La regista de Il cerchio racconta Parla con me, girato con quindici adolescenti nella periferia di Lecce. L’intervista.
Dalla Zona 167 di Lecce, quindici ragazzi impugnano la macchina da presa e intervistano i propri genitori: la regista de Il cerchio racconta un documentario nato dall’ascolto.
[di Fabio Massimo Tufarelli]
Dopo aver esplorato il mondo dell’infanzia con Il cerchio (2022), vincitore del David di Donatello come migliore documentario, Sophie Chiarello torna a interrogarsi sull’universo dei più giovani, spostando questa volta il proprio sguardo verso l’adolescenza. Il suo nuovo documentario, Parla con me, presentato fuori concorso nella sezione Panorama Italia – Proiezioni Speciali della 24ª edizione di Alice nella Città, nell’ambito della Festa del Cinema di Roma, prosegue un percorso cinematografico che mette al centro l’ascolto, le relazioni umane e la necessità di dare voce a chi troppo spesso fatica a trovarla.
Siamo nella Zona 167 di Lecce, un quartiere di edilizia popolare ai margini della città, dove quindici adolescenti dell’Istituto Comprensivo Stomeo-Zimbalo si trovano ad affrontare una delle prime decisioni importanti della loro vita: la scelta della scuola superiore. Un passaggio apparentemente ordinario, che finisce per sollevare interrogativi ben più profondi. Cosa significa immaginare il proprio futuro quando si è ancora alla ricerca di un’identità? E quanto il contesto familiare e sociale può condizionare le aspirazioni di un ragazzo?
Attraverso un laboratorio di cinema e teatro, realizzato con la partecipazione dell’attore e regista Ippolito Chiarello, il documentario accompagna i giovani protagonisti in un percorso di scoperta e confronto. Ma è soprattutto nel ribaltamento dei ruoli che il film trova uno dei suoi aspetti più interessanti: sono gli stessi ragazzi a impugnare la macchina da presa, intervistando i propri genitori, interrogandoli sull’adolescenza che hanno vissuto e provando a ricostruire un dialogo tra generazioni spesso incapaci di comprendersi fino in fondo.
Abbiamo incontrato Sophie Chiarello per parlare della genesi di Parla con me, del lavoro con gli adolescenti e di un cinema che, prima ancora di raccontare, cerca di imparare ad ascoltare.
Dopo Il cerchio (2022), torni a raccontare il mondo dei ragazzi, questa volta alle soglie dell’adolescenza. Che cosa continua ad affascinarti di questa fase della vita e che cosa hai scoperto di diverso rispetto al tuo lavoro precedente?
"Sono molto affascinata dalle trasformazioni, da tutto ciò che riguarda l’età di questi ragazzi: un momento poco definibile, un’età di cui si parla poco, perché è difficile da decifrare. Sei in un’età di mezzo, in cui ti viene chiesto di fare una scelta importante, quella delle scuole superiori, che ti accompagna fino ai diciannove anni. Io, oltretutto, non ho fatto le scuole in Italia, e da genitore mi chiedevo il perché di una scelta così precoce in un momento così fragile. Da questa riflessione ho avuto voglia di indagare in quella direzione. Poi sono molto attratta da ciò che sta meno a fuoco, ai margini: anche io provengo da quel tipo di realtà. Rispetto al mio lavoro precedente, Il cerchio, lo vedo un po’ come una prosecuzione, anche se sono due progetti diversi. Ne Il cerchio avevo grande libertà e soprattutto tempo: sono partita con moltissima libertà, non avevo nemmeno una produzione in partenza. Era interessante vedere come bambini provenienti da diverse parti del mondo rendessero Il cerchio una piccola porzione di realtà capace di raccontare l’universale. In Parla con me, invece, i ragazzi crescono in mezzo a palazzi di cemento e arterie stradali, che rendono quel quartiere un luogo ai margini, in cui il mondo fatica a entrare e loro faticano a uscirne. Lo abbiamo girato in molto poco tempo, ma proprio questa condizione ci ha permesso di mettere molto più a fuoco le tematiche che ci interessavano."
In Parla con me i ragazzi non sono soltanto protagonisti, ma diventano autori del proprio racconto. Quanto è stato importante rinunciare, almeno in parte, al controllo della regia per lasciare spazio al loro sguardo?
"Era il presupposto di partenza del progetto. È stato molto interessante vedere i ragazzi diventare registi, anche con il cellulare, e, attraverso il percorso teatrale, fare un percorso a tappe fatto di autoascolto: imparare ad ascoltarsi e a conoscersi. Questo processo doveva poi portarli a girare la telecamera verso se stessi e a provare a far raccontare ai ragazzi ciò che li rappresenta: il quartiere, le loro famiglie. È stato interessante elaborare insieme a loro l’idea di interrogarsi su chi erano i loro genitori, vedendoli non soltanto come genitori, ma come individui, con la loro infanzia passata, i loro sogni e le loro problematiche. Si trattava anche di convincerli che valeva la pena instaurare con loro un dialogo diverso, ed è stato complesso convincere i genitori a partecipare. Poi, quando ci hanno mandato i video delle interviste che i ragazzi avevano fatto ai propri genitori, abbiamo visto un dialogo completamente diverso. Per la prima volta erano i figli a mettersi in ascolto dei loro genitori, in un tipo di dialogo completamente diverso da quello della sfera educativa. È stato bello, mi è piaciuta l’idea di abbandonare il controllo, anche se poi, al montaggio, il controllo l’avrei avuto comunque io. È un film che ha anche a che fare con la riflessione sull’essere costantemente esposti, e con il vedere come i ragazzi avrebbero deciso di esporsi, senza lasciare che fossero gli altri a decidere per loro."
