Recensione di four seasons changed al Romaeuropa: Vivaldi ricomposto da Max Richter, suonato a memoria dai BRYGGEN. Nostalgia, specchi e cuore.
Al Romaeuropa Festival i BRYGGEN suonano a memoria le Quattro Stagioni ricomposte da Max Richter. Una recensione sulla nostalgia, sulla fine di una stagione e sulla musica riportata al cuore.
[di Massimo Righetti]
Restate in linea. La vostra chiamata è importante per noi.
E sotto, puntuale, la Primavera. Gli uccelli di Vivaldi cinguettano per l’assistenza clienti, i ruscelli mormorano tra il banco frigo e le casse automatiche, il temporale d’estate accompagna un fuoristrada dentro un guado, al rallentatore, con il fango che schizza a tempo. In tre secoli Le quattro stagioni hanno fatto il giro del mondo così tante volte da diventare paesaggio, come la carta da parati, come il rumore del traffico. La musica più amata del pianeta si è trasformata nella colonna sonora ufficiale dell’attesa: quella che si ascolta mentre si aspetta qualcos’altro, con la vita in pausa.
Un mondo segreto e meraviglioso
Max Richter quella musica l’aveva conosciuta in un altro modo, da bambino, sul giradischi dei genitori. "Posizionavo la puntina, aspettavo il fruscio e mi rilassavo mentre la musica si diffondeva magicamente. Mi sembrava di aver scoperto un mondo segreto e meraviglioso." Anche quella era un’attesa, ma di quelle buone, che finiscono in una scoperta. Crescendo, il mondo segreto ha cominciato a uscire di casa senza chiedere il permesso: negli spot, nei centri commerciali, nei film d’azione, nei telefoni. Finché Richter ha scritto la frase che ogni amore consumato conosce: "Smisi di percepirla come musica, era diventata un fastidio."
Nel 2012 ha fatto quello che si fa con le cose amate e perdute: ha provato a riprendersela. Ha aperto la partitura e ne ha cancellato tre quarti, con la pazienza di un amanuense e la mano ferma di chi vuole dimenticare. Con il quarto rimasto ha costruito dei loop, frasi vivaldiane ripetute finché non girano su se stesse, e il disco lo ha presentato al Berghain di Berlino, dove la ripetizione è una religione praticata fino al lunedì mattina. Vivaldi, il Prete Rosso, in un tempio della techno. Nel 1725, quando le Stagioni uscirono, nessuno l’avrebbe previsto, anche se Vivaldi il trucco l’avrebbe riconosciuto al volo.
Il trucco infatti è antico. I concerti delle Stagioni sono costruiti sul ritornello, una frase che si allontana e torna, si allontana e torna. Richter ha tolto le distanze e lasciato i ritorni. E il ritorno, quando insiste, ha un nome preciso: nostalgia, una parola fatta di due parole greche, nóstos, il ritorno, e álgos, il dolore.
Riportare al cuore
Domenica 11 ottobre, al Teatro Argentina di Roma, quella musica ripresa per i capelli è arrivata al Romaeuropa Festival per un solo giorno, suonata a memoria. In italiano “a memoria” è un affare della testa. Gli inglesi dicono by heart, i francesi par cœur, e lì il cuore si sporge già. A scavare, però, anche l’italiano ci arriva da solo: ricordare viene dal latino recordari, riportare al cuore, che per gli antichi era la sede della memoria. Diciannove musicisti e nessun leggio: Vivaldi lo tengono nel corpo.
Sono i BRYGGEN, orchestra d’archi di Bruges nata nel 2020 e qui al debutto italiano. Suonano senza direttore, guidati dal violino di Jolente De Maeyer, e nel 2022 hanno cominciato a lavorare con il coreografo Michiel Vandevelde attorno a una domanda semplice e vertiginosa: si può suonare bene in piedi, sdraiati, camminando in cerchio? Si può, a patto di smettere di leggere. "È stato difficile memorizzare contemporaneamente coreografia e musica", racconta De Maeyer, "ma ora sono completamente intrecciate, sono un unico ricordo. E la memoria non è solo mentale, è anche molto fisica: ricordiamo la musica attraverso i movimenti e ricordiamo i movimenti attraverso la musica."
Un unico ricordo. Riportato al cuore, e da lì nelle gambe.
