Sophie Chiarello a Piazza Vittorio: dietro Attitudini: nessuna, il ritratto intimo di Aldo, Giovanni e Giacomo

A Piazza Vittorio Sophie Chiarello racconta Attitudini: nessuna: dietro Aldo, Giovanni e Giacomo, un ritratto tra memoria e riscatto.

Alla rassegna Notti di Cinema, la regista italo-francese ha raccontato la genesi del documentario Nastro d'Argento 2026, tra pedagogia del fallimento e memoria sensoriale.

[di Alex M. Salgado]

Sophie Chiarello e Aldo Baglio dietro la macchina da presa

Piazza Vittorio, il quadrato verde nel cuore dell'Esquilino, è di nuovo una delle sale a cielo aperto più affollate di Roma. Alla rassegna Notti di Cinema, dopo la proiezione di Attitudini: nessuna la regista italo-francese Sophie Chiarello ha attraversato con la sala i nodi più intimi del film: le resistenze iniziali di Aldo Baglio, Giovanni Storti e Giacomo Poretti, il metodo di un documentario accostato al suo precedente Il cerchio, e la sensazione, dichiarata più volte, che dietro il ritratto di tre uomini celebri corra in filigrana l'elegia di un'Italia che non c'è più.

Attitudini: nessuna, il documentario di Sophie Chiarello sul trio comico italiano

Uscito il 4 dicembre 2025 con Medusa Film, Attitudini: nessuna è oggi il documentario italiano più visto dell'ultimo triennio: oltre due milioni di euro di incasso e il Nastro d'Argento 2026 come Documentario dell'anno. Il titolo nasce da una vecchia pagella scolastica di Aldo Baglio, sulla quale un insegnante aveva liquidato ogni prospettiva del ragazzo scrivendo, accanto alla voce "attitudini", la parola "nessuna". Da lì Sophie Chiarello costruisce il perno di un'opera che rifiuta l'agiografia e sceglie di riportare i tre comici al grado zero della loro biografia: la periferia milanese, gli oratori di quartiere, le fabbriche in cui Giacomo Poretti entrò a tredici anni, gli istituti serali di Aldo. Il film mette in tensione il repertorio, dagli anni del Caffè Teatro di Verghera a Su la testa!, dai David di Donatello ai successi diretti da Massimo Venier, con decine di ore di riprese nuove, montate secondo un rapporto uno a dieci con Christian Marsiglia e Noemi Obinu. Il risultato non è un ritratto celebrativo, quanto piuttosto un trattato sul diritto di sbagliare, sulla sopravvivenza dell'amicizia, sull'assenza di un destino istituzionalmente scritto come precondizione della libertà.

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La genesi del film: quindici anni per convincere Aldo, Giovanni e Giacomo

Il tempo per arrivare a girare Attitudini: nessuna è stato lungo. Chiarello coltivava l'idea da oltre un decennio, da quando affiancava Massimo Venier come aiuto regista sui film del trio e ne raccoglieva gli aneddoti fuori dalle riprese. "Da anni desideravo raccontare la loro storia. Mi raccontavano questi aneddoti che poi sono nel film e ho sempre pensato che la loro fosse un po' una favola". A opporsi, per anni, sono stati proprio loro. "Loro sono schivi, molto riservati. E poi sono tre uomini nati negli anni Cinquanta: aprirsi così tanto, per Giacomo e Giovanni in particolare, è stato difficilissimo".

Due eventi hanno spostato l'equilibrio: la partecipazione del trio alla promozione de Il cerchio a Milano e il ritrovarsi tutti sul palco dei David di Donatello del 2023. "Ho vinto il David con Il cerchio e gliel'ho detto: raccontatevi ora che siete ancora vivi, avete tutta la vostra testa, non aspettiamo che qualcun altro vi racconti dopo. Raccontatevi voi". C'è voluto un altro anno, ha aggiunto, per decidere davvero e per capire come organizzarsi.

L'amore trasversale del pubblico e la magia del trio milanese

Sophie Chiarello

Un tema è tornato più volte: quella che Chiarello ha descritto come una vera magia attorno al trio, una popolarità intergenerazionale che, ha ammesso, l'ha sorpresa. "La gente li ama in una maniera che io non sospettavo. Eravamo a girare a Milano 2, a fianco alla facoltà di medicina. Entriamo nel bar, non c'era nessuno, c'era uno studente. Usciamo dieci minuti dopo, a Milano 2, non in centro a Milano, e c'erano centocinquanta ragazzi di venti, venticinque anni che conoscevano gli sketch a memoria".

Da lì l'intuizione che il film dovesse rispondere a una domanda precisa: da dove nasce quell'amore così largo, così trasversale. "Vai in giro per Milano con loro: io avevo la macchina da presa puntata sul trio, ma in realtà vedevo le persone che gli venivano incontro, che gli sorridevano. Le persone camminano per strada, vedono Aldo, Giovanni e Giacomo e sorridono. Qualsiasi cosa abbiano fatto, sono riusciti a essere amati trasversalmente, per età e per classi sociali. Li amano tutti".

L'autrice ha raccontato anche un pomeriggio nel teatro di Giacomo Poretti, dove il trio doveva improvvisare un'asta di beneficenza senza alcuna preparazione: "L'asta è durata tre ore e mezza. Giovanni ha venduto una piantina di basilico che aveva preso dal suo terrazzino, l'ha venduta seicento euro, giuro! Hanno retto tre ore così, da niente, con la gente: giovani, anziani, bambini. Io la trovo magica, questa cosa. Vabbè, io sono innamorata di loro".

