Chalamet snobba balletto e opera lirica. Un'analisi ironica sulla gaffe dell'attore e sul divorzio tra talento e intelligenza.
Sulla miracolosa scissione tra il talento e l'intelletto. E di come Timothée Chalamet scivolò sui tutù della propria vanità.
[di Massimo Righetti]
Lo sentite anche voi questo cigolio, sgraziato, di un corpo che si agita nervosamente su una sedia? E quel respiro spezzato che però non era una pausa teatrale ma il suono esatto dell'arroganza che si schianta contro il muro della realtà? Accanto a lui, un premio Oscar che intravede per primo lo tsunami in arrivo sulla testa del malcapitato abbozzando un sorriso di circostanza. Un istante di pura, cristallina, meravigliosa tragedia televisiva.
Una diretta. Le telecamere, le luci, l'ego. Al centro, Timothée Chalamet. I riccioli perfetti. Gli zigomi scolpiti. L'idolo indiscusso delle folle. Il Messia di Arrakis. Colui che nei deserti di sabbia ha guidato popoli interi verso la liberazione, almeno al cinema, almeno per un cachet a otto cifre. Apre la bocca davanti a Matthew McConaughey. Parla. E nel parlare, distrugge. L'opera lirica? Il balletto classico? Sentenzia, con una nonchalance che rasenta il puro analfabetismo emotivo, che siano reliquie. Cose di cui, testuali parole, "Non voglio lavorare nel balletto o nell'opera, dove la gente dice: “Ehi! Mantieni viva questa cosa, anche se a nessuno importa più"". Applica l'abaco dei popcorn venduti alla grazia immortale: se un'arte non sbanca nel primo fine settimana di programmazione, se non ha effetti speciali o costumi in CGI, per il nostro giovane profeta semplicemente cessa di esistere.
Va detto, per completezza cosmica, che questo oracolo stava promuovendo un film sul ping pong. Non una metafora. Ping pong. Quella roba lì. Ed è da questo pulpito sportivo, con la solennità di chi ha appena sconfitto gli Harkonnen, che il nostro eroe ha deciso di riformare il canone dell'arte occidentale.
Dimentica, con una facilità che fa quasi tenerezza, il sudore, il sangue e le vesciche di sua madre, un tempo ballerina professionista al New York City Ballet. Dimentica le proprie radici. Uno sdegno da iniziato che rinnega la propria genesi per fare un inchino al botteghino. Un matricidio artistico.
Subito dopo, il panico. L'illuminazione tardiva. Sparisce l'arroganza e la sedia ricomincia a cigolare con quel ritmo inconfondibile di chi vorrebbe essere già altrove, preferibilmente su un altro pianeta, magari Arrakis, dove almeno la sabbia copre tutto. Si agita, e mormora di aver appena perso ammiratori, ammettendo di aver sparato a zero senza motivo. Cerca di ricucire lo strappo. Di rimettere la sua arroganza nel tubetto. Ma lo sappiamo tutti cosa succede quando le parole sono già volate nel vento internettiano: Tornano indietro sotto forma di schiaffi. Schiaffi di ballerini veri. Quelli che gli ricordano, con chirurgica ironia, che per fare balletto a lui mancherebbero, in primo luogo, il talento e l'attitudine. "Timmy, non mi ero accorta che fossi un ballerino", ironizzano, svelando l'assurdità logica di rifiutare uno scettro che nessuno, in verità, gli aveva mai offerto.
Ed è qui. In questa sedia che scricchiola, in questo imbarazzo cosmico, che si compie la vera epifania. Perché questo è il dramma formidabile della nostra epoca: l'ostinata, commovente, quasi infantile convinzione che il talento e l'intelligenza debbano sempre, inevitabilmente, passeggiare tenendosi per mano.
Caro Timothée. Caro, magnifico, incauto ragazzo. Ti scrivo da quel mondo antico che hai appena tentato di archiviare. Noi ti guardiamo. E sorridiamo. Sorridiamo di quell'ingenuità feroce che appartiene solo a chi è stato baciato dalla fortuna e, nello stordimento generale, ha scambiato quel bacio per acume intellettuale.
Tu sei bravo, Timmy. Sei bellissimo. Sei persino bravo a giocare a ping pong. Ma l'intelligenza. L'intelligenza è un'altra faccenda. L'intelligenza richiede fatica. E richiede memoria. E richiede il coraggio di capire che l'universo non finisce dove finisce il tuo cachet.
Hai commesso l'errore fatale: confondere la popolarità algoritmica con il valore culturale intrinseco. Pensi davvero che l'arte debba implorare per esistere? L'opera, che ha attraversato indenne guerre mondiali, devastazioni e mutamenti colossali della società umana. L'opera, che non ha bisogno di un ciak per spaccarti il cuore. L'opera, che esisteva già da secoli quando qualcuno ha deciso che anche il ping pong meritava un dramma cinematografico. E mentre il tuo cinema industriale trema per i colli di bottiglia tecnologici, nessuna intelligenza artificiale potrà mai salire su un palcoscenico e regalare la perfezione carnale de Il lago dei cigni.
Hai interpretato un personaggio che vedeva il futuro, e non hai visto arrivare la figuraccia. Perché non c'è niente di più comicamente disarmante di un attore che, credendosi un faro del pensiero contemporaneo, inciampa rovinosamente sui lacci delle proprie, inesistenti, scarpette di cristallo.
Torniamo a quel flebile cigolio, che è poi il peso reale di un ragazzo che si accorge, in diretta mondiale, di essersi improvvisamente e inesorabilmente rimpicciolito. Resta il comico rimpianto per un manipolo di ammiratori sfumati in un battito di ciglia, i riccioli sempre perfetti e la bocca chiusa, finalmente.
E proprio in quel momento di meritato silenzio, lontano dalle telecamere, una ballerina ha semplicemente continuato a danzare, tessendo la sua arte leggera, assoluta e implacabile. Ha continuato a girare su se stessa, magnificamente incurante degli incassi del fine settimana, delle proiezioni degli algoritmi e dell'intera macchina di Hollywood.
Incurante, soprattutto, della supponenza di chi, non sapendo affatto come si fa a volare, dichiara ai quattro venti che il cielo, in fondo, non importa più a nessuno.
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