda prova? La moquette arancione e marrone su cui Danny gioca, scelta dal designer David Hicks per amplificare l'angoscia visiva dei corridoi, presenta motivi esagonali. Gli esagoni, sovrapposti a fotografie aeree del Kennedy Space Center, ricordano vagamente il Pad 39A da cui partì il Saturn V. Per i complottisti è un messaggio in codice. Kubrick stava disegnando planimetrie aerospaziali nei pavimenti di un hotel stregato. Di notte. A favore di telecamera. Per i posteri.

Terza prova: la stanza 237. Nel romanzo di Stephen King era la 217. Kubrick cambia il numero. Perché? Perché 237.000 sono le miglia che separano la Terra dalla Luna. Ergo: la stanza 237 è la Luna. La realtà è più banale e più comica: la direzione del Timberline Lodge, l'albergo reale usato per le riprese esterne, scrisse alla produzione chiedendo di non usare il numero 217, che esisteva davvero, per non spaventare i futuri clienti. Kubrick scelse 237 perché quella stanza non esisteva. Nessuna Luna. Nessun codice. Un problema di prenotazioni alberghiere risolto nel giro di una telefonata.

Quarta e più sublime prova: la macchina da scrivere. Jack Torrance usa una Adler Universal 39. I tasti meccanici rendono difficile distinguere la "l" minuscola dall'"1". Quindi "All work and no play makes Jack a dull boy" va letto come "A11 work and no play". Apollo 11. Il tormento del bugiardo cosmico esplodeva in centinaia di pagine di confessione dattiloscritta. Bisogna ammettere che come teoria è quasi più bella del film. Peccato che Stephen King, notoriamente poco entusiasta dell'adattamento kubrickiano, abbia liquidato l'intera faccenda “un’assurdità". Vivian Kubrick, figlia del regista, ha definito la teoria "ridicola e grottesca". Ma si sa: le smentite dei diretti interessati sono sempre la prova più schiacciante della cospirazione.

Eppure, tutto questo edificio ermeneutico viene smontato dalla fisica con la stessa grazia con cui si schiaccia una zanzara.

La tecnica della proiezione frontale funziona così: una diapositiva gigante proiettata su uno schermo riflettente fa da sfondo, mentre gli attori recitano davanti. Kubrick la usò magistralmente in 2001 per i paesaggi africani. Il problema è che funziona solo con una luce di set controllata, diffusa, gentile.  I filmati Apollo mostrano il Sole. Nudo. Ombre nette, come tagli di rasoio. Per ricrearle in studio, il set lunare avrebbe preso fuoco in tre secondi. E poi c'è la questione del movimento: la proiezione frontale richiede una telecamera rigorosamente fissa. appena si sposta, lo sfondo tradisce la sua piattezza e l'illusione collassa. Le telecamere Apollo erano montate sui rover in corsa o brandite a mano in piena corsa lunare. Kubrick avrebbe dovuto girare l'intera missione su un cavalletto. Con il Sole che gli bruciava lo schermo e forse anche gli attori. Ma il dettaglio definitivo, la pietra tombale sulla teoria del set cinematografico, è la polvere.

La polvere lunare sollevata dagli stivali e dalle ruote dei rover descrive parabole perfette e ricade a terra senza sospensione, senza nuvole, senza indecisione. Perché sulla Luna non c'è aria. Ricreare quell'effetto in uno studio terrestre avrebbe richiesto una camera a vuoto grande quanto uno stadio di calcio, un'opera ingegneristica più complessa del Saturn V stesso. Kubrick avrebbe dovuto costruire segretamente, in Inghilterra, la più grande struttura a vuoto mai realizzata dall'uomo. Di notte. Smontandola all'alba senza che nessuno lo sapesse. Tra una ripresa di Shining e l'altra.

Ma le prove più potenti non dipendono da nessun archivio governativo. I retroreflettori laser, dispiegati manualmente dagli astronauti, rispondono ancora oggi, chiunque abbia l'attrezzatura può puntare un raggio verso le coordinate dei siti di allunaggio e ricevere il segnale. Non da Houston. Dalla Luna. Il satellite LRO, lanciato nel 2009 e del tutto ignaro di Kubrick, ha fotografato i siti di atterraggio con ottiche moderne. Si vedono i moduli lunari abbandonati, i rover, e le orme degli astronauti conservate intatte nel vuoto, senza vento, senza pioggia, senza nessuno che le abbia calpestate da cinquant'anni in qua.

