Iñárritu trivella il capitalismo con Tom Cruise magnate del petrolio e Lubezki in VistaVision. Una farsa sguaiata da vedere in sala.
Tom Cruise magnate del petrolio sotto chili di trucco, Lubezki in VistaVision: Iñárritu sceglie la farsa e trivella fino in fondo il capitalismo estrattivo.
[di Massimo Righetti]
"Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?"
Era il 6 aprile 2022, e la domanda di Mario Draghi cadde sull'Italia come un sasso in uno stagno. Cerchi concentrici: indignazione, sarcasmo, meme, una settimana di talk show. Poi la frase si è depositata sul fondo, come fanno le frasi che contano. Sette parole, un trattato di filosofia morale in formato tascabile: da una parte la pace, dall'altra il salotto fresco, e in mezzo noi, con il telecomando del condizionatore in mano e il dito già sul pulsante.
Quattro anni dopo, quella domanda si accomoda accanto in sala mentre si spengono le luci su DIGGER. Alejandro G. Iñárritu, con ogni probabilità, non l'ha mai sentita. Eppure ha girato un film intero per rispondere. La risposta non piacerà a nessuno, ci sputerà in un occhio per svegliarci, ed è il suo merito più grande.
DIGGER, in sala dal 1° ottobre con Warner Bros., segue Digger Rockwell, magnate texano del petrolio e uomo più potente del mondo, che con le sue trivellazioni scatena una catastrofe ecologica planetaria. Le strade sono due: dimostrarsi il salvatore dell'umanità o fare i conti con la distruzione che lui stesso ha provocato. Fin qui la promozione. Oltre conviene non andare, perché la struttura del film riserva sorprese che meritano di arrivare intatte.
DIGGER, il ritorno di Iñárritu alla lingua inglese (e alla risata)
Promette molto, DIGGER. Il ritorno all'inglese dopo l'autoritratto messicano di Bardo. Un regista che per anni ha lavorato di gravitas, con la cinepresa piegata sotto il peso del Senso, e che adesso decide di ridere: forte, sguaiato, a bocca piena e in faccia allo spettatore. Tom Cruise come nessuno aveva avuto il coraggio di chiederglielo, spogliato della sua inscalfibile corazza divistica e smontato pezzo per pezzo, come un giocattolo costosissimo finito in mano a un bambino sadico e curioso.
Questa recensione promette una cosa sola: scendere. DIGGER racconta un uomo che scava, e si lascia leggere allo stesso modo, come un carotaggio. In superficie, la farsa. Più sotto, un trattato sul potere. Più sotto ancora, quando la sonda comincia a fare un rumore strano, ci siamo noi.
Tom Cruise sotto trucco, pancia e riporto
Lo strato più vistoso è lui. Tom Cruise ha passato decenni a correre, saltare, appendersi a qualunque cosa voli, costruendo il più ostinato monumento al corpo dell'eroe d'azione che Hollywood ricordi. In DIGGER quel monumento lo prende a picconate. Il trucco di Alessandro Bertolazzi e Kazu Hiro gli regala una pancia che entra in scena qualche istante prima del personaggio e un riporto che sfida la gravità con più spavalderia di qualunque stunt. Digger Rockwell discende dal Frank Mackey di Magnolia e dal Les Grossman di Tropic Thunder, le due volte in cui Cruise aveva già accettato di rendersi ridicolo per diventare enorme. Stavolta la demolizione scava sotto le fondamenta, fino all'abiezione totale.
Attorno a lui, la corte. John Goodman è un presidente sguaiato che occupa l'inquadratura come un'auto blu in doppia fila, con la serena certezza di chi la multa non la prende mai. Riz Ahmed, unica voce della ragione in un mondo che l'ha dichiarata fuori produzione, conferma una legge antica della commedia: in mezzo ai pazzi, il più divertente è quello normale. Sotto tutto, la musica dissonante di Cosmo Sheldrake, che suona come un'orchestra seduta su un terreno in assestamento e amplifica il disorientamento.
Da Birdman a The Revenant, la storia che si ripete come farsa
Karl Marx, che di petrolio sapeva poco e di potere moltissimo, osservò che i grandi fatti della storia si presentano due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Sulla filmografia di Iñárritu la formula calza come un guanto cucito su misura. Birdman era l'attore che cercava di sopravvivere alla propria maschera. The Revenant, l'uomo contro la natura, il freddo vero, il corpo trascinato nella neve. DIGGER rimette in scena lo scontro a parti rovesciate: stavolta l'uomo la natura se l'è comprata, e poi l'ha lasciata marcire in salotto. Il risultato fa ridere, e parecchio. Almeno finché la risata non ci si blocca in gola.
