Dio ride di Giovanni Veronesi con Favino e Silvio Orlando: la recensione del film in sala dal 29 ottobre. Fotografia magistrale di Calvesi.
Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando protagonisti di un'opera sorprendente per intensità e profondità, impreziosita dalla straordinaria fotografia di Maurizio Calvesi. Agli Incontri del Cinema d'Essai di Lucca, Veronesi e Favino raccontano la nascita del film in un appassionato confronto con gli spettatori di oltre 50 sale collegate in tutta Italia. Dal 29 ottobre al cinema con PiperFilm.
[di Elisabetta Castiglioni]
«Quanta fiducia ci vuole per credere di non essere te?». È una domanda di Pierfrancesco Favino a offrire forse la chiave più autentica per comprendere Dio ride, il nuovo film di Giovanni Veronesi, presentato il 4 ottobre, nell'ambito della XXVI edizione degli Incontri del Cinema d'Essai di Lucca, in contemporanea con oltre 50 sale del circuito FICE collegate in tutta Italia. Una proiezione che si è trasformata in qualcosa di più di una semplice anteprima: un incontro partecipato, emozionante, attraversato da interrogativi sulla fede, sulla libertà, sul potere e sulla capacità del cinema di dare corpo e verità a ciò che sappiamo essere finzione.
Al Cinema Moderno di Lucca, davanti a un pubblico coinvolto e curioso, Veronesi e Favino hanno ripercorso la genesi di un'opera che segna un passaggio importante, forse decisivo, nella carriera del regista toscano. Un film anomalo rispetto alla sua produzione precedente, capace di sorprendere per l'ambizione narrativa, il rigore della messinscena e la profondità delle riflessioni che propone.
Fra Leopoldo e il cardinale Maculani: una Toscana del Seicento che interroga il presente
Ambientato nella Toscana del Seicento, Dio ride racconta la storia di Fra Leopoldo da Casamacchia, un religioso analfabeta che predica il Vangelo attraverso il sorriso, l'ironia e una sorprendente capacità di parlare direttamente al cuore delle persone. La sua popolarità cresce fino a diventare insopportabile per un potere ecclesiastico abituato a esercitare il proprio controllo attraverso il timore e l'obbedienza. A indagare su di lui viene inviato il cardinale Vincenzo Maculani, interpretato da Silvio Orlando, autorevole inquisitore destinato a scoprire quanto possano essere fragili le proprie certezze di fronte alla semplicità disarmante della fede.
Il risultato è un film che parla di religione senza essere confinato nel cinema religioso, che affronta il dramma senza rinunciare all'umorismo e che, soprattutto, utilizza un'epoca lontana per interrogare il nostro presente. Perché il tema centrale non è soltanto il rapporto tra l'uomo e Dio, ma il conflitto eterno tra la libertà del pensiero e ogni forma di autorità che pretenda di possedere una verità assoluta.
La svolta di Veronesi: la risata come strumento di conoscenza
Per Veronesi si tratta di una svolta artistica evidente. Il regista che ha costruito una parte importante della propria carriera intorno alla commedia, dai Manuale d'amore alle tante collaborazioni con il cinema comico toscano, sembra qui liberarsi da alcune convenzioni stilistiche che ne avevano caratterizzato il percorso. Non rinnega il sorriso, anzi ne rivendica la centralità, ma ne esplora la dimensione più sovversiva, trasformandolo in uno strumento di resistenza morale.
A Lucca lo ha spiegato ricordando una lezione di Mario Monicelli: «La commedia è come la vita», perché basta svoltare un angolo per incontrare qualcosa che fa ridere e quello successivo per trovarsi davanti a qualcosa che fa piangere. Un equilibrio difficilissimo, che Veronesi dichiara di avere cercato a lungo e che in Dio ride trova una delle sue espressioni più mature.
Il film conserva una leggerezza profondamente umana, ma non cerca mai la risata come semplice effetto comico. La risata diventa piuttosto uno strumento di conoscenza, un gesto rivoluzionario perché sottrae il sacro alla paura e lo restituisce all'esperienza quotidiana degli uomini.
Una nuova ambizione visiva per il regista toscano
È soprattutto nella regia che emerge la nuova ambizione di Veronesi. L'attenzione ai tempi comici lascia spazio a una ricerca visiva più articolata, a una costruzione delle inquadrature nella quale il paesaggio, i volti e la luce acquisiscono un'autonoma funzione narrativa. Il cineasta sembra avere riscoperto il piacere di raccontare attraverso le immagini, di lasciare che siano gli ambienti, le distanze tra i personaggi e il ritmo interno delle sequenze a esprimere ciò che le parole non riescono a dire.
