Knife, la recensione del documentario di Alex Gibney su Salman Rushdie

Knife di Alex Gibney: l’attentato a Salman Rushdie, il recupero, la fatwa e la libertà di scrivere in un documentario intimo e d’impatto. Recensione.

Valutazione: ★★★☆☆ (3.0 su 5)

Dal memoir Coltello, il premio Oscar Alex Gibney ricostruisce l’attentato di Chautauqua del 2022, il recupero dello scrittore e trentacinque anni di fatwa, con le riprese in ospedale di Rachel Eliza Griffiths.

[di Ludovico Cantisani]

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Diretto da Alex Gibney, premio Oscar per Taxi to the Dark Side e recentemente passato a Venezia con il suo documentario di quattro ore complessive su Elon Musk, Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie racconta la figura del celebre autore de I versi satanici a partire dall’attentato subito il 12 agosto 2022 a Chautauqua, nello Stato di New York, per effetto della fatwa ormai più che trentennale scagliata su di lui dall’ayatollah Khomeini. Tratto dal memoir dello stesso Rushdie, uscito in Italia con il titolo Coltello, e composto attingendo anche a immagini esclusive che la moglie dello scrittore, Rachel Eliza Griffiths, aveva girato in ospedale già nelle ore successive all’attentato, Knife alterna di fatto diversi livelli di narrazione.

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Quattro livelli di racconto

C’è innanzitutto l’attentato che ha messo a repentaglio la vita di Rushdie e lo ha lasciato privo di un occhio, insieme al percorso di recupero dello scrittore e al processo al suo attentatore, Hadi Matar. Ci sono poi le controversie che hanno accompagnato I versi satanici sin dalla pubblicazione nel 1988, nel mondo anglosassone e soprattutto nel mondo islamico, benché Rushdie anche in questo documentario ripeta che “quando stavo scrivendo I versi satanici non pensavo che avrei potuto offendere qualcuno”, ed esterni l’ipotesi di aver fatto semplicemente da capro espiatorio in un momento di crisi della rivoluzione iraniana, quando era opportuno individuare un nemico esterno. C’è una ricognizione complessiva sulla biografia di Rushdie, che per la prima volta si apre anche sulla sua vita privata e sul matrimonio con Griffiths. E c’è infine una più generale riflessione sul rapporto tra la libertà della scrittura e l’oppressione religiosa.

Il settimo sigillo in sala operatoria

Tra i momenti più intensi di Knife c’è ovviamente il racconto fatto in prima persona da Salman Rushdie dell’attentato, del recupero e delle reazioni variegate che la notizia ha suscitato: solidarietà nei paesi occidentali, una tardiva e timida reazione dall’India, il paese natale dello scrittore, che si era poi trasferito prima nel Regno Unito e quindi negli Stati Uniti. Rushdie dice di riuscire “ancora a vedere al rallentatore il momento” del multiplo accoltellamento; trasportato d’urgenza in sala operatoria, ricorda confusamente la presenza di diversi medici attorno al suo corpo e soprattutto l’immagine di lettere che fluttuavano per la stanza, per poi trovarsi a sognare la celebre scena de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman in cui il cavaliere interpretato da Max von Sydow gioca a scacchi con la morte. “Perché non ho lottato? Perché non sono scappato?”, si chiede lo scrittore. “Ero così fatalista da arrendermi semplicemente all’idea del mio omicidio?”. Se lo chiede dopo aver immaginato tante volte un attacco simile ed essere scampato a diversi complotti, mentre il suo traduttore giapponese era stato assassinato e anche il traduttore italiano, Ettore Capriolo, era stato accoltellato per il suo lavoro nella diffusione del libro.