Il documentario come luogo di ricerca: il metodo di Sophie Chiarello

Uno dei nodi centrali della serata ha riguardato quanto lei sapesse in anticipo dell'anima che si sarebbe dischiusa in lavorazione. Chiarello ha risposto con una definizione del documentario che vale come manifesto del suo lavoro: "Io concepisco il documentario come un luogo di ricerca. In questo caso una ricerca umana che passa attraverso una relazione autentica tra me e loro tre, e con ognuno di loro anche separatamente. Se lo scambio non è autentico, non mi interessa".

Una prassi tecnica sostiene questa idea di documentario: "Quando giro lascio la macchina da presa accesa quasi sempre. I produttori non sono mai contenti, perché giro quantità di minuti impressionanti, ma ho notato che nel momento in cui la stopperesti — quando non sei più davanti, quando siete seduti a pranzo — la memoria continua a lavorare, a tirar fuori delle cose che è un peccato non catturare".

Pedagogia del fallimento e malinconia di un'epoca perduta

Aldo Giovanni e Giacomo a Teatro

Il fulcro emotivo dell'incontro è arrivato quando Chiarello ha messo in relazione le vicissitudini creative del trio, il successo, il fallimento di Reuma Park, la ricostruzione, con una diagnosi più ampia sull'oggi. Sul flop del 2016 il ragionamento è stato netto: "Si sono rimessi in discussione per la prima volta come artisti, come uomini, come persone. Erano arrivati a un punto della carriera in cui stava vincendo il capitalismo nel loro piccolo universo: pur di fare, facevano e questo li allontanava completamente dalla loro capacità e dalla loro natura. La cosa interessante nel racconto di Reuma Park è la capacità di rialzarsi, nonostante venissero da una carriera già molto ricca. Avevano già tutto quello che si poteva avere: essere in grado di rimettersi in discussione così, non è facile".

Da lì Chiarello ha lasciato affiorare la vena di malinconia come la temperatura emotiva del film: "Intuivo che ci sarebbe stata malinconia, ma non è solo perché io sono malinconica: è anche perché quello che leggo nella loro storia non c'è più oggi. Forse qui a Piazza Vittorio, in certe oasi come le chiamo io, in certi universi esistono ancora luoghi di comunità, di collettivo. Ma di fatto, dove è finito tutto quello?".

Il paragone è arrivato dalla televisione degli anni Ottanta e Novanta: "Ho visto tantissimo materiale di repertorio, sta tutto su RaiPlay. Paolo Rossi faceva su Rai 2 Su la testa, un programma che oggi non può più esistere. Dov'è finita quella cosa lì? Dov'è finita quella libertà di sperimentare, quella libertà di essere?". La riflessione si è aperta poi a una considerazione più esplicita: "Da una parte ci sembra di aver conquistato la libertà di poter essere quello che vogliamo. Ma in fondo è veramente così? A me sembra di no".

Le ombre nel trio: la separazione da Marina Massironi

C'è poi la porzione più dolorosa del film, quella dedicata alla separazione da Marina Massironi dopo vent'anni di collaborazione. Chiarello non si è sottratta: ha parlato di ombre senza spostare l'accento sulla vittima designata, e ha imputato al trio una precisa mancanza di coraggio. "Sono stati poco coraggiosi, e lo dicono anche loro". Il motivo della rottura, ha spiegato, è banale: i tre hanno voluto Paola Cortellesi per il film successivo. E vent'anni di collaborazione si sono chiusi senza una spiegazione.

Il registro è diventato più fenomenologico che accusatorio quando ha ricondotto quella separazione alla natura stessa del trio. "Loro tre sono proprio triocentrici, sono un'unità di luogo. È un po' come tra fratelli, o come i genitori con i figli: io posso dire che mio figlio è insopportabile, ma se qualcun altro lo dice, è insopportabile. E loro tre funzionano esattamente così. Tutto quello che gli ruota intorno sono satelliti".

Con Massironi il patto era stato chiaro fin dall'inizio: "Marina mi aveva detto: accetto di fare il film se posso dire quello che penso. Loro tre hanno accettato, e anch'io. Ho lasciato la scena così com'era".

Un cinema sensoriale, tra Il cerchio e il nuovo film del trio

Aldo Giovanni e Giacomo

Attitudini: nessuna possiede una qualità che raramente si associa al documentario: la sensorialità, quasi olfattiva, dei luoghi filmati. Per lei non c'è nessun mistero: "Se torni in un luogo, lo senti. Volevo andare insieme a loro nei luoghi, non semplicemente filmarli — perché mentre tu li stai filmando, loro vivono quel ricordo, e se lo vivono loro lo vivo io, e se lo vivo io lo vive chi guarda. Potrebbe essere una banalità, ma è così".

Su questo terreno passa anche il legame con Il cerchio, il documentario premiato con il David di Donatello 2023 in cui Sophie Chiarello aveva seguito per cinque anni una classe di bambini romani. La regista ammette il rischio di ripetersi, "magari mi ripeto anche, forse devo cambiare", ma rivendica il filo che tiene insieme i suoi film. "È sempre un po' la stessa postura. In fondo ti metti sempre in una posizione di ascolto. Certo, in questo caso era diverso perché sono adulti, ma di fatto si tratta sempre di stare in ascolto, di stimolare la memoria e di esserci quando la catturi. Forse è proprio la posizione di ascolto a dare un senso di continuità".

Sul futuro immediato, ha confermato che il trio sta già girando un nuovo film di finzione, atteso per il prossimo Natale — un capitolo che smentisce ogni tentazione di leggere il documentario come punto d'arrivo. "Qualsiasi cosa facciano, qualsiasi cosa tocchino — ha concluso Sophie Chiarellolo fanno con una tale onestà che viene riconosciuta".

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