La fotografia caravaggesca di Maurizio Calvesi
In questa trasformazione assume un'importanza determinante la magnifica fotografia di Maurizio Calvesi, uno degli elementi di maggiore qualità artistica del film. Il suo lavoro non si limita a restituire la suggestione pittorica del Seicento, ma costruisce una vera e propria drammaturgia luminosa, nella quale la luce diventa espressione dei conflitti interiori dei protagonisti.
Il ricorso ai chiaroscuri, alla modulazione delle basse luci e ai contrasti tra zone illuminate e profondità d'ombra suggerisce un rapporto costante tra rivelazione e mistero, tra fede e dubbio, tra la limpidezza morale di Leopoldo e l'opacità delle strutture di potere che lo circondano. La componente caravaggesca è riconoscibile nella forza plastica dei volti, nella capacità della luce radente di modellare i lineamenti e di restituire consistenza materica ai corpi, ai tessuti e alle architetture.
Ma Calvesi evita la tentazione del puro esercizio estetico. Il suo è un lavoro di notevole finezza sul rapporto tra luce naturale, contrasto tonale e profondità dell'immagine. Negli interni, la luminosità sembra spesso conquistare faticosamente spazio all'ombra, mentre negli esterni la luce si apre alla vastità dei paesaggi, assumendo un valore quasi spirituale. È come se il film opponesse continuamente la chiusura degli ambienti del potere alla libertà visiva della natura, senza trasformare questa contrapposizione in un simbolismo semplicistico.
La fotografia diventa così parte integrante della riflessione filosofica del racconto: la luce non rappresenta soltanto la presenza del divino, ma anche la possibilità di vedere diversamente, di mettere in discussione ciò che si credeva immutabile. Il controllo dei rapporti chiaroscurali, la sensibilità nella resa delle texture e la composizione dei piani restituiscono alle immagini una qualità pittorica rara, contribuendo in maniera decisiva alla credibilità storica e alla potenza emotiva dell'opera.
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Una Toscana insolita: calanchi, strade bianche, canyon
Non meno significativa è la scelta dei luoghi, frutto del lavoro scenografico di Carmine Guarino. Veronesi ha cercato una Toscana insolita, aspra, lontana dall'immagine rassicurante e turistica delle colline armoniose. I calanchi intorno a Volterra, le strade bianche, i canyon naturali, i fiumi incastonati nella roccia e i territori selvaggi restituiscono il senso di una vita segnata dalla fatica, dalla povertà e da un rapporto quotidiano, talvolta ostile, con gli elementi naturali.
Durante l'incontro lucchese, il regista ha raccontato come uno spettatore americano, commosso dopo la proiezione veneziana, avesse stentato a riconoscere in quelle immagini la Toscana. Ed è proprio questa inattesa geografia visiva a rappresentare uno dei meriti del film: il paesaggio non è mai semplice cornice, ma partecipa alla narrazione, amplificando la solitudine dei personaggi, la durezza del tempo storico e la ricerca di qualcosa che trascenda la condizione umana.
A completare la ricostruzione contribuiscono i magnifici costumi di Carlo Poggioli, che con le loro trame consumate, i tessuti lavorati e la calibrata varietà cromatica evitano la rigidità museale del film storico, restituendo invece l'impressione di un mondo realmente abitato.
La direzione corale: ogni volto una storia
Un risultato altrettanto importante si ritrova nella direzione corale, soprattutto nelle scene di massa. Veronesi governa con grande sicurezza la presenza di centinaia di figuranti, senza trasformare le folle in un semplice elemento spettacolare. Ogni volto sembra appartenere a una storia, ogni presenza contribuisce alla costruzione di una comunità viva. I contadini, gli orfani, gli abitanti dei villaggi non costituiscono un fondale indistinto, ma diventano parte essenziale del racconto.
A Lucca il regista ha raccontato di avere selezionato personalmente, uno per uno, anche i volti dei bambini dell'orfanotrofio, cercando espressioni capaci di comunicare meraviglia e innocenza. Un'attenzione che si riflette nella qualità delle reazioni durante i racconti di Leopoldo: primi piani nei quali lo stupore degli ascoltatori diventa quasi importante quanto la parola del protagonista.