In mezzo a loro si muove una sola danzatrice, Amanda Barrio Charmelo. Vandevelde le ha affidato quattro stagioni e quattro madri: Isadora Duncan per la primavera, Anna Halprin per l’estate, Pina Bausch per l’autunno, Trisha Brown per l’inverno. Quattro donne che hanno insegnato al Novecento a muoversi in un altro modo. Un corpo solo che ne ricorda quattro e se le porta come si portano i ricordi: addosso.
Dentro lo specchio
In fondo al palco uno specchio enorme raccoglie i musicisti e la danzatrice e li restituisce raddoppiati, dando alla scena una profondità che il palcoscenico da solo non avrebbe. Lo specchio riflette, chi guarda riflette. Dalla prima fila le due cose accadono insieme: nello specchio, tra gli archetti e il corpo della danzatrice, compare anche chi sta in platea. Mi sono visto lì, in mezzo all’orchestra, come se toccasse anche a me suonare, danzare, emozionare. Dalle ultime file forse lo specchio non arrivava fin lì, e allora questa sensazione resta mia soltanto. Per qualche minuto, però, la distanza tra platea e palco si è chiusa.
La fine di una stagione, la fine di un amore
Nell’autunno arriva il rosso. Barrio Charmelo indossa un abito di quel colore, e per chi conosce Pina Bausch ha una storia precisa: nella sua Sagra della primavera l’Eletta danza fino a morire avvolta in un vestito rosso. Qui lo stesso rosso compare a festa già finita. Lo racconta il sonetto che accompagna l’Autunno: "Celebra il vilanel con balli e canti / del felice raccolto il bel piacere», e poco più avanti, ubriachi di vino, «finiscono col sonno il lor godere". L’autunno comincia così, il giorno dopo la festa.
Tra l’autunno e l’inverno lo spettacolo cambia peso, e la nostalgia si siede in platea. Il rosso dell’abito, gli archi che tornano sulla stessa frase come chi ripassa sotto una finestra che non si accende più. Ogni ritorno fa un po’ più male del precedente. Una stagione finisce come finisce un amore: senza un punto preciso, con la luce che si accorcia un giorno alla volta, finché ci si accorge che fa già freddo e che non c’è più modo di scaldarsi. L’emozione quasi sovrasta. Nostalgia, appunto. Il dolore del ritorno, e insieme il ritorno di un dolore che si credeva passato.
Il primo respiro, l’ultimo
A incorniciare il ciclo ci sono il prologo e l’epilogo elettronici di Didem Coskunseven, Traveler on a Winter’s Night, con un inchino a Calvino e al suo libro fatto di inizi che non finiscono. Coskunseven è ripartita dai sonetti stampati insieme alla partitura e ha immaginato un viaggiatore solo dentro un paesaggio di neve, con il vento che diventa il primo respiro della danzatrice. Sotto il Prophet-5, il sintetizzatore analogico del 1978, scorrono voci umane registrate anni fa con un coro di Belfast e sciolte nel suono.
E il respiro arriva davvero. Tutto comincia da un corpo a terra, immobile. Il primo segno di vita è un fiato appena percettibile, poi un altro più forte, poi un altro ancora, finché il petto trascina con sé il resto e Barrio Charmelo si alza. Una nascita, senza bisogno di didascalie.
Il cerchio si chiude come si era aperto, al contrario. Nell’epilogo i respiri tornano, ma questa volta calano: sussulti sempre più radi, un petto che si solleva sempre meno, finché il corpo resta immobile, come dopo l’ultimo respiro. Nascita, vita e morte, nello spazio di quattro stagioni.
Restate in linea, diceva la segreteria. Alla fine di four seasons changed la musica è la stessa: gli stessi uccelli, lo stesso temporale, la stessa frase che torna. Solo che adesso la si ascolta.
Il sonetto dell’Inverno si chiude con tre versi che sembrano scritti per questo finale: "Sentir uscir dalle ferrate porte / Scirocco, Borea, e tutti i venti in guerra / Quest’è ‘l verno, ma tal, che gioia apporte."
Fuori dall’Argentina è sera, e l’autunno, quello vero, è appena cominciato. Nessuno è più in linea, e non resta nessuno da aspettare. La musica è tornata dove l’aveva lasciata un bambino con la puntina in mano: al cuore.
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