Il monologo in bianco e nero, dove la farsa smette di ridere
A un certo punto la sonda tocca qualcosa di duro. Digger parla davanti ai potenti del mondo, e il colore se ne va come da una tela lasciata sotto la pioggia: resta un grigio da mappa spenta, il pianeta visto da chi lo ha già consumato. E quello che Digger dice suona terribilmente ragionevole. Il petrolio, nella sua bocca, diventa libertà: di muoversi, di scaldarsi, di rinfrescarsi, di accendere la luce senza pensarci. Dalla libertà all'accusa il passo è breve. Digger punta il dito su chi lo ascolta, su quei signori che pretendono di giudicarlo dopo aver banchettato alla sua tavola, e attraverso di loro sulla platea vera, seduta al buio in sala. Il nostro comfort ha un prezzo: ce lo siamo goduto per anni, e nessuno di noi ha mai chiesto di vedere lo scontrino.
Nel grigio, la domanda di Draghi torna come un'eco in una caverna, e il monologo le risponde con il cinismo di un contabile: abbiamo già scelto, ogni estate, ogni volta che il termostato ha vinto sulla coscienza. Fino a lì avevamo riso di Digger, comodi, al riparo. Adesso Digger ride di noi, e la poltrona si fa un po' meno morbida. Del resto lei, la poltrona, è imbottita di derivati del petrolio.
La fotografia di Emmanuel Lubezki in VistaVision
Quel grigio ha un autore che in DIGGER firma da coautore: Emmanuel Lubezki. Il film è girato interamente in VistaVision, formato degli anni Cinquanta in cui la pellicola corre di lato e ogni fotogramma ha il doppio della superficie. Tradotto: in un'epoca di immagini fatte di numeri, DIGGER ha una grana con i pori, una pelle sotto la luce. Su quella pelle Lubezki pianta grandangoli cortissimi a un palmo dai volti, e l'effetto lo conosce chiunque abbia scattato un selfie troppo da vicino: il naso si allarga, le guance si gonfiano, la faccia avanza verso l'obiettivo come per azzannarlo. Applicato ai potenti, diventa satira ottica e deformante. Lente e protesi lavorano in perfetta complicità, e i signori del mondo si trasformano in maschere di carnevale con l'agenda piena. La villa di Digger, affollata di animali impagliati, ha l'aria di un museo di storia naturale allestito da qualcuno che la natura l'ha frequentata soltanto da morta.
In The Revenant Lubezki aspettava la luce naturale come un cacciatore aspetta la preda. Qui fa l'opposto e lo dichiara: luce artificiale, teatrale, sfacciata, per un mondo diventato tutto palcoscenico. I piani lunghi ereditati da Birdman ci sono ancora, ma spezzati e nervosi. E in questo sistema il monocromo del monologo trova il suo posto: il grigio di un pianeta da cui è stato estratto tutto, compreso il colore.
La conseguenza è pratica. DIGGER pretende il grande schermo. Sul telefono, tra uno scroll e l'altro, la grana si fa rumore, i volti deformati sembrano soltanto volti brutti, il collasso del pianeta diventa un contenuto da scorrere col pollice tra una ricetta e un balletto, e il carotaggio si ferma al primo strato.
Le riserve: quando l'eccesso satura
Le riserve vanno dette, con lo stesso tono. Sandra Hüller, Emma D'Arcy e Michael Stuhlbarg, capaci di reggere un film sulle proprie spalle, restano ai margini dell'inquadratura come ospiti sistemati al tavolo vicino alle cucine. La parte centrale si sfilaccia, e per un po' la sonda gira a vuoto nell'argilla. L'eccesso, carburante del film, a tratti satura: quando tutto sta sopra le righe, le righe smettono di vedersi. Nessuna riserva sposta il giudizio. Un fallimento parziale che rischia tutto vale più di una mediocrità ben confezionata, e DIGGER sta dalla parte del rischio con l'orgoglio di chi ha puntato l'intero patrimonio su un solo numero.LEGGI ANCHE
Perché vedere DIGGER al cinema: la pace, il condizionatore e noi
Si torna in superficie con il cilindro intero tra le mani, e gli strati finalmente si leggono con chiarezza: la farsa in cima, il potere nel mezzo, noi sul fondo. Un cinema che pretende il cervello acceso, in un'epoca che lo preferisce in standby.
La domanda dell'inizio, a questo punto, ha cambiato forma. Preferiamo la pace o il condizionatore acceso? DIGGER lascia intendere che fosse retorica fin dal principio: il condizionatore lo abbiamo acceso da un pezzo. E quando il pianeta prenderà fuoco, l'apocalisse ci troverà freschi sul divano, alla temperatura ideale. Intenti a guardarla sul telefono.


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