Jafar Panahi condannato in contumacia a cinque anni e un mese e alla confisca dei beni. Il fascicolo lo dice all’estero: è in Iran.
Sentenza in contumacia a Teheran per il regista della Palma d’Oro 2025.
[di Redazione]
Jafar Panahi è stato condannato a cinque anni e un mese di reclusione e alla confisca di tutti i beni, mobili e immobili. La sentenza porta la firma della Sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran e aggiunge due anni di divieto di espatrio e due anni di divieto di attività sui social. A renderla nota, martedì 27 ottobre, è stato il suo avvocato, Mostafa Nili.
Il verdetto è arrivato in contumacia. Panahi non ha mai ricevuto la notifica dell’udienza, e nel fascicolo risulta residente all’estero. Vive invece in Iran dal 30 marzo 2026, quando è rientrato subito dopo la notte degli Oscar. A settembre si è anche presentato di persona alla Procura per la Cultura e i Media, per un altro dei procedimenti a suo carico. Un uomo dichiarato assente dagli uffici in cui entra a piedi.
Un conto congelato
Della condanna Panahi ha saputo dalla banca. La settimana scorsa i suoi conti sono stati bloccati. Con il legale si è presentato all’ufficio esecuzione sentenze della Procura per capirne il motivo, e lì ha trovato una sentenza già scritta. Le accuse di questo procedimento non sono state rese note.
L’ordine di confisca mira ai mezzi prima che al corpo: la casa, i risparmi, ciò con cui si vive e si lavora. Il corpo, intanto, resta libero di attraversare Teheran. Al momento Panahi non è detenuto e, secondo Nili, ha tre procedimenti aperti.
Lo stesso giorno, due uffici
Il paradosso ha un precedente esatto. Il 20 maggio 2026 la Sezione 16 della Procura per la Cultura e i Media ha emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti. Quel giorno Panahi sedeva nella Sezione 26 del Tribunale Rivoluzionario, per un’udienza in un altro procedimento. Un ufficio lo cercava, l’altro lo aveva davanti.
La nuova sentenza è distinta dalla condanna a un anno per propaganda contro il sistema, emessa dalla stessa Sezione 26 nel dicembre 2025. Anche quella arrivò in contumacia, mentre il regista era all’estero per la campagna del film, e a giugno il giudice Iman Afshari l’ha confermata. Tra le motivazioni figurava la realizzazione di un film girato in clandestinità e giudicato “problematico” contro l’ordine costituito.
Sedici anni di divieti
Nel 2010 i giudici gli infliggono sei anni di carcere e vent’anni di interdizione. Niente film, niente sceneggiature, niente viaggi all’estero, niente interviste. Panahi continua a girare. Arrivano This Is Not a Film, poi Taxi Teheran, Orso d’oro a Berlino nel 2015, poi Gli orsi non esistono.
Nel luglio 2022 si presenta alla procura del carcere di Evin per chiedere notizie dei colleghi Mohammad Rasoulof e Mostafa Al-Ahmad. Lo arrestano lì, e la condanna del 2010 torna esecutiva. Esce nel febbraio 2023, dopo uno sciopero della fame.
Un semplice incidente nasce da quella detenzione, dai racconti ascoltati in cella. Girato senza permessi, vince la Palma d’Oro a Cannes nel 2025 e arriva fino alla candidatura all’Oscar. Panahi aveva la residenza in Francia, e dopo la cerimonia quella porta restava aperta. Ha scelto di tornare a casa.
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Le immagini già consegnate
Alla Festa del Cinema di Roma 2025, dove ricevette il Premio alla Carriera, Panahi raccontò di aver cercato Dio ovunque dopo la morte del padre, e di averlo trovato “nelle immagini”. Una sentenza può raggiungere la casa, i conti, il passaporto. I film abitano altrove: nelle sale che li hanno proiettati, da Cannes a Roma, e negli occhi di chi li ha visti.
A quell’indirizzo nessuna notifica può arrivare.

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