Pierfrancesco Favino: una delle sue prove più originali
È qui che emerge la straordinaria prova d'attore di Pierfrancesco Favino, probabilmente una delle interpretazioni più originali e sorprendenti della sua carriera.
Favino costruisce un Leopoldo lontanissimo da qualsiasi stereotipo agiografico. Non è un santo consapevole della propria grandezza, né un predicatore illuminato che conosce gli effetti delle proprie parole. È un uomo genuino, buono, animato da una fede spontanea e incrollabile, che racconta il mondo attraverso gli strumenti semplici della propria esperienza.
Fondamentale è il lavoro sulla lingua. Favino e Veronesi hanno elaborato un dialetto umbro stretto, fortemente caratterizzato, arrivando a inventare persino parole inesistenti. Durante il dibattito il regista ha spiegato come l'attore gli inviasse messaggi vocali nei quali sperimentava quella particolare parlata, fino a convincerlo a scrivere intere parti della sceneggiatura direttamente in dialetto, con accenti e inflessioni accuratamente annotati.
Non si tratta però di una trovata folcloristica. Quella lingua diventa il centro stesso dell'identità del personaggio: ne restituisce l'appartenenza popolare, l'innocenza, la distanza dai codici dell'autorità e soprattutto la capacità di comunicare senza filtri. Favino la accompagna a un lavoro minuzioso sul corpo, sulla gestualità e sui tempi della narrazione, alternando slanci di irresistibile comicità a momenti di assoluta intensità drammatica.
Rispondendo a una domanda arrivata da una delle sale collegate, l'attore ha ricordato lo studio della figura dello zanni, il personaggio popolare che precede le maschere della Commedia dell'Arte, capace di utilizzare corpo, voce e invenzioni dialettali per coinvolgere gli spettatori. Il problema, ha spiegato, era evitare che quella ricchezza espressiva si trasformasse in un'occasione di esibizione virtuosistica. Leopoldo non racconta per far ridere: racconta perché quello è il suo modo naturale di esprimersi.
È esattamente questa misura a rendere l'interpretazione tanto efficace. Favino scompare dentro il personaggio, rinunciando a ogni compiacimento attoriale, fino a rendere credibile una bontà che nelle mani di un interprete meno sensibile avrebbe potuto facilmente sconfinare nella caricatura.
Silvio Orlando, la coscienza tormentata del film
Se Favino rappresenta il cuore pulsante del film, Silvio Orlando ne costituisce la coscienza tormentata. Il suo cardinale Maculani è una figura complessa, dominata inizialmente dalla certezza del proprio ruolo e progressivamente costretta a confrontarsi con qualcosa che sfugge alle categorie attraverso le quali ha sempre interpretato il mondo.
Orlando, che aveva già indossato le vesti cardinalizie nell'universo televisivo di Paolo Sorrentino, offre qui una delle prove più alte e sottili della propria carriera. La sua è una recitazione per sottrazione, fatta di esitazioni, silenzi, sguardi trattenuti e impercettibili mutamenti espressivi. Non cerca mai di sottolineare il dramma interiore del personaggio: lo lascia affiorare lentamente, con una naturalezza che rende ancora più intensa la trasformazione.
Il confronto tra Leopoldo e Maculani è il vero centro morale della pellicola. Da una parte una fede ingenua, ostinata e spontanea; dall'altra l'intelligenza di un uomo colto, abituato a rappresentare l'autorità e improvvisamente attraversato dal dubbio. Favino e Orlando adottano registri recitativi quasi opposti, ma proprio da questa differenza nasce un'alchimia straordinaria.
Non c'è un vincitore in questo confronto, bensì la scoperta della fragilità delle certezze. Orlando conferisce al cardinale una dimensione profondamente umana: lo spettatore riconosce il peso delle sue responsabilità, le contraddizioni e soprattutto la fatica di ripensare sé stesso.
Una spettatrice, visibilmente commossa, ha sollevato proprio questo interrogativo durante l'incontro di Lucca, chiedendo quale comportamento avrebbe assunto Veronesi al posto del cardinale. La risposta del regista è stata illuminante: sono i dubbi, e la capacità di mettersi in discussione, a rendere autenticamente umana una persona.
