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La vertigine colorata del nulla. Amleto² e l'arte di sopravvivere a se stessi

Recensione di Amleto² di Filippo Timi all'Ambra Jovinelli. Un viaggio nell'estetica del dolore tra giovinezza perduta e la salvezza della finzione.

All'Ambra Jovinelli nell’ Amleto² di Filippo Timi la tragedia si fa pop. Tra palloncini e specchi temporali, la cronaca di una dissociazione necessaria.

[di Massimo Righetti]

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All'Ambra Jovinelli di Roma il brusio della sala si spegne e tu senti immediatamente che qualcosa sta per rompersi. Non è il silenzio religioso della tragedia che sta per essere raccontata, no. È qualcosa di più elettrico, di più instabile. 

Si apre il sipario e ti trovi di fronte una gabbia, non la Danimarca. Una gabbia da circo, sfacciata, volgare, colorata. E dentro quella gabbia ci sono io. O meglio, c'è Filippo Timi, ma a quel punto, la differenza è un dettaglio trascurabile. Sono il personaggio che porta addosso il peso di tutte le parole che ha detto e di quelle che non ha avuto il coraggio di urlare, e mi ritrovo lì, vestito di paillettes e disperazione, a cercare di capire se sono ancora vivo o se sto solo recitando la parte di uno che respira.

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Ci sono palloncini, ovunque. Un esercito di sfere colorate che galleggiano, mute, leggere. Verrebbe da pensare alla gioia, all'infanzia, a quelle domeniche pomeriggio che sanno di zucchero filato. Invece no. Quei palloncini sono lì per dire altro. Sono la vernice fresca stesa sopra una crepa che sta inghiottendo il muro. È questo che facciamo noi adulti, noi sopravvissuti: prendiamo il dolore, quel dolore nero, pesante, insostenibile, e lo verniciamo di rosa, di giallo, di azzurro.  È quello che Filippo Timi chiama "alleggerimento dell'illusione perduta": quando il dolore diventa troppo grande, l'unica cosa che puoi fare è trasformarlo in un giocattolo pop. Pastellare il disagio. Prendere l'orrore di un destino già scritto, il padre morto, la madre adultera, il regno marcio e riempirlo di elio, sperando che voli via, lontano.

Siamo tutti lì, seduti al buio, e capiamo che Amleto non è più il Principe che cerca vendetta. È un uomo di cinquant'anni, stanco. Annoiato dalla sua stessa tragedia. Uno che non ha più voglia di urlare contro il cielo, preferisce ridergli in faccia. E allora il male diventa inattaccabile, certo, ma diventa anche ridicolo. Un barattolo di Nutella gigante, un trono sproporzionato, Marina Rocca in una Marilyn Monroe che è spettro e icona, bionda dentro e morta fuori. È un circo, la vita. 

Poi, d’improvviso, lo specchio si infrange. Arriva la scena con la Madre, la Regina Gertrude, una Lucia Mascino che è tempesta e approdo, magnifica. Ma nell'alcova, a gridare il dolore di un figlio tradito, non c’è l’uomo di cinquant’anni. C’è un corpo giovane. Gabriele Brunelli. Timi si fa da parte, diventa ombra, osserva. E in quello sguardo c’è tutta la crudeltà del tempo. È una vertigine fisica, vedere la propria giovinezza agire mentre tu resti a guardare. È lo specchio temporale che non riflette chi sei, ma chi non sarai mai più. Quel ragazzo sul palco è il fantasma di un’identità perduta, l’Amleto che bruciava di un fuoco che ora è diventato cenere e mestiere. È una dissociazione che ti entra sotto la pelle. Capisci che la vera follia non è vedere i fantasmi, è vedere se stessi e non riconoscersi. Qui "Io" è un ragazzo che recita la vita che tu hai già consumato. 

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E intanto la gabbia è lì. Non se ne va. Siamo abituati a pensare che le sbarre servano a tenere dentro le bestie feroci ma qui la gabbia è il perimetro entro cui noi tutti, come Amleto, recitiamo la nostra parte. È il confine rassicurante che ci separa dall'abisso. Dentro la gabbia possiamo essere pazzi, possiamo essere Re, possiamo fingere. Fingere che la morte sia solo un led rosso che si accende intorno al corpo di Ofelia (una Elena Lietti magnetica). Fuori dalla gabbia c'è il reale, e il reale fa paura. Per questo Timi costruisce questo circo dell'anima. Perché ha capito una verità che fa tremare i polsi: la sincerità è sopravvalutata. La verità uccide. La finzione, invece, salva. "Si può solo fingere", sussurra il testo. Fingere è un atto di resistenza. Fingere è l'unico modo per guardare il male negli occhi e scoppiargli a ridere in faccia.

Non è un teatro che ti spiega il mondo. È un teatro che te lo fa sentire addosso come una febbre. Quando tutto finisce, quando l'ultima luce si spegne su quel disastro colorato, non ti porti via una morale. Ti porti via una sensazione fisica, precisa. Come di chi ha corso fortissimo restando fermo. Esci e Roma è sempre lì, eterna e indifferente. Ma tu ti senti diverso. E ti accorgi che stai camminando più leggero, quasi fluttuando come un palloncino. Forse perché hai capito che la tua gabbia, quella che ti porti dietro ogni giorno, in fondo può essere arredata. Che il nulla che avanza fa meno paura se hai il coraggio di colorarlo. E mentre ti allontani nel freddo della sera, ti sorprendi a pensare che non serve essere veri per essere vivi. Basta essere credibili. Che siamo tutti, magnificamente, palloncini in attesa di uno spillo. 

E in quell'attesa, solo in quella, siamo vivi per davvero.

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