La colonia di Marivaux secondo Frosini/Timpano al Teatro India: un'utopia egualitaria del 1750 con un finale capovolto. La recensione.
Con i tredici interpreti del Corso di Perfezionamento del Teatro di Roma, Frosini e Timpano trasformano l'utopia di Marivaux in una commedia sulla parità che capovolge il finale settecentesco
[di Federico Bonadonna]
Gli attori rotolano in scena, scivolando uno dopo l'altro sotto un sipario nero, come naufraghi rigettati dalla risacca su una spiaggia sconosciuta. È un'immagine potente che riassume lo spirito di questa Colonia di Marivaux portata in scena al Teatro India da Elvira Frosini e Daniele Timpano con le attrici e gli attori del Corso di Perfezionamento del Teatro di Roma. Siamo su un'isola tra corpi che devono ricominciare da zero e ripensare le regole del vivere insieme. Ne esce uno spettacolo attuale che ha il passo di un'opera compiuta e non di un saggio di fine corso, come la spettatrice seduta accanto a me si è premurata di dire a voce alta alla sua amica di fianco.
Una bomba a orologeria settecentesca
Il testo, affrontato a partire dalla traduzione di Beppe Navello, è una piccola bomba a orologeria settecentesca. Si tratta di una commedia utopica in un atto del 1750, rifacimento de La Nouvelle Colonie andata in scena senza fortuna vent'anni prima: dopo un naufragio, su un'isola deserta, le donne si ribellano agli uomini per fondare una società finalmente egualitaria e governata anche da loro, con echi evidenti di Aristofane, dalla Lisistrata, dove le donne piegano gli uomini con lo sciopero del sesso, alle Donne al Parlamento, dove conquistano l'assemblea e il governo della città. Marivaux non fa sconti e sul piano umano non si salva nessuno. Gli uomini sono arroccati nei loro privilegi, le donne si dividono tra ambizioni, gerarchie di ceto e vanità, e l'utopia si incrina presto sotto il peso delle debolezze personali. Sul piano politico, invece, il testo lascia emergere, con una chiarezza che a metà del Settecento ha qualcosa di profetico, una verità che ancora oggi fatichiamo a praticare: senza la partecipazione delle donne non può esserci democrazia. Frosini e Timpano tengono insieme questi due livelli senza appiattirne nessuno, ed è qui che lo spettacolo trova la sua forza.
Il presentatore in smoking
Il dispositivo che rafforza la scena è una trovata di grande efficacia: una sorta di presentatore in smoking, davanti a un microfono, che fa da narratore ma soprattutto da dissacratore. È la figura che incarna la cifra di Frosini/Timpano, quell'ironia meta-teatrale che decostruisce il testo mentre lo serve, commenta, punzecchia, mette tra virgolette la retorica dei personaggi e ci impedisce di aderire comodamente a una parte. Grazie a lui il Settecento non diventa museo, e l'attualizzazione slogan.
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Il pappagallo e il grottesco
Il metodo si sente in ogni scena. Lo si vede nella libertà con cui il gioco scenico si apre al grottesco. In una scena si spara a un pappagallo, rappresentato da un animale di peluche: un momento di comicità surreale che fa ridere e insieme raggela. Viene quasi da rimpiangere che non sia comparso un orinale, "pappagallo" nella lingua comune, che avrebbe portato il doppio senso fino in fondo, nel solco di quella vena di sana volgarità che il teatro comico conosce da Aristofane in poi.
Un uomo dalla parte delle donne
A un certo punto uno degli attori entra in scena vestito da donna e annuncia, con l'aria di chi si scusa per un ripiego, che da quel momento farà lui la parte femminile, perché le attrici sono poche. È una giustificazione da capocomico, uno di quei piccoli strappi meta-teatrali di Frosini/Timpano. Ma con loro una necessità non resta mai solo una necessità. L'attore gioca apertamente a fare il travestito, ne esagera i gesti e le movenze, e intanto, scena dopo scena, slitta dalla parte opposta della barricata, fino a schierarsi con le donne nella battaglia finale. Il gesto ha una lunga genealogia. Nel teatro greco tutti i ruoli femminili erano affidati a uomini, e quindi anche Lisistrata e Prassagora avevano corpo e voce maschili. Nelle Donne al Parlamento avviene il travestimento opposto: sono le donne a camuffarsi da uomini per conquistare l'assemblea. Qui il gioco si rovescia ancora una volta, e il messaggio politico arriva limpido. I ruoli di genere sono, appunto, ruoli: qualcosa che si recita, si indossa e si può smontare. E un uomo può scegliere da che parte stare.
Il finale capovolto
E poi c'è il finale, dove la regia compie un capovolgimento. In Marivaux la partita si chiude con l'inganno di Ermocrate: il filosofo finge un attacco dei selvaggi, le donne abbandonano la loro rivolta e tornano docilmente alle faccende di casa, lasciando agli uomini il governo pur di non impugnare le armi. Frosini e Timpano lasciano che il pubblico creda di assistere a questo, poi rovesciano la scena una seconda volta. Le donne hanno soltanto finto di credere all'allarme. Dopo la fuga simulata, sono loro a giocare d'astuzia: inventano un fragore sordo, una specie di terremoto, e questa volta sono gli uomini a scappare. Le donne rientrano in scena ridendo della ritirata dei maschi, e quella risata scioglie in un colpo trecento anni di finale conservatore. È un colpo di scena che funziona perché non tradisce Marivaux, ma lo prende in parola. Usa contro gli uomini la stessa arma con cui loro avevano vinto, l'inganno e la paura, e mostra che la presunta superiorità maschile era solo un trucco ben recitato. Il testo settecentesco lasciava la questione aperta; questa regia la chiude con una risata che ha il sapore di una rivincita.
Tredici interpreti, una compagnia
Tredici giovani interpreti reggono la scena con una compattezza da compagnia rodata: Angelica Accarino, Clara Borghesi, Pietro Bovi, Ilaria Celani, Francesca D'Urso, Emma Ghiurghi, Tommaso Linzalone, Ruben Mulet Porena, Diego Parlanti, Davide Papasidero, Alessandro Pocek, Francesco Providenti e Camilla Ventura mostrano tutti presenza, precisione e un'invidiabile libertà. Sanno passare dal registro brillante a quello grottesco a quello improvvisamente serio senza perdere il ritmo. Si avverte in molti una personalità attoriale già definita e, soprattutto, il gusto di stare in scena insieme, di ascoltarsi e rilanciare.
Un teatro per pensare insieme
Ed è forse questo il risultato più prezioso. In un tempo in cui le discussioni su parità, rappresentanza e potere si consumano spesso in contrapposizioni rigide, La colonia ci restituisce il teatro come luogo in cui le contraddizioni si possono vedere, ridere e pensare insieme. Una commedia di quasi tre secoli fa che parla al presente senza bisogno di forzature, una regia che ha la generosità di mettersi al servizio degli attori e una nuova generazione di interpreti da tenere d'occhio. Sarebbe un peccato se restasse un appuntamento isolato: questo lavoro merita repliche e un pubblico ampio.
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