Massimiliano Caiazzo è Pino Daniele nel film di Nicola Prosatore, in sala dal 15 ottobre: la recensione di Je so’ pazzo.
Massimiliano Caiazzo veste i panni di Pino Daniele nel racconto degli anni della formazione, dai vicoli di Napoli al concerto del 1981, dentro un biopic che funziona più quando suona che quando racconta.
[di Fabio Massimo Tufarelli]
Il cinema sembra sempre più attratto dai fantasmi della musica. Da Hollywood, con i biopic dedicati ai Queen e a Michael Jackson, fino all’Italia, dove tra Rino Gaetano, Fabrizio De André, Franco Battiato e un venturo Lucio Dalla in preparazione, si sta passando in rassegna l’intero albo del cantautorato italiano. Operazioni che tentano di fare un bignami di vite e di decenni di attività artistica, spesso complessa e travagliata, condensandoli nell’arco di un paio d’ore. In questo filone si inserisce Je so’ pazzo di Nicola Prosatore, presentato in anteprima nella sezione Grand Public della 21ª Festa del Cinema di Roma, dedicato a Pino Daniele, uno degli artisti che più profondamente hanno intrecciato la propria musica con l’identità partenopea.
Prosatore, Caiazzo e una materia conosciuta da vicino
Prosatore torna al lungometraggio dopo Piano piano (2022) e affida a Massimiliano Caiazzo il compito di vestire i panni di Pino Daniele. Quella materia, del resto, la conosce da vicino: è cresciuto nello stesso quartiere del cantautore, ne ha frequentato la stessa scuola e ha un passato da musicista.
Da Pinotto a Pino, dai vicoli a Piazza del Plebiscito
Il racconto attraversa gli anni della formazione di Pino Daniele, da un’infanzia segnata sin da subito dal rapporto difficile con il padre, interpretato da Giovanni Ludeno, già alle prese con un’altra figura paterna problematica ne Il Maestro (2025) di Andrea Di Stefano. Nei vicoli di Napoli arriva la folgorazione per il blues, la chitarra, e i primi concerti nei locali con la sua band Batracomiomachia. A ostacolarlo non sono soltanto le difficoltà economiche, ma anche le aspettative familiari, incarnate dalle zie che sognano per lui un posto fisso in Alitalia, garanzia di una stabilità che mal si concilia con le ambizioni del giovane “Pinotto”. Dalle prime esperienze musicali al sodalizio con James Senese e i Napoli Centrale, il percorso di Pino si arricchisce di incontri e contaminazioni, mentre prende forma quella miscela di blues, jazz e tradizione napoletana che diventerà la cifra del suo lavoro. Accanto alla crescita artistica, il film segue anche quella più personale, dal matrimonio con Dorina Giangrande (Mariasole Pollio) alla paternità, mostrando il progressivo intrecciarsi fra le responsabilità familiari e le ambizioni della carriera musicale. Il racconto culmina con Nero a metà, il disco che consacra la maturità artistica del cantautore, per poi chiudersi con il leggendario concerto in Piazza del Plebiscito del 1981 davanti a duecentomila persone, in una Napoli pesantemente segnata dal terremoto dell’Irpinia.
Il seppia, la nostalgia e un processo creativo che resta fuori campo
Una fotografia virata in seppia ci accompagna nella ricostruzione nostalgica della Napoli del passato, mentre la regia di Nicola Prosatore si concede qua e là alcuni guizzi estetici che movimentano un racconto altrimenti piuttosto convenzionale. Un aspetto su cui si poteva indugiare di più è quello legato al processo creativo dell’artista: nelle scene in cui Pino compone le sue canzoni, raramente si avverte la fatica della ricerca o l’intensità di un’intuizione. I brani sembrano così arrivare più come tappe già compiute del racconto che come il risultato di una vera gestazione artistica.
Il rischio della caricatura
È un film che cerca continuamente il contatto con lo spettatore, anche attraverso una dimensione quotidiana e ilare, fatta di tavole imbandite e cibo, che diventa quasi un elemento ricorrente della messa in scena. Caiazzo ce la mette tutta, arrivando a prendere venti chili per entrare nel personaggio. Ma a pesare è soprattutto il ritratto di Pino, restituito attraverso i tratti di un eterno bamboccione, tra cotolette mangiate con le mani e friarielli che gli escono dalla bocca. Una caratterizzazione che vorrebbe restituire la spontaneità e l’irriverenza del cantautore, ma che rischia di ridurne la complessità a una serie di tratti caricaturali.
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Dove il film funziona davvero, cioè nella musica
Je so’ pazzo può contare su prove attoriali solide, capaci di sostenere il racconto anche quando la scrittura non trova sempre la misura giusta. Impressionante è la somiglianza di Andrea Garofalo con James Senese: una ricostruzione quasi perfetta, peccato che nelle poche battute che gli vengono affidate risulti difficile capire una parola di quello che dice. È soprattutto nelle sequenze musicali invece, che il film mostra la propria qualità: le ricostruzioni della sala prove e dei live sono fedeli, ben orchestrate e restituiscono con efficacia l’energia di quelle esibizioni. Quando poi la voce è quella originale di Pino Daniele, il racconto acquista una forza diversa. Le canzoni tornano a risuonare con tutta la loro potenza emotiva e il film trova una presa immediata. L’emozione suscitata da quelle canzoni è indiscutibile; più difficile, invece, è trasformarla in un ritratto cinematografico che restituisca davvero la complessità di un gigante come Pino Daniele.
Quello che resta dopo i titoli di coda
Il merito più grande di Je so’ pazzo risiede proprio in ciò che resta dopo i titoli di coda: la voglia di tornare ad ascoltare Pino Daniele e ripercorrerne, dall’inizio alla fine, l’intera discografia.
Je so’ pazzo è liberamente tratto dal libro Pino Daniele. Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce (Rai Libri, 2022), scritto dal figlio Alessandro Daniele, ed è sceneggiato dallo stesso Prosatore con Edoardo Puma e Carlo Salsa. Prodotto da Tartare Film e Camfilm con Rai Cinema, è nelle sale italiane dal 15 ottobre 2026, distribuito da 01 Distribution.


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