Ferite lontane, sguardo vicino: il 3 settembre a Venezia 83 tra Cile, Roma e Iran

Il 3 settembre a Venezia 83: Wild Horse Nine di McDonagh, Nessun Dolore di Amelio, Moragheb di Gharaei, Scarpe rotte di Torre. Leggi l'anticipazione.

Quattro film disegnano la geografia politica di Venezia 83. Da Martin McDonagh a Gianni Amelio, passando per Mohsen Gharaei e la serata di Roberta Torre. 

[di Redazione]

Wild Horse Nine, il ritorno di Martin McDonagh

Sull'Isola di Pasqua, davanti ai moai, due agenti della CIA di stanza a Santiago cercano di capire il motivo del loro esilio. Alle loro spalle, il Cile di Salvador Allende sta per cadere. Davanti a loro, i giganti di pietra guardano il Novecento passare senza dire nulla. Domani mattina, 3 settembre, la Sala Darsena del Lido si accende alle nove per la prima proiezione stampa di Wild Horse Nine, il ritorno di Martin McDonagh in concorso a Venezia dopo le nove nomination Oscar di Gli Spiriti dell'Isola nel 2023.

È il primo giorno pieno dell'ottantatreesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. La preapertura di ieri ha reso omaggio al giovane Tinto Brass in Sala Darsena, l'apertura ufficiale di stasera consegna la Sala Grande a Danny Boyle e al ritratto del giovane Rupert Murdoch. Dal 3 settembre inizia la corsa vera. E la prima giornata piena disegna, con precisione notevole, una geografia delle ferite che il festival ha scelto per sé quest'anno. Cile del 1973 al mattino. Italia dei migranti a mezzogiorno. Iran contemporaneo nel primo pomeriggio. A completare la mappa, in serata, le Notti Veneziane apriranno con Scarpe rotte di Roberta Torre, dramma da camera ispirato liberamente al racconto di Natalia Ginzburg.

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McDonagh sposta il golpe cileno sull'Isola di Pasqua

Il film di McDonagh sposta il thriller di regime dal centro della cospirazione, la Santiago del Palazzo della Moneda, alla sua periferia più estrema. L'Isola di Pasqua, tremilaseicento chilometri di oceano dalla costa cilena, popolata dai moai eretti da una civiltà che li ha visti sopravvivere a se stessa. Lì si muove Sam Rockwell, il protégé, all'ombra di un John Malkovich veterano di oscurità. A spedirli al confino provvede Steve Buscemi, perfetto burocrate del disastro. Attorno a loro si addensa un mosaico che dichiara le intenzioni del regista senza bisogno di didascalie: la presenza di Parker Posey nei panni della moglie di Lee, l'apparizione di Tom Waits nei panni del fratello di Chris, lo sguardo ribelle di Mariana Di Girolamo e Ailín Salas. Fotografia di Ben Davis, montaggio di Mikkel E.G. Nielsen che ha tagliato tutti i film di McDonagh dai tempi di In Bruges. Distribuzione italiana Walt Disney. La Black comedy sarà il primo indicatore serio della corsa alla statuetta 2027. E diventerà il primo test di come Venezia sta imparando a raccontare il golpe cileno, a cinquantatré anni di distanza, decentrandolo dai luoghi già codificati dal cinema di denuncia.

Amelio torna sull'Italia terra di approdo con Nessun Dolore

Due ore e mezza dopo, la stessa Sala Darsena ospiterà Gianni Amelio Fuori Concorso con Nessun Dolore. Il regista calabrese torna sul terreno che frequenta da trent'anni. Nel 1994 girava Lamerica, l'Italia scoperta come terra di approdo albanese. Oggi la macchina da presa segue Davide, trentenne romano che vende libri usati in una piazza della città senza esserne davvero un lettore. La sua cliente più fedele è Elsa, cui presta il volto Valeria Golino, che gli fornisce volumi e affetto materno. Un giorno qualsiasi, per strada, gli viene consegnato un bambino nordafricano. Il piccolo lo segue in silenzio come un cane fedele. Un incidente, la corsa in ospedale, l'incontro con Aminah, giovane algerina incinta appena sbarcata. La solidarietà si trasforma in caso giudiziario. Alessandro Borghi è Davide, Valerio Mastandrea completa il tridente italiano di sicura affidabilità. Sceneggiatura di Amelio con Davide Serino e Andrea Quetti, fotografia di Luan Amelio Ujkaj, musiche di Fabio Massimo Capogrosso. Prodotto da Kavac Film, Our Films e Be Water Film insieme a Rai Cinema, distribuito da 01, in sala dal 24 settembre.

Gharaei racconta il collasso della famiglia iraniana in Moragheb

Alle 14:15 il primo blocco di proiezioni si chiuderà in Orizzonti con Moragheb (Falling House) di Mohsen Gharaei. Centoventiquattro minuti in farsi. L'Iran arriva al Lido su due fronti quest'anno, quello di Gharaei in Orizzonti e quello di Ali Asgari in concorso con Kami Nour, una voce che indaghiamo regolarmente sulle pagine di Luci Sulla Scena Magazine. Gharaei racconta la storia di un agente penitenziario sospeso dal servizio che scopre di avere una figlia decisa a emigrare per fare la modella. Tre generazioni di donne sotto il controllo del padre di famiglia, minacciate di sfratto per l'espansione di un aeroporto. Il titolo suona metafora prima ancora della prima immagine. Gharaei non nasconde di leggerlo come allegoria del collasso della società iraniana sotto un regime patriarcale. La sezione Orizzonti diviene spesso il luogo dove le vere sorprese di un festival si annidano mentre la Sala Grande consuma il carburante della stampa. Vale la pena arrivarci con l'attenzione ancora intatta.

La scommessa del cinema di ferita politica

Tre film, tre continenti, tre epoche storiche differenti che si sfiorano nel corso di sette ore in una sola sala. L'incrocio tra le proiezioni mette a nudo l'urgenza di questo decennio. Si tratta di capire se il cinema di ferita politica conservi la forza di generare una forma inedita, o se sia scivolato nella comodità di un genere codificato, utile a rassicurare le coscienze dall'alto di un accredito stampa. L'esito della scommessa dipenderà radicalmente da come i tre film sceglieranno di inquadrare i rispettivi disastri. McDonagh dall'ironia nera di due agenti in trasferta esotica sull'isola dei moai. Amelio dalla lentezza di uno sguardo etico che non concede riscatto facile e finisce davanti al giudice. Gharaei dal collasso allegorico di una famiglia iraniana che riflette la società intera. Torre, in serata, dal gesto di due donne che nella Roma della guerra trovano nelle scarpe rotte un simbolo di dignità.

E allora torniamo ai giganti di pietra. I moai dell'Isola di Pasqua guardano il Novecento passare senza dire nulla. Domani mattina, in Sala Darsena, lo guarderanno una seconda volta dallo schermo. È così che un festival lavora quando lavora bene. Mette immagini davanti alla realtà e aspetta che qualcuno se ne accorga.

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