I Pugni in Tasca in 4K: l'Incontro storico tra Marco Bellocchio e Silvano Agosti a Roma

Marco Bellocchio e Silvano Agosti all'Azzurro Scipioni per il restauro 4K de I pugni in tasca. Leggi la cronaca dell'incontro.

Al Cinema Azzurro Scipioni i due maestri si raccontano: la genesi del capolavoro del 1965, i retroscena sul protagonista e un'amicizia lunga sessantacinque anni.

[di Redazione]

Marco Bellocchio e Silvano Agosti all'Azzurro Scipioni

ieri sera, il Cinema Azzurro Scipioni di Roma ha ospitato un evento di rara intensità emotiva e culturale: la proiezione della versione restaurata in 4K de I pugni in tasca, seguita da un dialogo intimo, profondo e a tratti commovente tra due giganti del nostro cinema, Marco Bellocchio e Silvano Agosti. A sessant'anni dall'uscita di questa pellicola rivoluzionaria, l'incontro tra il regista e il suo storico montatore ha offerto al pubblico l'occasione di esplorare la genesi del film, le sue influenze filosofiche, il reale significato dell'opera e il valore inestimabile di un'amicizia lunga una vita intera.

L'Autore e la Solitudine

Ad aprire la serata è stato il "padrone di casa", Silvano Agosti, che ha introdotto Marco Bellocchio delineando la differenza fondamentale tra la figura del regista e quella dell'autore.

"E qui c'è di fronte a voi vivo e vegeto, un autore e questo autore non si è mai accorto, per sua fortuna, di essere un grande autore e quasi tutte le cose importanti che ha fatto le ha fatte con la serenità di chi non è consapevole esattamente del valore di quello che sta facendo".

Quando Bellocchio gli ha domandato quale fosse per lui la differenza tra regista e autore, Agosti ha risposto con estrema lucidità: "Perché il regista fa parte di un team di un 10, 20, 30, in America con 200 persone, invece l'autore è solo e questa solitudine è poi l'elemento tragico di questo film, perché questo è una adolescenza vissuta nella solitudine e quindi è la più terribile delle esperienze". Agosti ha poi elogiato l'integrità del collega: "La virtù fondamentale di un vero autore è quella, anche senza deciderlo, di saper aspettare. Marco è stato capace di aspettare in solitudine, protetto solo da se stesso, di fare quello che poi ha fatto, tra cui questo che è uno straordinario film perché è un'analisi incredibilmente sottile dell'anatomia del male. È un film sull'anatomia del male, su questo fare del male che era poi, fra l'altro, molto diffusa nel tempo là, Marco, era il male che vinceva". 

Le Origini: Nouvelle Vague, Espressionismo e la Vita in Provincia

Marco Bellocchio e Silvano Agosti al cinema Azzurro Scipioni
Rispondendo a una domanda del pubblico sulle influenze del cinema francese e su quali fossero i sogni di due giovani cineasti ventiseienni, Bellocchio ha rievocato gli anni della formazione al Centro Sperimentale:

"Noi ci conosciamo da 65 anni, dal 60. Ci siamo diplomati come registi al centro sperimentale, però allora erano gli anni della Nouvelle Vague. E lì, volendo molto semplificare, c'era una biforcazione, la maggioranza era Godardiana. Delirio assoluto per Godard. Mentre io sono sempre partito da una base di realismo". Il regista ha poi precisato i suoi veri amori cinematografici dell'epoca: "Io mi capivo più con grandi autori come Truffaut, anche se a dire il vero c'era un altro grande autore che mi ha scioccato di più in quegli anni era Alain Resnais. Hiroshima mon amour per me è stato veramente un capolavoro assoluto perché rompeva tutta una serie a livello di sceneggiatura, a livello di storia d'amore". Rievocando l'influenza del periodo formativo, Bellocchio ha inoltre aggiunto: "La grande esperienza è stata anche scoprire il grande cinema muto; per me l'espressionismo tedesco è stato di un'importanza estrema. E poi il fatto che, pur ritornando nel piccolo paese di Bobbio, in qualche modo abbiamo messo dentro in questo film sia le mie esperienze personali e culturali, sia tutto quello che avevamo imparato in questa esperienza. Non a caso, questo è un film che per il 90% è stato fatto da compagni della scuola".

Sull'origine cruda del film, Bellocchio ha confermato le radici autobiografiche, filtrate però dalla cultura letteraria e dall'invenzione:

"Potrei dire la mia vita infelice in famiglia. È chiaro che lì una serie di partenze, una serie di temi, di personaggi, di immagini in qualche modo derivano in modo complesso, non diretto, con la mia vita. Non quello che è accaduto nel film, non l'ho già detto mille volte, io non ho né ammazzato mia madre né mio fratello, però conta anche molto la cultura. Lì evidentemente c'era un innesto culturale, per allora, pensiamo alla grande letteratura, a Dostoevskij... mi ricordo quel romanzo, l'omicidio gratuito, cioè un personaggio che butta giù da un treno così gratuitamente una persona".

Con uno sguardo al presente, Bellocchio ha anche commentato il timore contemporaneo per l'avvento delle nuove tecnologie: "Io personalmente non temo l'intelligenza artificiale, vedo che ci sta invadendo. Sono convinto che ci sarà un argine che è quello di un'autenticità. L'IA può riprodurre, però non ha vissuto. Noi queste cose le abbiamo vissute".

