All'Arena Notti di Cinema a Parco Tevere Marconi, Monica Guerritore racconta il film ANNA su Anna Magnani: "Il cinema oggi è come un algoritmo".
All'Arena Notti di Cinema a Parco Tevere Marconi, prima della proiezione del film ANNA, la regista e interprete ha svelato al pubblico romano la costruzione filologica e intima del suo omaggio alla Nannarella.
[di Redazione]
L'Arena Notti di Cinema a Parco Tevere Marconi, sotto la direzione di Riccardo Ferrero, ha ospitato una di quelle serate in cui l'arena estiva smette di essere solo un luogo di proiezione e si trasforma in salotto, piazza, piccolo teatro all'aperto. Un'occasione, come il cinema sa essere quando funziona: parlarsi, riconoscersi, riscoprire un volto. L'attesa era doppia: da un lato il film ANNA, opera prima di Monica Guerritore come regista, dall'altro l'incontro con l'interprete, la regista, la sceneggiatrice. Tre ruoli che sulla stessa pellicola non si erano mai sovrapposti così radicalmente nel suo percorso.
Il film ANNA: la notte del 21 marzo 1956 come specchio di una vita
Il film che il pubblico dell'Arena si apprestava a vedere non è un biopic tradizionale. Guerritore rifiuta la via didascalica del racconto lineare, l'infanzia, il debutto, il successo, il declino, e sceglie una contrazione aristotelica dello spazio-tempo:...la notte del 21 marzo 1956, quella in cui a Los Angeles Anna Magnani viene consacrata dall'Academy Award per La rosa tatuata mentre a Roma, nella ricostruzione poetica del film, la Nannarella cammina insonne per le strade, in attesa della telefonata da Hollywood, e conversa con figure notturne come netturbini e prostitute. Attorno a questo perno, il film costruisce un'indagine psicologica sulla ferita di Rossellini, sulla malattia del figlio Luca, sull'ageismo che la esclude dai set e sulla forza che la riporta a teatro. Un film che è, insieme, un atto d'amore e una presa di posizione politica sul modo in cui il cinema, di ieri e di oggi, racconta le donne oltre i cinquant'anni.
Roma, Anna e Monica Guerritore: raccontare una città che non concede fiducia
L'introduzione di Massimo Righetti tesse subito il primo nodo tematico della serata: la doppia difficoltà di raccontare Roma e di raccontare Anna Magnani, città e attrice che si somigliano fino a confondersi. «Quando si parla di Roma si parla del cinema, degli attori, delle attrici, e pensiamo sempre a Anna Magnani. Quando si parla di Anna Magnani si pensa a Roma. Roma può avere le braccia aperte, ma ti può anche respingere se non godi della sua fiducia. È lo stesso, Anna. Quindi raccontare Anna Magnani e raccontare Roma devi avere una grandissima determinazione, se me lo consente anche un pizzico di lucida follia, ma soprattutto un infinito talento».
Guerritore raccoglie il testimone e sposta subito il discorso sul terreno che le è più congeniale: quello della drammaturgia teatrale come chiave di lettura di qualunque opera d'autore. Il riferimento è al dibattito acceso in quei giorni sull'Odissea al cinema, ma il ragionamento vale come manifesto poetico del film che sta per essere proiettato.
«Adesso si stanno facendo tante polemiche anche sull'Odissea, ma i critici e chi commenta i film non sono abituati al teatro. E in teatro il tradire il testo è proprio la messa in scena: mettere in scena Amleto è l'idea che il regista ne ha, ed è un tradimento inevitabile — mostrare quello che lui vede. Il tema che vuoi prendere da un capolavoro sta sempre nell'occhio di chi guarda, di chi interpreta. Ci sono tante storie da raccontare, non una: altrimenti avremmo un'Odissea sola, che per noi resta quella di Irene Papas. Ma l'essere dal multiforme ingegno che è Ulisse parla dell'uomo con la U maiuscola, dell'umanità intera. Con Anna accade la stessa cosa. Anna è il mio sguardo attraverso punti fermi della sua vita: tutto quello che vedrete e che non sapete è realmente accaduto. Mi metto accanto a lei, metto i miei passi dentro le sue orme, e divento lei nei sentimenti, nelle reazioni davanti alla malattia del figlio, al tradimento di Rossellini, all'abbandono. Cose che ne hanno determinato un esito così triste che non ci aspetteremmo mai. Eppure è così straziante: con tutta la sua forza non ce la fa a raddrizzare un destino avverso. E viene messa da parte»».
