Moragheb (Falling House) di Mohsen Gharaei, la recensione da Venezia 83

Moragheb di Mohsen Gharaei ieri in prima mondiale a Venezia 83 Orizzonti. Girato in Iran con sceneggiatura falsa, regista oggi in esilio.

Valutazione: ★★★½☆ (3.5 su 5)

Il quarto film del regista iraniano è stato presentato ieri in Concorso Orizzonti all'ottantatreesima Mostra del Cinema. Girato in Iran con una sceneggiatura falsa consegnata al regime, ha portato Gharaei all'esilio.

[di Leonardo Mirabelli]

Moragheb (Falling House) di Mohsen Gharaei

Il Concorso Orizzonti dell'ottantatreesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia ha accolto ieri, giovedì 3 settembre, in Sala Darsena, la prima mondiale di Moragheb (Falling House), quarto lungometraggio del regista iraniano Mohsen Gharaei. Il film è una coproduzione tra Iran, Stati Uniti e Germania che vede al fianco della Seven Springs Pictures di Milad Khosravi e dello stesso Gharaei la RaeFilm Studios di Odessa Rae, produttrice di La Voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania, che ha portato sul progetto anche Max Richter alle musiche.

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La casa che cade, il padre che imprigiona

Rashid Hafizhi, guardia carceraria di basso rango interpretata dal veterano Farhad Aslani, vive con la moglie e le due figlie in una casa modesta alla periferia di Teheran. Un progetto di espansione aeroportuale sta per abbatterla: fuori, i bulldozer si avvicinano. La prima presentazione del personaggio è quella di un uomo bonario, quasi indulgente, che distribuisce il rancio ai detenuti con qualche porzione in più e li ascolta come farebbe un amico. Al lavoro, però, viene sospeso con l'accusa di corruzione. Rientrato a casa senza divisa e senza autorità, scopre che la figlia maggiore Ensi (Laleh Marzban) prepara in segreto la fuga in Turchia per diventare modella, con la complicità silenziosa della madre. Nel tentativo di riaffermare il controllo, il buonuomo bonario si trasforma progressivamente in orco domestico: comincia a "incarcerare" la propria famiglia, chiudendo la casa dall'interno. Il titolo, che in farsi significa "guardiano", contiene già l'ambivalenza dell'intera parabola: chi protegge e chi imprigiona coincidono. Accanto ad Aslani e Marzban, Rima Raminfar nel ruolo della madre Zinat e Elena Khakbazan in quello di Janan, la figlia più piccola.

Una sceneggiatura falsa per ottenere il permesso di girare

Gharaei aveva scritto la prima versione del film nel 2018, quattro anni prima delle proteste "Donna, Vita, Libertà". Le riprese si sono svolte in Iran tra novembre 2025 e gennaio 2026. Per una produzione di queste dimensioni la clandestinità era impraticabile: "Abbiamo dovuto trovare un modo di lavorare con le autorità — ha spiegato il regista alla stampa internazionale — alla fine abbiamo consegnato loro una sorta di sceneggiatura falsa per ottenere il permesso scritto e girare il film che volevamo fare". Le scene senza velo sono state realizzate con troupe ridotta al minimo, talvolta camuffate da prove. Il vero problema, però, sostiene Gharaei, era un altro: il concetto stesso del film, il suo affondo sui meccanismi profondi della repressione, che il regime non avrebbe mai autorizzato. La reazione dei media di regime è esplosa già a luglio, alla notizia della selezione veneziana. Da allora Gharaei vive in esilio, con i beni confiscati per ordine della magistratura, minacce di morte alle spalle e il rischio dell'arresto in caso di rientro.

Il film che precede la guerra

Le riprese si erano chiuse poche settimane prima dell'inizio della campagna militare americano-israeliana sull'Iran, e mesi prima dell'uccisione del leader supremo a Teheran. La coincidenza cronologica ha caricato retrospettivamente il film di una dimensione preveggente. Gharaei l'ha riconosciuto in modo esplicito: "Ho sempre pensato che, dato il modo in cui il mio paese e il suo governo trattano i vicini e chiunque altro, la guerra fosse inevitabile. Il film lo mostra in modo indiretto". Con una precisazione importante: le forze che assediano la casa di Rashid, dice il regista, sono anch'esse ostili, pronte ad approfittare del disastro. La casa cade da dentro e da fuori nello stesso momento, e nessuna delle due direzioni è presentata come una via d'uscita.

Il cinema iraniano ai festival dopo il 2022

La doppia presenza iraniana a Venezia 83 — Gharaei in Orizzonti, Ali Asgari nel Concorso principale con Kami Nour (Un po' di luce) — restituisce la fisionomia che la cinematografia iraniana ha assunto sui grandi festival internazionali dopo il 2022. Le opere approvate dal sistema di licenze ministeriale sono state progressivamente marginalizzate a favore di tre linee: i cineasti in dissidenza esplicita, oggi anche condannati come Panahi e Rasoulof, gli autori in diaspora e i registi che lavorano dentro il paese aggirando le autorizzazioni. Moragheb appartiene a quest'ultima linea, la più esposta: nelle sale iraniane il film non entrerà mai. Il riferimento più immediato per il pubblico veneziano resta I semi del fico sacro di Rasoulof, visto due anni fa in Concorso, altra parabola familiare in cui la Repubblica Islamica veniva ridotta alle mura di un appartamento borghese. Moragheb ne condivide l'ambizione allegorica ma sposta il fuoco: qui la famiglia è economicamente fragile, il padre siede sul gradino più basso della gerarchia repressiva, la fragilità è materica — muri che si sgretolano, ruspe che si avvicinano.

Qualche riserva, e l'attesa di un distributore italiano

Aslani, veterano dello schermo iraniano, è un peso pesante fisico e psicologico: un uomo consapevole di essere circondato da persone più sveglie di lui, un guardiano rassegnato all'idea di aver perso la partita prima ancora di combatterla. La sua figura tragica, padre padrone e uomo intrappolato in un meccanismo più grande di lui, è probabilmente la scoperta più interessante del film. Meno persuasivi alcuni passaggi dei dialoghi, un po' diretti per una parabola già così esplicita, e uno snodo narrativo che affida a Ensi una diagnosi drammatica di cui la scrittura avrebbe potuto fare a meno: il rischio, per un film che lavora su una metafora tanto trasparente, è che l'esplicitazione tolga forza all'immagine. La verbosità esplicativa, del resto, è un marchio di fabbrica del realismo sociale iraniano, un tratto che si può prendere o lasciare. Sostiene l'insieme la partitura sobria e orchestrale di Max Richter, presente ma senza forzare l'emotività della scena. Da ieri, in ogni caso, Moragheb è un film di cui parlare, in attesa del palmarès di sabato.

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