Venezia 83 - Woman Unknown di May el-Toukhy: thriller storico sulla Danimarca del 1945 e sui corpi femminili puniti dal patriottismo del dopoguerra.
May el-Toukhy porta al Lido un thriller storico sulla Danimarca del 1945 e sulla geometria asimmetrica del castigo. Mathilde Arcel in odore di Coppa Volpi.
[di Massimo Righetti]
La svastica in rosso appare sulla porta di casa. Marie (Mathilde Arcel) la scopre al mattino, e la macchina da presa la incornicia dentro un vetro smerigliato che ne spezza la figura in due. Il momento in cui Woman Unknown di May el-Toukhy, presentato il 6 settembre in Concorso all'ottantatreesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, accende la sua miccia.
Maggio 1945, il patriottismo della vendetta
Copenaghen, poche settimane dopo la liberazione. La Danimarca è finalmente libera dai nazisti, e la libertà ritrovata si sfoga in una caccia rituale contro le donne che durante l'occupazione hanno fraternizzato con i tedeschi. Le chiamavano collaboratrici orizzontali. La punizione era pubblica: rasate a zero in piazza, marchiate come traditrici della patria. Marie, giovane cameriera venuta dalla campagna, ha un segreto di quel tipo. Sta per sposare Christian, ricco vedovo dell'industria dei guanti che durante la guerra ha continuato a prosperare vendendo la propria merce alla Wehrmacht.
La geometria asimmetrica del castigo
Ecco il cuore politico che la regista danese-egiziana mette in scena con rigoroso controllo formale. Gli uomini che con i tedeschi hanno fatto affari continuano indisturbati; le donne che con i tedeschi hanno dormito rischiano il linciaggio in piazza. La rasatura come teatro pubblico di un onore nazionale rimosso, la vergogna sessuale addossata al corpo femminile per assolvere quello politico ed economico maschile. Il Concorso veneziano di quest'anno, attraversato dalla polemica sulla scarsa presenza femminile nella selezione principale, l'ha accolto con lunghi applausi.
Christian, o del maschilismo di ottime maniere
L'abito da sposa della moglie defunta. Christian, pacato e cortese, vuole che Marie lo indossi il giorno delle nozze. Verifica personalmente che le misure siano perfette, la osserva a lungo con lo stesso sguardo con cui esamina i propri guanti. La vera prigione sta nel salotto borghese in cui Marie è già stata accettata come manichino di rappresentanza. Carsten Bjørnlund costruisce un personaggio di tale raggelante precisione che l'orrore quotidiano del suo modo di amare fa più male del ricatto grezzo di Karl, il vecchio conoscente ricomparso dal passato. Sotto la pressione del ricatto, Marie a un certo punto si protegge scaricando il sospetto sulla vicina di casa. La regista non le concede l'alibi della vittima immacolata, e mostra come il terrore sociale, quando dilaga, corroda i legami più prossimi prima ancora dei corpi. È la Storia a produrre il disastro, prima dei personaggi che vi si muovono dentro.
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Vetri, specchi, un corpo conteso
Torna qui il dispositivo visivo di apertura. Jasper Spanning, alla fotografia, incornicia Marie dietro superfici semi-trasparenti, la moltiplica in riflessi che non tornano mai a comporsi in una figura sola. Sineddoche di un'identità che il passato abita e frammenta. La palette desaturata e le sovrimpressioni espressioniste dei flashback bellici funzionano come frattura consapevole del realismo narrativo. Marina Bouras dà alla governante Esther i tratti di una chiara riscrittura della Mrs. Danvers del classico hitchcockiano Rebecca. Al centro di tutto c'è Arcel, che regge il primo piano con una precisione dei micro-movimenti del volto: la palpebra che vibra sotto lo sguardo di Christian, il respiro che si sospende quando Karl entra nella stanza, la mascella che cede di un millimetro davanti alla svastica sulla porta. Un lavoro di sottrazione che ha giustamente attirato paragoni con la recitazione tipica del cinema di Bresson. Marie non piange quasi mai, e proprio per questo il suo dolore fa un rumore assordante.
Verso la Coppa Volpi, appuntamento italiano con Lucky Red
L'ipotesi Coppa Volpi per Arcel resta la più concreta alla vigilia dei verdetti di sabato. Il film proseguirà la rotta festivaliera a Londra in ottobre e al TIFF di Toronto. In Italia uscirà prossimamente al cinema grazie a Lucky Red. May el-Toukhy, al terzo lungometraggio dopo Long Story Short e Queen of Hearts, ci consegna un film che si guarda come un thriller, e resta addosso come un atto d'accusa.

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