Oscar 2026: la notte in cui Timothée piange (metaforicamente) e Paul Thomas Anderson finalmente respira
Dalla disfatta di Marty Supreme al trionfo di One Battle After Another: tutto quello che è successo alla 98ªnotte degli Oscar, tra storia e polemiche.
Alla 98ª cerimonia degli Academy Awards, Hollywood ha scritto nuova storia — e qualcuno ha lasciato il Dolby Theatre con le mani in tasca.
[di Alex M. Salgado]
Immagina di essere nominato nove volte in una sola serata. Nove chances di salire su quel palco, tenere in mano la statuetta dorata, ringraziare la mamma, il regista, il cane. Ora immagina di non vincerne nemmeno una. Benvenuto nella serata di Timothée Chalamet agli Oscar 2026, un déjà vu crudele che sa di scherzo cosmico, considerando che lo stesso copione si era già ripetuto l'anno scorso con A Complete Unknown.
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La 98ª cerimonia degli Academy Awards, andata in onda domenica 15 marzo al Dolby Theatre di Los Angeles, è stata una di quelle notti in cui il cinema, la politica e lo spettacolo si fondono in un unico, caotico e splendido circo. Conan O'Brien ha condotto per il secondo anno consecutivo con la grazia di chi sa che il mondo brucia ma almeno può fare una battuta su Donald Trump senza dirne il nome, una forma d'arte a sé stante, a quanto pare.
Se dovessi riassumere la serata in una sola immagine, pensa a un gigante che cade e a dieci nuovi re che si incoronano per la prima volta. Una Battaglia dopo l'Altra di Paul Thomas Anderson ha dominato con sei premi, tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura Non Originale, mentre Sinners di Ryan Coogler ne portava a casa quattro. Due film, una sola casa di produzione (Warner Bros.), una serata da incorniciare.
Il trionfo tardivo di Paul Thomas Anderson
C'è qualcosa di profondamente cinematografico nel fatto che Paul Thomas Anderson, l'uomo dietro Magnolia, Il Filo Nascosto e Il Petroliere, abbia dovuto aspettare 30 anni e undici nomination prima di vincere il suo primo Oscar. «Mi avete fatto sudare per uno di questi», ha detto sul palco con quella sua aria tra il beffardo e il commosso. Poi ne ha vinti altri due nella stessa serata.
Una Battaglia Dopo l'Altra, con i suoi temi sull'attivismo e il nativismo sapientemente celati sotto strati di ironia e commedia, ha dominato la stagione dei premi fin dalla sua uscita a settembre. Producers Guild, Directors Guild, BAFTA, Golden Globe: ogni tappa era una conferma. Eppure vederlo trionfare agli Oscar ha avuto il sapore di qualcosa di più grande, la riparazione di un torto lungo tre decenni.
A completare il dominio del film nella categoria recitazione c'è Sean Penn, premiato come Miglior Attore Non Protagonista per il ruolo del viscido nazionalista bianco Steven J. Lockjaw. Una vittoria che vale doppio: è il suo terzo Oscar come attore, record assoluto condiviso con pochissimi nella storia dell'Academy. Penn non era presente alla cerimonia, il che ha permesso agli organizzatori di recuperare qualche minuto prezioso durante una serata già oltre le tre ore e quaranta, ma la statuetta è andata comunque a casa sua, terza della collezione.
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Sinners e la storia scritta con la luce
Michael B. Jordan ha vinto il suo primo Oscar come Miglior Attore protagonista, citando i giganti che lo hanno preceduto, Sidney Poitier, Denzel Washington, Jamie Foxx, con una compostezza che nascondeva male l'emozione. Ryan Coogler, dal canto suo, ha portato a casa la Miglior Sceneggiatura Originale con la stessa energia nervosa di chi non ci crede ancora del tutto.
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La disfatta di Marty Supreme (e non solo)
Torniamo al povero Chalamet. Marty Supreme, il film di Josh Safdie sul ping pong aveva incassato oltre 179 milioni di dollari nel mondo, un 93% su Rotten Tomatoes e nove nomination agli Oscar. Il risultato? Zero premi. Zero assoluto. Una delle peggiori serate nella storia dell'Academy, paragonabile ai naufraghi illustri come Gangs of New York e The Irishman.