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L'algoritmo, l'ageismo e la scelta della notte romana
Da qui il salto diretto sul cuore politico dell'opera: la scelta di raccontare una donna cinquantenne in un'industria che, secondo l'algoritmo dominante, considera raccontabile solo la donna tra i venticinque e i quarant'anni. Monica Guerritore non usa formule prudenti, e la sala percepisce il peso di questa presa di posizione.
«Il film serve a restituire il diritto di esistere a un personaggio femminile che non ha i soliti venticinque, trenta, quarant'anni in cui ormai si racconta la donna. Il cinema oggi funziona un po' come un algoritmo, no? Ti impone di raccontare sempre quelle età, quelle immagini, e il racconto del femminile si ferma lì. Invece no: lei ha cinquant'anni, siamo nel '56. E la notte è raccontata da una frase, che spiega a quel poveraccio della Lambretta: "che stai a fa' qua, canti? Parli da sola?" — "C'ho da fa', c'ho un conto in sospeso." — "Ma con chi ce l'hai?" — "America, tanto m'ha tolto, tanto m'ha da ridà"».
Il conto in sospeso è con Ingrid Bergman: il tradimento di Roberto Rossellini le brucia ancora.
«Da quella notte emergono i ricordi dei due dolori che hanno segnato la sua vita: Rossellini e la malattia del figlio, insieme. Questo segna un passato, rende una protagonista di cinquant'anni piena, perché la vita non sono solo le rughe: le rughe vengono perché lei ha vissuto. E da lì c'è tutto il film».
Tennessee Williams, La rosa tatuata e il cimitero di Hollywood
L'Oscar per La rosa tatuata è un passaggio decisivo, che Guerritore racconta con l'aneddotica precisa di chi ha studiato per anni la sua Nannarella. È uno dei pochi momenti in cui la ricostruzione filologica si permette qualche libertà. Libertà che l'autrice rivendica con orgoglio.
«Tennessee Williams voleva che Anna interpretasse La rosa tatuata al cinema, ma Hal Wallis, il produttore, pensava che non fosse in grado di reggere il film: dovrebbe farlo in teatro e poi vediamo. Lei tanto dice e tanto fa che lo convince. Nel film non l'abbiamo messa, ma c'era una scena in cui Anna arriva a Hollywood, sta al trucco, leva le mani dalla faccia al truccatore: oh, togli 'ste mani, sembra una maschera de cera. Accanto a lei, come nella realtà, c'è Orson Welles, che lei non aveva riconosciuto perché aveva un asciugamano sul viso. Le dice: benvenuta al cimitero di Hollywood. Siamo tutti maschere di cera qua. E lei: io no, manco per niente. E va con la sua faccia. È uno dei primi momenti in cui si capisce che litigherà anche a Hollywood».
Il fuoco dell'attrice e la freddezza del mestiere
Dal racconto di Anna Magnani il discorso scivola su Monica Guerritore stessa: sul fuoco che l'interprete porta con sé da cinquant'anni, e che chi la vede a teatro, al cinema o in televisione riconosce all'istante. La risposta diventa una lezione di poetica attoriale, la più densa della serata.
«Il fuoco parte come una scarica di adrenalina quando c'è qualcosa che capisci, che hai preso. Non è solo nel mio mestiere: viene un'intuizione, si apre una chiave che ti porta fuori dal vissuto, entri in un'altra vita. Sono queste piccole chiavi a creare i personaggi che poi uno dice hanno il fuoco. Attenzione, però, perché il fuoco è prima. Il mestiere dell'attore richiede una freddezza che ti permette di creare e poi di raffreddare tutto, perché quando giri hai la troupe attorno e tutti gli ostacoli possibili: devi fare quello che hai disegnato durante i momenti del fuoco. Io lo cito sempre: se andate a vedere la corsa di Roma città aperta, lei corre, corre, corre mentre fa quella scena così forte in cui grida Francesco!. E guarda due volte per terra — una per non cadere, e due per capire dove deve cadere. Perché il fuoco è là. Guarda, riguarda e cade».
L'attrice di teatro dentro il cinema: i trucchi di Anna Magnani
Da qui la lezione si fa ancora più tecnica, e Guerritore rivela un dettaglio che solo chi ha frequentato l'avanspettacolo può cogliere. È la parte in cui il pubblico dell'Arena ha percepito, forse più che altrove, di essere davanti a una maestra del mestiere che stava aprendo la sua bottega.