I Pugni in Tasca 4K all'Azzurro Scipioni

Il Malinteso Storico: Alessandro, da Rivoluzionario a "Criptonazista"

Uno dei momenti più alti e intellettualmente onesti della serata si è avuto quando Bellocchio ha analizzato la figura del suo protagonista, smitizzando l'aura da eroe ribelle che il '68 gli aveva cucito addosso. Il regista ha ammesso di non voler cambiare nulla del film, ma di aver mutato la sua prospettiva sul personaggio:

"Quando il film esplose ero giovane, e non mi rendevo conto di quello che vedevano gli altri. Non ho mai pensato di voler fare l'imitazione dell'originale, anche se in vari film successivi alcuni temi sono ritornati in modo esplicito. Se pensiamo a L'ora di religione, praticamente richiama ciò che è avvenuto in passato; ed è molto interessante perché lì il matricida è in un manicomio, a dimostrazione del fatto che la distruzione dell'avversario è sempre una sconfitta, e Sergio Castellitto che è un pittore, un artista, riflette su questo passato e se ne distacca. Nella nostra completa inconsapevolezza, la ribellione di Alessandro fu assunta perché nel '68, movimento rivoluzionario all'inizio non violento, di liberazione e 'immaginazione al potere',  venne assunto come il contestatore di un certo conformismo familiare e di un'ipocrisia religiosa. Successivamente, io stesso mi resi conto di non ritrovarmi più con la determinazione omicida e di annientamento delle persone più fragili, come la madre cieca. Aveva ragione mio fratello Piergiorgio, che dapprima non considerò la sceneggiatura ma poi l'apprezzò, quando definì questo 'criptonazismo'. È un nazista questo qui. E però vedi la storia: per molti anni si è detto 'no, questo è un rivoluzionario, un contestatore, un ribelle', e poi invece è un criminale, potrei dire. È un po' quello che mi viene in mente quando ho letto recentemente di Giovanni Pascoli. L'anno prima della morte fece quel famoso comizio a Barga in cui inneggiò al nazionalismo e all'Italia che andava alla conquista coloniale della Libia, con uno spirito anche di aperto razzismo. Lo stesso uomo che da giovane a 25 anni era invece un socialista rivoluzionario, un anarchico. È interessante il percorso: lui rimane un grande poeta, però ecco, alla fine dei suoi giorni succede questo".

L'Epilessia e la Morte della Famiglia

Stimolato dagli interventi del pubblico sui temi moderni della disabilità, dei cinici sentimentali e della distruzione della "cellula famiglia", Bellocchio ha spiegato il suo approccio distaccato alla tragedia messa in scena:

"L'epilessia era una cosa che mi era stata risparmiata nelle disgrazie della mia famiglia perché non c'erano epilettici. Ad un certo punto un mio fratello schizofrenico ebbe anche qualche attacco di epilessia, però quello era quello che si dice una rappresentazione simbolica. C'era bisogno in questa rappresentazione che la follia avesse uno scatenamento improvviso e inaspettato in una famiglia malata".

L'eliminazione dei membri della famiglia, ha spiegato Bellocchio, rispondeva a un'idea di onnipotenza grottesca: "Lui vuole essere padrone di quella situazione e c'ha una dimensione discreta, anche l'eliminazione della mamma non è truculenta, semplicemente spinge con un dito la mamma nel burrone. Lui in fondo non è che ha dei grandi obiettivi, ostacolava i suoi sogni che poi però non aveva espresso perché il suo sogno era semplicemente di dominare la famiglia stessa. Non avevo nulla, però nella rappresentazione si fanno delle connessioni che prescindono dal rapporto diretto con la propria autobiografia".

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L'Omaggio Reciproco e l'Ultimo Discorso sull'Amicizia

A conclusione dell'evento, è stato chiesto ai due autori cosa si fossero donati reciprocamente in questo film e nella vita. Marco Bellocchio ha riconosciuto il debito fondamentale verso il montaggio creativo e chirurgico di Agosti:

"Lui m'ha dato molto, moltissimo, nel senso che io avevo fatto questo film, ma non ne avevo quasi paura, insomma, di tutta questa materia e allora lui lo ha montato in questo modo geniale. Questa è una cosa importantissima. Poi noi facemmo insieme Matti da slegare e poi anche La macchina cinema e poi lui è un autore, insomma. Poi vabbè, noi siamo amici da 65 anni !".

La serata si è chiusa nel silenzio religioso della sala, rotto solo dalle commoventi parole finali di Silvano Agosti, una vera e propria dichiarazione sull'essenza dell'amicizia e dell'amore che risuona come il testamento spirituale di un sodalizio irripetibile:

"Il vero valore dell'amicizia non risiede tanto nella sua durata, quanto nella sua profondità. Da quando ho incontrato Marco, per me non poteva esistere una vita in cui lui fosse assente: qualsiasi evento della mia esistenza includeva anche la sua presenza. Non mi è mai capitato di prendere decisioni importanti senza di lui. Vi spiego questo concetto attraverso una scoperta semplice ma, secondo me, fondamentale: l'amore è un'energia. Come diceva Dante Alighieri, è l'amore che muove il sole e le altre stelle, diventando letteralmente l'energia di tutto l'universo. Anche solo definendo l'amore come un'energia quotidiana, offriamo una spiegazione di cui le persone hanno un estremo bisogno. Quando qualcuno dice: 'Ah, mi sento così stanco', bisognerebbe chiedergli: 'Ma tu ami qualcosa o qualcuno? No? Ecco perché sei stanco'."

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