Un coltello, molti film

“Essendo sopravvissuto, non posso scampare alla predilezione della mia mente per le libere associazioni”, rimarca ironicamente Rushdie, per poi rimandare, con l’aiuto del montaggio, a una serie di film accomunati dalla presenza di un coltello: Il coltello nell’acqua di Polanski, West Side Story di Jerome Robbins e Robert Wise, La parola ai giurati di Sidney Lumet, Psycho di Alfred Hitchcock, e poi all’immaginario di Philip Pullman e allo stesso incipit de I versi satanici, “per rinascere devi morire”. Surreale ma riuscita anche la sovrapposizione tra un’immagine di Rushdie nel letto d’ospedale con l’occhio bendato e il verso “If I ever lose my eyes” della canzone Moonshadow di Cat Stevens, che, diventato musulmano con il nome di Yusuf Islam, espresse pubblicamente sostegno alla fatwa dell’ayatollah Khomeini contro lo scrittore.

Reenactment e animazione

La scelta di ricreare in reenactment, con controfigure, il momento dell’attentato in apertura del documentario è un po’ troppo sensazionalistica e insieme didascalica, così come, sul finale, la messa in scena del dialogo impossibile tra lo scrittore e il suo attentatore immaginato dallo stesso Rushdie; meglio riuscite le brevi sequenze animate che portano sullo schermo alcune pagine de I versi satanici e altre riflessioni dello scrittore. Se l’incipit che ricostruisce per frammenti l’accoltellamento è un po’ gratuito e ridondante, le immagini più impressionanti sono quelle che mostrano le effettive condizioni di Rushdie in ospedale nei giorni e nelle settimane successive all’aggressione, con l’occhio accecato bene in vista e una lunga cicatrice sull’addome. Assistiamo anche all’arrivo, nella camera d’ospedale, della prima benda per l’occhio destro, che da allora accompagna sempre l’autore nelle sue rare uscite pubbliche insieme a occhiali scuri con una sola lente oscurata. Significativo anche il racconto della prima volta in cui Rushdie si è visto allo specchio dopo l’intervento di chiusura delle palpebre, che lo scrittore ricollega alla canzone I’m Looking Through You dei Beatles e ai precedenti momenti di passaggio della sua vita, come il trasferimento da Bombay a Londra o la riorganizzazione dell’esistenza dopo la fatwa.

Sui passi dell’aggressore

Efficace anche la ricostruzione dell’attentato compiuta da Rushdie stesso alla Chautauqua Institution poco più di un anno dopo i fatti, intervallata dalle immagini d’archivio dell’attacco reale. L’affermazione “adesso sto curiosamente ripercorrendo i suoi passi”, così come altre riflessioni di Rushdie sul carattere intimo di un’aggressione col coltello, lasciano scorgere una simmetria di sapore tragico, nel senso tecnico del termine, tra attentatore e vittima: una vittima che sin dai tempi della fatwa si è sempre rifiutata di considerarsi tale, e che adesso, con il duplice linguaggio della letteratura e del cinema, può permettersi di adottare addirittura la prospettiva dell’aggressore.

La guerra contro le parole

“Fin dall’inizio gli uomini hanno utilizzato Dio per giustificare l’ingiustificabile. ‘Si muove in modi misteriosi’, dicono gli uomini”, si legge in una celebre pagina de I versi satanici. Episodio recente e sanguinosamente significativo di una più ampia “guerra contro le parole” dalla storia plurimillenaria ma con preoccupanti evoluzioni recenti, l’attentato a Salman Rushdie dell’agosto 2022 per mano di Hadi Matar si è già storicizzato nel mondo della cultura come un episodio pressoché inaudito, anche se resta da stabilire se si sia trattato dell’esecuzione tardiva di una fatwa vecchia di 33 anni o del segnale di una nuova involuzione, dopo gli attentati dell’Isis di alcuni anni prima, nel rapporto tra cultura occidentale e religione islamica. In quanto opera cinematografica, Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie sottostà pienamente ai pregi e ai limiti delle convenzioni del classico documentario americano con un obiettivo narrativo e illustrativo, ma resta una testimonianza d’impatto e per molti versi unica, capace di andare al di là del mero racconto dell’attentato e di tracciare un ritratto complessivo di Salman Rushdie e di una vita che da quasi quarant’anni incarna la libertà di espressione e i pericoli che questa affronta, anche nel nostro angolo di mondo.

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