«Essendo un'attrice di teatro, Anna conosce anche i trucchi dell'avanspettacolo, dove si faceva a gara con Totò per chi disturbava di più l'altro pur di avere più attenzione. Nella scena di Roma città aperta si mette un fazzoletto al collo: un dettaglio che prende vita mentre lei corre. Secondo me con Rossellini ha litigato — lui le avrà detto "è un film in bianco e nero, sei vestita di nero, è una scena drammatica, che ti metti 'sto fazzoletto?". E lei: "me lo metto, non ti preoccupare." In tutte le immagini, anche fotografiche ferme, quel fazzoletto si muove in aria. E non le basta: lo prende anche in mano, così mentre corre continua a muoversi. Muove tutto, fa vedere. Altrimenti c'è un corpo immobile; così invece il corpo vive».
Il ragionamento diventa poi il manifesto della differenza tra il cinema italiano e quello internazionale, sulla scia di un'idea distorta di neorealismo che Guerritore non risparmia.
«Nel cinema italiano hanno avuto un'idea sbagliata del neorealismo, della verosimiglianza. E così non arrivano mai a quella verità che solo l'interprete restituisce, tradendo il personaggio originario. Perché anch'io tradisco Anna Magnani: non sono truccata come lei, ho dei colori che le assomigliano, certo, non la potevo fare bionda. Ma un'attrice di teatro ha quella forza che non è muovere le mani: è essere, e riempire di sé il personaggio anche nei momenti drammatici. Si può essere forti ed espressivi anche nella drammaticità senza essere vuoti. Perché più togli, più togli, alla fine sei una marionetta ferma che recita solo con gli occhi. Si dice recita benissimo con gli occhi: ma c'è un corpo. Il corpo delle donne che non recita più. Gli uomini sì».
Il metodo di regia di Monica Guerritore: dalla scrittura al set con una troupe di attori teatrali
Sul possibile momento di dubbio davanti a una storia così gigantesca — uno sbandamento, una paura di non arrivare al cuore del personaggio — Guerritore risponde con la naturalezza di chi ha lavorato per anni al progetto. La risposta rivela un metodo che è quello del teatro applicato al cinema, e sposta il merito sul lavoro collettivo di una troupe di attori teatrali arrivati sul set già pronti.
«No, mai. Facendo teatro e avendo una tecnica di lavoro completamente diversa dal cinema — dove arrivi sul set quasi preso alla sprovvista, senza preparazione — per me era diverso: tutto era già formato e preciso nella mia mente, doveva solo essere messo in parole. E a quel punto ho avuto accanto i professionisti che dovevano riportare dalle parole alle immagini. Sono tre passaggi: l'immagine, la parola e di nuovo l'immagine, che deve essere il più possibile simile a quella che hai immaginato — mai uguale. Anche Michelangelo aveva in testa una cosa e poi la guardava e diceva non è come volevo. Ho avuto il direttore della fotografia, la scenografa Nicoletta Ercoli, e attori che sono praticamente tutti attori di teatro: sono arrivati in scena pronti, senza esitazioni, senza perdite di tempo».
Il ritorno a teatro e l'umanità come parola d'ordine
L'ultimo movimento della serata riguarda il momento in cui il cinema smette di chiamarla e Anna Magnani torna al palcoscenico. Monica Guerritore ne fa una questione di sopravvivenza, e chiude il cerchio con una parola, "umanità", che riconsegna il film alla sua vocazione più profonda.
«Per una donna di talento, non lavorare più significa avere le ali tagliate. Ecco perché torna a teatro: perché il teatro ha l'applauso del pubblico, che ti ridà le ali, ti solleva, ti fa volare. Il film che vedete ha molto a che fare con una parola che finalmente è ritornata anche in televisione: umanità. Perché c'è una vita dietro le persone. Il cinema serve anche a questo. Questo film racconta una vita, niente di più, niente di meno: la vita di una madre, di un'attrice e di una donna con un amore infelice. Basta».
L'applauso dell'Arena Notti di Cinema a Parco Tevere Marconi è la coda naturale a un incontro che, prima ancora della proiezione, aveva già consegnato al pubblico il vero cuore di ANNA: la convinzione che raccontare una vita, con la sua carne, le sue rughe, i suoi silenzi, sia ancora, oggi, l'unico gesto cinematografico davvero politico.
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