Everytime di Sandra Wollner: un lutto familiare diventa viaggio metafisico a Tenerife. Premiato a Cannes, ad Alice nella Città. La recensione.
Vincitore di Un Certain Regard a Cannes e candidato tedesco agli Oscar, il film di Sandra Wollner trasforma un lutto familiare in un viaggio metafisico a Tenerife. In anteprima italiana ad Alice nella Città.
[di Ludovico Cantisani]
Terzo film della regista austriaca Sandra Wollner dopo The Impossible Picture del 2016 e The Trouble with Being Born del 2020, Everytime è diventato, dopo la vittoria nella sezione Un Certain Regard a Cannes, uno dei titoli più richiesti del circuito festivaliero, passando tra gli altri da Karlovy Vary, Sarajevo, Londra e New York. Presentato in anteprima italiana ad Alice nella Città, Everytime, coproduzione tra Germania e Austria, è la candidatura tedesca all’Oscar per il miglior film internazionale. Con un linguaggio registico essenziale, severo e al contempo sperimentale, racconta la storia di una tragedia familiare e del suo superamento.
Una notte sul tetto
Il film prende le mosse da un nucleo familiare di tre donne, la madre Ella (Birgit Minichmayr), la figlia adolescente Jessie (Carla Hüttermann) e la più piccola Melli (Lotte Shirin Keiling): le tre si stanno preparando a partire per una vacanza a Tenerife, ma Jessie sgattaiola via di nascosto dall’appartamento per trascorrere un’ultima notte con il suo ragazzo Lux (Tristán López). Le pasticche consumate sul tetto di un palazzo portano però la ragazza a una morte ottusa e violenta: la caduta dal palazzo è una delle inquadrature registicamente più potenti e articolate del film.
Tre modi di sopravvivere
L’elaborazione del lutto è complessa per tutte e tre le parti in causa. Lux prova a rivolgere la sua attenzione ad altre ragazze, ma continua a orbitare attorno alle due superstiti; Melli si crea una realtà parallela sul suo server di Minecraft, ma continua a chattare dal cellulare con la sorella morta; la madre sembra trattenere dentro di sé tutto il dolore per la scomparsa della figlia maggiore, ma dopo aver soccorso Lux in un momento di forte crisi emotiva gli chiede di provare le droghe che hanno provocato la morte di Jessie.
Tenerife, oltre il principio di realtà
Il film arriva a una nuova svolta quando, a un anno dalla scomparsa della ragazza, l’atipico nucleo familiare composto da Ella, Melli e Lux parte davvero per Tenerife. Una volta alle Canarie tutto prende una piega diversa, non solo esistenziale ma anche tout court metafisica. Le tensioni silenti tra i tre protagonisti esplodono, ma solo a tratti, alternate a momenti in cui provano a illudersi di essere una famiglia normale. Nel momento stesso in cui Melli, chattando con il numero della sorella morta, vede misteriosamente che questa starebbe digitando una risposta, la madre per sbaglio le rompe il telefono. La ragazzina, inoltre, ingerisce accidentalmente sulla spiaggia una delle pastiglie lisergiche che Lux, nonostante tutto quello che è successo, ha portato con sé sull’isola. E il trio trova una bambina piccola dai capelli rossicci, apparentemente senza genitori: la porta in camera e comincia a chiamarla Jessie.
Un sole quadrato
Nell’ultimo atto Everytime abbandona così il principio di realtà, creando una sorta di libera riflessione visiva e drammaturgica sull’elaborazione del lutto, con inquadrature magnifiche e implicazioni profonde. Tra i momenti più forti dell’ultima parte ci sono la scena in cui Melli si mette a sparare al sole con una pistola di plastica insieme ad altri ragazzini incontrati sulla spiaggia; la sequenza successiva, in cui un sole quadrato come in Minecraft resta immobile sulla linea dell’orizzonte, in una sorta di eclissi del movimento anziché della luce; e il passaggio semi-apocalittico in cui Ella, Melli e Lux sembrano essere gli unici tre esseri umani rimasti nel resort, forse in tutta l’isola, forse nel mondo intero.
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L’eredità di Antonioni
Nel suo incedere narrativo e nella sua progressione concettuale Everytime è un film implacabile, un’ottima prova di regia accompagnata da interpretazioni stupendamente naturalistiche e credibili. Si avverte nel film un’interessante rielaborazione degli stilemi e dell’immaginario del cinema di Michelangelo Antonioni, aggiornati al presente e con una maggiore enfasi affettiva e familiare: un nucleo familiare incomunicante, le inquadrature quanto mai fredde e impersonali dei palazzi della città, la dimensione insulare che rimanda a L’avventura, il ruolo simbolico del sole, che come il fenomeno celeste de L’eclisse si rivela un evento tutto interiore. Everytime sembra aver rielaborato in una maniera del tutto personale la grande eredità del cinema antonioniano, forse più viva all’estero che nel nostro paese.
Una boccata d’aria fresca
Anche al netto di queste plausibili influenze, Everytime resta un’esperienza cinematografica potente e catartica, una sorta di equivalente intimista di Sirāt di Oliver Laxe, presentato a Cannes l’anno precedente. Rispetto al cinema italiano contemporaneo e alla sua ossessione tematica per le famiglie e i drammi familiari, Everytime è una vera e propria boccata d’aria fresca, grazie al coraggio narrativo con cui mette in scena apertamente l’insensatezza della perdita e le ambivalenze del lutto. Tra i titoli di punta della line-up di Alice nella Città, Everytime è uno dei migliori film del cinema di lingua tedesca degli ultimi anni.


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