Non era solo lui a fare compagnia alla sconfitta: Bugonia di Yorgos Lanthimos con Emma Stone, Train Dreams di Netflix e The Secret Agent, doppio vincitore a Cannes, sono tornati a casa con le mani vuote. Una notte di purgatorio collettivo per chi aveva puntato sulle outsider.
I momenti che non dimenticherai
La cerimonia ha regalato almeno tre scene da antologia. La prima: Kumail Nanjiani che apre la busta per il Miglior Cortometraggio Live Action e, con aplomb degno di un chirurgo in sala operatoria, annuncia il pareggio, The Singers e Two People Exchanging Saliva entrambi vincitori. «Non sto scherzando. È davvero un pareggio. Quindi tutti calmi. Ce la facciamo. Concentratevi.» È la settima volta in tutta la storia degli Oscar che accade una cosa simile.
La terza: Anna Wintour che sale sul palco accanto ad Anne Hathaway per premiare il Miglior Costume, riattivando involontariamente ogni singola scena del Diavolo Veste Prada. Il cinema nella vita reale, o la vita reale nel cinema? A quest'ora non si capisce più.
Una notte politica (ma con stile)
Conan O'Brien aveva promesso una cerimonia meno politica del previsto. Ha mentito, o forse il mondo semplicemente non gliel'ha lasciato scampo. Tra la battuta di Jimmy Kimmel su «certi Paesi dove i leader non supportano la libertà di stampa, non posso dire quali, diciamo solo la Corea del Nord e la CBS» e il «No alla guerra, libera la Palestina» di Javier Bardem (con spilletta anti-guerra Iraq 2003 al bavero, perché il dettaglio conta), la serata ha oscillato continuamente tra celebrazione e coscienza civica.
Trump ha risposto su Truth Social, ovviamente, attaccando i media mentre sul palco del Dolby si parlava delle sue politiche. Un dialogo tra mondi paralleli, condotto a distanza, che ha reso la cerimonia ancora più surreale di quanto già non fosse.
E adesso?
Gli Oscar 2026 hanno incoronato nuovi re, riparato vecchi torti e confermato che Hollywood, per quanto malconcia e in cerca di sé stessa nell'era dell'AI e dello streaming, sa ancora come mettere in scena una grande storia. Con qualche problema tecnico al microfono, qualche discorso tagliato troppo presto e un Timothée Chalamet che dovrà aspettare almeno un altro anno.
La vera domanda che ti lascia questa notte non è chi ha vinto o chi ha perso. È questa: in un mondo sempre più fratto, rumoroso e incerto, il cinema ha ancora il potere di unire o sta imparando semplicemente a sopravvivere? Paul Thomas Anderson, con il suo terzo Oscar in mano e trent'anni di attesa alle spalle, sembra avere una risposta. Non te la dirà, però. La metterà in un film.
Tutti i vincitori degli Oscar 2026
Miglior Film One Battle After Another
Miglior Regia Paul Thomas Anderson – One Battle After Another
Miglior Attore Protagonista Michael B. Jordan – Sinners
Miglior Attrice Protagonista Jessie Buckley – Hamnet
Miglior Attore Non Protagonista Sean Penn – One Battle After Another
Miglior Attrice Non Protagonista Amy Madigan – Weapons
Miglior Sceneggiatura Originale Ryan Coogler – Sinners
Miglior Sceneggiatura Non Originale Paul Thomas Anderson – One Battle After Another
Miglior Fotografia Autumn Durald Arkapaw – Sinners
Miglior Film Internazionale Sentimental Value (Norvegia, regia Joachim Trier)
Miglior Documentario Mr. Nobody Against Putin
Miglior Cortometraggio Documentario All the Empty Rooms
Miglior Film d'Animazione KPop Demon Hunters
Miglior Cortometraggio Live Action PAREGGIO – The Singers e Two People Exchanging Saliva
Miglior Canzone Originale "Golden" – KPop Demon Hunters
Miglior Casting (inaugurale) Cassandra Kulukundis – One Battle After Another
Miglior Costume Frankenstein
Miglior Trucco e Acconciatura Frankenstein
Miglior Montaggio Andy Jurgensen – One Battle After Another
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