Il film nasce in un quartiere periferico di Lecce, dove le possibilità di immaginare il futuro sembrano inevitabilmente condizionate dal contesto sociale. Quanto può incidere il luogo in cui cresciamo sulla libertà di scegliere chi diventare?
"Incide totalmente. Se cresci al Colosseo o a Torre Angela, i tuoi codici saranno completamente diversi, così come il contesto familiare. Io penso che la politica e la società civile dovrebbero fare lo sforzo di aprire quei margini, di portare nelle periferie proposte culturali ed educative messe a sistema, in modo che chi cresce in quelle realtà non si senta emarginato, ma diventi quasi un’occasione, e non una condanna."
Uno degli aspetti più interessanti è il ribaltamento dei ruoli: sono i figli a intervistare i genitori. È emerso qualcosa che probabilmente, senza la presenza della macchina da presa, sarebbe rimasto inespresso?
"Secondo me sì, perché che sia una macchina da presa o un cellulare, nel momento in cui hai un obiettivo puntato addosso e ti fanno una domanda in modo sinceramente interessato alla tua risposta, chiunque avrebbe voglia di condividere una parte della propria storia. Perché oggi dedichiamo sempre meno tempo all’ascolto, specialmente fra genitori e figli. Le comunicazioni sono velocissime, e c’è poco tempo per tutto. Per esempio, rispetto a come sono cresciuta io, vedo che non esistono più spazi di isolamento, dove inconsapevolmente puoi elaborare dei traumi, pensare. Oggi, con i cellulari, anche se sei chiuso nella tua camera, hai comunque con te una finestra sul mondo, sei perennemente in comunicazione. Io vedo che ogni volta che mi capita, come nel caso di questo documentario, di dedicare il mio tempo a un’intervista, con la telecamera accesa, a parlare con i ragazzi, quello che esce da quello scambio è qualcosa che diventa davvero prezioso."
Il laboratorio unisce cinema e teatro, due linguaggi che richiedono ai ragazzi di mettersi in gioco in maniera diversa. Che ruolo ha avuto il lavoro sul corpo e sulla rappresentazione di sé nella costruzione del documentario?
"Tutto, siamo partiti da lì. Avendo poco tempo - le riprese sono durate circa sette giorni - quel tipo di laboratori e quegli esercizi di teatro dovrebbero essere messi a sistema nelle scuole, dall’asilo al liceo, perché sono fondamentali. Abbiamo visto corpi inizialmente chiusi, totalmente inespressi, prendersi il loro spazio, fiorire. È stato propedeutico e fondamentale per prendere consapevolezza di se stessi e, soprattutto, per aprirsi agli altri."
Nel cinema documentario il confine tra osservare e intervenire nella realtà è spesso molto sottile. Come hai cercato di preservare la spontaneità dei ragazzi, sapendo che la presenza della macchina da presa avrebbe comunque influenzato i loro comportamenti?
"Dietro la macchina da presa ci sono io: non c’è un occhio disinteressato che osserva da lontano e vuole dimostrare qualcosa. Quindi la macchina da presa divento io. È chiaro che all’inizio inibisca, ma penso che, nel mio caso, il documentario sia proprio un’esperienza trasformativa: io non sono la stessa prima di iniziare e quando ho finito le riprese. Per forza mi devo mettere in gioco, non posso essere soltanto un’osservatrice che cerca delle risposte. Diventa un dialogo, e molto spesso è un mettermi a nudo anche per me, perché parlo anche di me. È quindi una conversazione fra me e chi decido di rivelare."
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Dopo Il cerchio e Attitudini: nessuna (2025), ora con Parla con me il tuo cinema sembra tornare continuamente sull’importanza dei legami umani. Pensi che il documentario possa ancora essere uno strumento per ritrovare una forma di ascolto che nella vita quotidiana stiamo perdendo?
"Sì, completamente. E soprattutto il cinema, ma ogni forma di narrazione, è una forma di ascolto. È il momento in cui, anche un po’ banalmente, le forme della vita ti ispirano. E il documentario, in questo, è una delle occasioni più prolifiche, perché osservi la realtà, ti interroghi, e si tratta di trovare il modo di raccontare dei piccoli universi che, per me, diventano racconti universali, che riguardano tutti. La periferia di Lecce, in questo caso, non è diversa da tante altre periferie, anche se c’è il mare vicino. E in questo film non raccontiamo drammi: è una finestra aperta sull’universo. Il bello del cinema documentario è che è molto libero, anche perché meno costoso, e questo lo rende, in questo momento storico, più slegato da certe dinamiche."
Tra qualche anno, quando questi ragazzi rivedranno Parla con me, che cosa ti piacerebbe ritrovassero di se stessi in quelle immagini?
"Spero che non ce l’abbiano con me, e spero che si guardino volendosi bene e che siano felici di aver preso parte a questo progetto. Perché in Parla con me quello che mi ha colpito di più sono le ferite che emergono dai loro volti, anche se non dichiarate. Penso che queste ferite emergano nel film, e io le ho sentite molto. Spero che avranno la capacità di accoglierle e curarle, o magari le avranno già curate. Questo mi auguro."


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