Eyes Wide Shut è davvero il film che voleva Kubrick? Da Keitel licenziato ai 24 minuti fantasma: viaggio ironico tra i miti dell'ultimo capolavoro.
Tra minuti fantasma, porte sbattute e attori svaniti nel nulla: viaggio nelle leggende dell'ultimo valzer di Kubrick.
[di Massimo Righetti]
Una frase.
Tutto inizia sempre con una frase. Buttata lì, su IndieWire, come un sasso in uno stagno che credevi immobile da venticinque anni. L'ha detta Todd Field, che in quel film suonava il piano bendato e che oggi è un regista che conta. Ha detto una cosa semplice, disarmante: quello che abbiamo visto al cinema, quello che abbiamo studiato, amato, odiato, non è il film finito. "Eyes Wide Shut è primo taglio". Una bozza. Stanley Kubrick è morto sei giorni dopo. Sei giorni dopo aver mostrato quella versione a Tom Cruise, Nicole Kidman e ai capi della Warner Bros.. Sei giorni. Un battito di ciglia, per uno che impiegava anni a scegliere il colore di una sciarpa.
Ho letto quella dichiarazione e ho sentito un formicolio. Il bisogno fisico di andare a vedere cosa si nasconde dietro il sipario di velluto rosso. Perché, se il film non era finito, allora tutto è possibile. Allora tutto diventa possibile. E così mi sono tuffato nel mare magnum del web, a caccia di spettri, leggende, verità nascoste.
C'è un numero.
Un numero che ritorna, ossessivo: ventiquattro. Ventiquattro minuti.
La realtà, purtroppo, ha il passo pesante della burocrazia. E la noia mortale della tecnica. Quei minuti "mancanti" non sono mai esistiti. Sono figli di un equivoco, un errore di calcolo tra la velocità della pellicola al cinema e quella dei vecchi televisori europei, quel maledetto "PAL" che accelera tutto e si mangia il tempo. Jan Harlan, il cognato e produttore, lo ha ripetuto fino allo sfinimento: "Non è stato tolto un solo fotogramma". Ma noi preferiamo il complotto. Preferiamo credere che Kubrick volesse svelarci il mondo, e che il mondo lo abbia zittito.
E poi ci sono i fantasmi. Gli attori che c'erano e poi, puf, spariti. Harvey Keitel, per esempio. Doveva essere lui Victor Ziegler, il miliardario che tira i fili nell'ombra. Invece vediamo Sydney Pollack. Perché? La voce di corridoio, quella cattiva e volgare che girava nei bassifondi di Hollywood, parlava di un incidente "sgradevole" sui capelli di Nicole Kidman. Follia pura. La verità è molto più kubrickiana, e per questo più spaventosa. Pare che Harvey Keitel se ne sia andato sbattendo la porta, letteralmente, dopo che Stanley gli aveva fatto ripetere l'azione di attraversare una soglia per sessantotto volte.
Sessantotto.
"Sei fottutamente pazzo", avrebbe urlato Keitel. E poi via. Sparito. A Kubrick non interessava la recitazione, interessava l'esaurimento nervoso. Quello che porta alla verità. Pollack prese il suo posto, con quella sua aria da burocrate del male, perfetta. Gelida.
C'è chi dice, come lo sceneggiatore Roger Avary, che manchi una voce narrante, che il film sia stato "incollato" alla bell'e meglio dai dirigenti dello studio terrorizzati da quel materiale incandescente. Dicono che manchi l'audio, che manchino i ritocchi, che manchi l'anima. Eppure, c'è un'ironia sottile in tutto questo. L'unica vera censura, l'unica accertata, è stata l'aggiunta digitale di alcune figure incappucciate per coprire le nudità nell'orgia, per non scandalizzare troppo gli americani puritani. E la rimozione di un canto indù dalla colonna sonora, perché qualcuno si era offeso. Bazzecole.
La verità è che Eyes Wide Shut è un'opera interrotta, sì. Come la vita di chi l'ha creata.
Todd Field ha ragione: se Kubrick avesse avuto altri tre mesi, avrebbe limato, tagliato, accorciato, cambiato il ritmo del respiro del film. Lo aveva fatto con 2001-Odissea nello spazio, lo aveva fatto con Shining. Non smetteva mai. Ma forse, questa incompiutezza è il finale perfetto. Il film rimane lì, sospeso, un sogno a occhi aperti da cui nessuno ci sveglierà mai del tutto. Un valzer che continua a suonare in una stanza vuota. Perfetto.
Esattamente così: perfetto proprio perché manca l'ultima nota.
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