L'ultimo abbraccio: Chi come me alla Festa del Cinema di Roma 2026

Il documentario di Michele Mally su Chi come me debutta alla Festa del Cinema di Roma in Freestyle Arts: il 19 ottobre al MAXXI.

Il documentario di Michele Mally sullo spettacolo di Andrée Ruth Shammah e Roy Chen debutta in Freestyle Arts, il 19 ottobre al MAXXI.

[di Redazione]

L'ultimo abbraccio: Chi come me alla Festa di Roma 2026

Tre parole, sempre le stesse. Chi come me. Poi il resto della frase, che a ogni giro scende un gradino più in basso, verso qualcosa che di solito si tiene per sé. Chi si riconosce alza la mano. Sul palco la alzano cinque ragazzi. In sala, a un certo punto, la alzano anche gli spettatori, e la platea smette di essere soltanto un posto da cui guardare. Per trecento repliche il Teatro Franco Parenti di Milano ha visto questo gesto ripetersi, con sale esaurite a più riprese e un pubblico che teneva insieme età lontane. Adesso quella mano cambia lato. Passa dall'altra parte della macchina da presa. E il 19 ottobre, a Roma, si vedrà che cosa ne resta.

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Un film sull'eco di uno spettacolo

L'ultimo abbraccio – "Chi come me", regia di Michele Mally, sarà presentato in prima assoluta alla ventunesima Festa del Cinema di Roma, nella sezione Freestyle Arts della Selezione Ufficiale. Lunedì 19 ottobre, ore 17, Auditorium del MAXXI, in via Guido Reni. Replica mercoledì 21 ottobre alle 19, al Cinema Giulio Cesare, sala 6. Il Teatro Franco Parenti presenta una produzione 3D Produzioni, realizzata in collaborazione con Sky Arte e con il contributo del Ministero della Cultura. Il soggetto è di Andrée Ruth Shammah, che firma la sceneggiatura con Matteo Moneta. La fotografia è di Lorenzo Giromini, il montaggio di Sol Capasso. Nel cast, in ordine alfabetico, Sara Bertelà, Paolo Briguglia, Fausto Cabra, Giovanni Crippa, Elena Lietti, Silvia Giulia Mendola e Pietro Micci, e con loro Bea Barret, Amy Boda, Federico De Giacomo, Chiara Ferrara, Roberta Filannino, Daniele Santoro, Alia Stegani.

Il film segue l'ultima recita al Parenti e il suo dietro le quinte. Poi allarga il campo. Chiama psicologi, intellettuali, artisti e spettatori a dire che cosa quello spettacolo ha lasciato in loro. Il soggetto diventa così la relazione fra un testo e le persone che lo hanno ricevuto. Fra le parole del pubblico raccolte dalla produzione, una suona quasi come un programma di lavoro: "Più che una messa in scena, una messa in vita".

Da Tel Aviv a via Pier Lombardo

La catena comincia in Israele. Roy Chen, scrittore, traduttore, drammaturgo stabile del Teatro Gesher, nel 2019 viene invitato in un centro di salute mentale per adolescenti. Ci torna. Ascolta. Da quell'esperienza nasce il testo, e con il testo un'intenzione dichiarata apertamente dall'autore: contribuire ad accrescere una compassione sempre esposta al rischio di affievolirsi. Cinque adolescenti nel reparto giovanile, un'insegnante di teatro che apre uno spazio di relazione con gli altri e con sé stessi, e sullo sfondo genitori impreparati, fragili a loro volta. Shammah, che il Parenti lo ha fondato e lo dirige dal 1972, ha costruito l'allestimento accogliendo gli spettatori dentro la scena. Il gioco delle mani alzate trova lì il suo terreno, in una sala che coincide con il palco.

Michele Mally arriva a questo film da un'altra strada, e la strada conta. La sua filmografia attraversa la pittura e i musei, da Klimt & Schiele – Eros e Psiche a Ermitage – Il potere dell'arte, da Venezia. Infinita avanguardia a Munch, fino a Tabù – Egon Schiele, uscito in primavera. Il teatro però è già un suo territorio. Con Didi Gnocchi ha firmato Il nostro Eduardo, prodotto anche allora da 3D Produzioni con Sky Arte, e nel 2023 ha raccontato i cinquant'anni del Parenti in Scarrozzanti e spiritelli. La costellazione produttiva si ripete e disegna un percorso preciso. Dalla pittura al teatro. Dal teatro a una casa. Dalla casa a una sola sera, e alle persone sedute in sala quella sera.

Il campo in cui il film atterra ha una gravità che non si inventa. Disforia di genere, autolesionismo, fragilità psicologica, solitudine, malessere esistenziale, bisogno di riconoscimento, il dialogo difficile fra genitori e figli: sono i temi dichiarati dalla produzione, e sono parole che da anni occupano il discorso pubblico sugli adolescenti, spesso ridotte a statistica o ad allarme. Lo spettacolo aveva dalla sua la protezione della finzione. I cinque ragazzi sono personaggi affidati ad attori. Il documentario aggiunge testimoni reali e una macchina da presa, e qui il nodo etico si sposta: raccontare il disagio senza farne materia di spettacolo, mostrarne l'effetto sulle persone senza trasformarle in esempi. La traiettoria indicata dal progetto va dalla patologia alla relazione. Quanto siamo capaci di ascoltare. Quanto riusciamo a riconoscere una persona prima della sua fragilità. Il titolo regge questa doppia lettura: l'ultimo abbraccio come congedo da una sera di recita, e come gesto che attraversa il confine fra un "noi" e un "loro".

Freestyle Arts, la cornice come scelta

La Festa avrebbe potuto trattarlo come un film a tema sociale e collocarlo di conseguenza. Lo ha messo invece in Freestyle Arts, l'area della Selezione Ufficiale riservata alle opere libere nel formato e nel linguaggio. La scelta dice che il film viene letto prima di tutto come opera sulle arti, un documentario che racconta un'esperienza teatrale e che attraverso il teatro porta sullo schermo il disagio adolescenziale. Lo spazio della rappresentazione diventa il luogo dove le parole mancanti vengono trovate, e il passaggio dalla scena allo schermo, in una sezione votata alla libertà di forma, suona coerente.

Resta la tensione che nessuna collocazione risolve. Il teatro ha costruito la propria forza su una platea che partecipa, che risponde, che alza la mano. Il cinema chiede allo spettatore di guardare. Quando il gioco viene ripreso, montato, restituito su uno schermo, la domanda arriva ancora a chi siede in sala, oppure diventa il ricordo di una domanda fatta ad altri? Promessa e rischio stanno nello stesso punto. La risposta non si può anticipare.

Il peso previsto si misura su questa soglia. Trecento repliche hanno fatto di "Chi come me" un fenomeno cresciuto dentro una sala, sera dopo sera, fra spettatori di età diverse. Il film è il tentativo di farlo esistere fuori da quelle pareti, davanti a un pubblico di festival che il gioco non lo conosce e, con Sky Arte fra i partner, forse domani davanti a una platea più larga. Il 19 ottobre, alle 17, le luci del MAXXI si abbasseranno. Tre parole arriveranno dallo schermo. Chi come me. Al buio una mano alzata non la vede nessuno. Si saprà dopo, dalle voci in uscita, quante se ne sono alzate lo stesso.

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