La 83esima Mostra di Venezia si apre nel segno di Brass e Murdoch. Tra documentari su Gaza e controversie sulle quote, il Lido sceglie la sua rotta.
Due Londra a due anni di distanza. La Mostra apre inquadrando il passato per misurare la temperatura del presente.
[di Redazione]
Sala Darsena, ore ventuno. Sullo schermo, una Londra del 1967 in colori saturi e psichedelia da fumetto. Jean-Louis Trintignant che si muove dentro una città che non lo capisce, Ewa Aulin che gli sopravvive. Col cuore in gola torna al Lido cinquantanove anni dopo la sua prima proiezione veneziana, restaurato in 4K dal Centro Sperimentale di Cinematografia con il sostegno di Netflix. La Biennale ha scelto questo film per la serata di preapertura dell'ottantatreesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. Un omaggio a Tinto Brass, certo. E anche una dichiarazione.
Ventiquattr'ore dopo, mercoledì 2 settembre, sempre al Palazzo del Cinema, Danny Boyle presenterà Ink. Primo film in concorso a Venezia in carriera per il regista di Trainspotting e The Millionaire. Il ritratto del giovane Rupert Murdoch che nel 1969, a Londra, acquista The Sun e lo trasforma nel primo tabloid di massa della storia. Guy Pearce fa Murdoch, Jack O'Connell fa il direttore Larry Lamb, Claire Foy chiude il triangolo. James Graham adatta la propria pièce del 2017, portata a Broadway con successo.
Due proiezioni consecutive. Due Londra a due anni di distanza, 1967 e 1969. Due modi diversi di stare dentro il potere della forma. Brass che lo scardina dall'interno con la sperimentazione visiva e l'omaggio a Guido Crepax. Murdoch che lo cattura e lo riscrive per sempre. Il festival apre così, con questa forbice.
Alberto Barbera ha parlato dell'edizione più politica degli ultimi anni. Le ventuno pellicole in concorso confermano. Martin McDonagh torna con Wild Horse Nine, black comedy che sposta due agenti CIA di stanza a Santiago sull'Isola di Pasqua, poco prima del golpe cileno del 1973, con Sam Rockwell e John Malkovich in coppia sotto lo sguardo dei moai. Florian Zeller dirige Javier Bardem e Penélope Cruz in Bunker, storia di un dilemma morale davanti alla fine del mondo. Robert Pattinson diventa Chris Hansen in Primetime di Lance Oppenheim, decostruzione di To Catch a Predator e della televisione che si fa esca. Kore-eda arriva con Look Back. Werner Herzog con Bucking Fastard. Nanni Moretti torna in concorso al Lido. Cinque italiani in gara.
Il baricentro della tensione sta però altrove. NAZA, aggiunto alla selezione ufficiale solo il 25 agosto, è l'unico documentario in concorso. Lo firmano Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro autori di No Other Land, premiato con l'Oscar 2025. Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, prodotto dal Guardian con JW Films. Il titolo, come già emerso nelle cronache internazionali, è un acronimo militare israeliano che indica il numero di civili palestinesi considerato accettabile in un raid su Gaza. Premiere il 10 settembre. Il conflitto arriva al Palazzo del Cinema dalla porta principale.
Tutto questo si scontra con un numero. Ventuno film in concorso, una sola regista donna. May el-Toukhy, danese di origini egiziane, con Woman Unknown. L'impegno 50/50 sottoscritto pubblicamente dalla Biennale nel 2018 doveva essere raggiunto entro il 2020. Nel 2026 la percentuale femminile nel concorso principale della Mostra si ferma sotto il cinque per cento. Una donna su ventuno. Il festival che porta Gaza sul red carpet fatica a mettere le donne nel proprio programma. Le associazioni di settore lo hanno già segnalato. La presidenza di giuria affidata a Maggie Gyllenhaal, che guiderà una commissione con Kaouther Ben Hania, Xavier Giannoli e Shahrbanoo Sadat, è la risposta simbolica. Un gesto formale. Il perimetro del problema resta intatto.
La forbice di apertura resta lì, spalancata. Nel 1967 Tinto Brass filmava una Londra in cui la giovinezza era ancora un materiale narrativo maneggiabile, un territorio da attraversare. Nel 1969 Rupert Murdoch trasformava quella stessa città nel laboratorio in cui l'informazione sarebbe diventata intrattenimento di massa. Sessant'anni dopo, sul Lido, i due tempi si sfiorano dentro la stessa Sala Grande. La Mostra di Venezia mette in scena la propria storia. I due schermi si sovrappongono, davanti alla stessa platea. Buio in sala. Inizia la proiezione.
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