Artemis II
E poi c'è il dettaglio che i complottisti amano ignorare più di ogni altro: i sovietici. L'Unione Sovietica, nel 1969, aveva satelliti spia, stazioni di ascolto sparse per il mondo, una rete di intelligence costruita per smascherare esattamente questo tipo di inganno. Se il segnale radio dell'Apollo fosse partito da una collina del Nevada invece che dalla Luna, i tecnici di Mosca lo avrebbero rilevato in pochi minuti e annunciato al mondo con incommensurabile giubilo propagandistico. Invece il politburo sovietico, che aveva ogni ragione politica, ideologica e psicologica per urlare al falso, si congratulò con gli americani. In silenzio amaro. Naturalmente, i teorici più avanzati hanno già una risposta anche a questo: i russi sanno. Sanno tutto. Ma tacciono. Perché ammettere di aver perso la Corsa allo Spazio contro un set cinematografico londinese sarebbe, evidentemente, ancora più umiliante. A questo punto la teoria si morde la coda con una soddisfazione quasi filosofica: qualunque cosa accada, i russi smentiscono, i russi tacciono, i diretti interessati negano, è sempre e comunque la prova definitiva del complotto. Un sistema impermeabile alla realtà. Un capolavoro.

Per credere alla teoria, infine, bisogna credere che 400.000 lavoratori abbiano mantenuto il segreto per oltre cinquantacinque anni. Nessuno ubriaco in un bar. Nessun tecnico delle luci che vende la storia ai tabloid. Nessun ingegnere sul letto di morte che confessa. La NASA, quell'apparato governativo americano famoso per la sua impermeabilità alle fughe di notizie, avrebbe orchestrato il più grande silenzio omertoso della storia dell'umanità. Con mezzo milione di persone. Ognuna convinta, per decenni, che nessun'altra parlasse. Ma si, direte voi, all’epoca non c’era Instagram o Tik Tok quindi è possibile.

Ad ogni modo tutto ritorna. Il maglioncino. La moquette esagonale. Il dubbio.

E mi chiedo, quanto tempo ci vorrà?

Quanto tempo passerà prima che la macchina dello scetticismo si rimetta in moto? Perché già oggi, mentre la NASA prepara Artemis II e poi Artemis III, il primo ritorno fisico sul suolo lunare dopo mezzo secolo, i social network pullulano di clip generate da IA con finti dietro le quinte di Kubrick in studi londinesi con astronauti dell'Apollo appesi a cavi da teatro di posa.

Ma non avremo più Stanley Kubrick a cui addossare la colpa d'autore. Oggi abbiamo le macchine che pensano. Reti neurali capaci di generare mondi perfetti e allucinare verità. Chi sarà, questa volta, il genio occulto a dirigere la finta Artemis? Quale algoritmo, quale codice sfuggito al controllo verrà incoronato nuovo regista del cosmo fittizio? Forse non cercheremo indizi in un film horror degli anni Ottanta, ma nelle imperfezioni di un pixel, in una mano generata con sei dita, in un'ombra calcolata male da un server.

La Luna ci aspetta. Con la flemma millenaria di chi ha visto passare dinosauri, glaciazioni e influencer, e ha resistito a tutto. Se potesse parlare, probabilmente non lo farebbe, ha capito da tempo che con noi è inutile. Noi non torniamo sulla Luna per esplorarla. Torniamo per litigarci sopra.

Torneremo con Artemis. Con telecamere magnifiche. Con prove inconfutabili. E qualcuno, da qualche parte, starà già cercando il nome del regista.

La Luna, a quel punto, alzerà gli occhi al cielo. Peccato non averne.

Fine della storia. Di nuovo.

LEGGI ANCHE: Il sogno interrotto di Stanley: Eyes Wide Shut e la vertigine del non finito

---

LuciSullaScenaMagazine è anche su Whatsapp

È sufficiente cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornati.

COMMENTS

Loaded All Posts Not found any posts VIEW ALL Readmore Reply Cancel reply Delete By Home PAGES POSTS View All RECOMMENDED FOR YOU LABEL ARCHIVE SEARCH ALL POSTS Not found any post match with your request Back Home Sunday Monday Tuesday Wednesday Thursday Friday Saturday Sun Mon Tue Wed Thu Fri Sat January February March April May June July August September October November December Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec just now 1 minute ago $$1$$ minutes ago 1 hour ago $$1$$ hours ago Yesterday $$1$$ days ago $$1$$ weeks ago more than 5 weeks ago Followers Follow THIS PREMIUM CONTENT IS LOCKED STEP 1: Share to a social network STEP 2: Click the link on your social network Copy All Code Select All Code All codes were copied to your clipboard Can not copy the codes / texts, please press [CTRL]+[C] (or CMD+C with Mac) to copy Table of Content