Il cast di contorno e l'ultima apparizione di Carlo Cecchi
Accanto ai due protagonisti merita di essere ricordato l'intero cast, da Alma Noce, intensa e misurata nel ruolo di Isabella, a Francesco Gheghi, Maurizio Lombardi e Paolo Rossi, fino alla presenza autorevole di Carlo Cecchi nei panni di Papa Innocenzo X, nella sua ultima interpretazione cinematografica.
La partitura di Paolo Buonvino e la voce di Faisal Taher
Un ulteriore elemento di pregio è rappresentato dalla colonna sonora di Paolo Buonvino, che accompagna il racconto senza sovrastarlo, contribuendo a creare una dimensione spirituale sospesa tra passato e presente. Veronesi ha confidato al pubblico che inizialmente aveva immaginato di utilizzare le musiche della cantautrice Daniela Pes, ascoltate durante la scrittura e persino sul set. Ma una volta inserite nel montaggio, quelle sonorità finivano per trasformare radicalmente il carattere del film.
La scelta di affidarsi a Buonvino ha consentito invece di trovare una partitura capace di valorizzarne l'intimità, con timbri antichi, momenti di grande essenzialità e l'impiego evocativo della voce di Faisal Taher. Un lavoro musicale che dialoga armoniosamente con l'impianto visivo e con le interpretazioni, evitando ogni enfasi superflua.
Il ricordo di Francesco Nuti e il "sacerdote laico"
L'incontro di Lucca ha restituito anche una dimensione più personale del progetto. Veronesi ha ricordato Francesco Nuti, scomparso prima della realizzazione del film, raccontando come la sua assenza si sia trasformata paradossalmente in una presenza ancora più forte nella propria vita. Un ricordo commosso, nel quale si può leggere qualcosa della sensibilità che attraversa Dio ride: la convinzione che la leggerezza non sia superficialità, ma un modo profondo di attraversare il dolore e continuare a guardare il mondo.
E proprio Favino, riflettendo sul rapporto fra interpretazione e fede, ha suggerito uno dei pensieri più significativi dell'intero pomeriggio: il pubblico sa perfettamente di assistere a una finzione, eppure le emozioni che prova sono reali. L'attore diventa così, nelle sue parole, una sorta di «sacerdote laico», capace di trasformare una realtà immaginata in un'esperienza collettiva condivisa.
Non poteva esserci riflessione più appropriata per un film che parla della forza della parola, della necessità di credere e del bisogno umano di riconoscersi nelle storie.
Un film "ricco di povertà"
Non tutto in Dio ride procede secondo le regole della consueta narrazione drammatica: alcune sequenze privilegiano la dimensione contemplativa e il valore simbolico rispetto alla progressione dell'azione. Ma proprio questa scelta, e il rifiuto di inseguire a ogni costo il ritmo della commedia, testimoniano il coraggio di un autore che ha deciso di misurarsi con un linguaggio diverso.
Presentato significativamente il 4 ottobre, giorno di San Francesco d'Assisi, il film ha trovato nel pubblico lucchese e nelle sale collegate interlocutori attenti e partecipi. Le domande, gli applausi, le testimonianze commosse e persino i momenti di ironia condivisi con i protagonisti hanno prolungato idealmente la storia oltre lo schermo, trasformando il dibattito in una riflessione collettiva sui temi dell'opera.
Veronesi ha utilizzato un'espressione particolarmente felice per definire ciò che voleva raccontare: un film «ricco di povertà». Una contraddizione soltanto apparente, che racchiude il senso profondo di un'opera costruita intorno al valore dell'essenziale, della solidarietà e della libertà interiore.
Un gesto d'amore verso il cinema
Dio ride è dunque molto più di un film storico sulla fede. È una riflessione sull'autorità e sulla coscienza, sulla forza destabilizzante del sorriso e sulla necessità di coltivare il dubbio. Ma è anche un gesto d'amore verso il cinema, verso gli attori e verso quella capacità irripetibile delle immagini di trasformare una storia in esperienza condivisa.
Veronesi firma probabilmente uno dei lavori più maturi della propria filmografia, sostenuto da due interpretazioni memorabili, da una fotografia di eccezionale forza espressiva e da un impianto produttivo e artistico di notevole livello.
Prodotto da Indiana Production – una società Vuelta, OGI Film e PiperFilm, in collaborazione con Netflix, Dio ride arriverà nelle sale italiane il 29 ottobre, distribuito da PiperFilm.
E forse il suo messaggio più potente è proprio questo: il potere può temere la risata, la libertà e il dubbio, ma non può impedire che continuino a vivere nella coscienza degli uomini.




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