Donald Trump chiede al Congresso una legge sul credito fiscale federale per il cinema americano, dopo il pressing di Jon Voight. Adam Schiff applaude,
Un attore di ottantasette anni consegna alla Casa Bianca la legge che il Congresso rincorreva da anni. Democratici e repubblicani si abbracciano. Nel testo, però, si nasconde una porta discrezionale enorme sui contenuti.
[di Alex M. Salgado]
Che a chiedere pubblicamente al Congresso di approvare la legge di Donald Trump sia stato Adam Schiff, il senatore democratico che nel 2019 firmò il primo articolo di impeachment contro Donald Trump, è il dettaglio che stona più di ogni altro in questa vicenda. Ci si aspetterebbe una pausa imbarazzata. Invece è arrivato un post su X, "in strong agreement with the President", con l'invito a votare la misura "immediatamente". La misura è un credito d'imposta federale per le produzioni cinematografiche e televisive girate negli Stati Uniti. Il veicolo che l'ha portata sulla scrivania di Trump è un attore di ottantasette anni con una scena molto imbarazzante in Megalopolis alle spalle e la qualifica ufficiale di Special Ambassador to Hollywood.
Un ambasciatore attore e una compagnia di giro
Jon Voight è ambasciatore speciale a Hollywood dal gennaio 2025, insieme a Sylvester Stallone e Mel Gibson. La compagnia di giro ha una divisione dei ruoli che, vista da fuori, funziona quasi troppo bene: mentre Voight incassa la vittoria politica dell'anno, Gibson pubblica scuse ufficiali per aver preso in giro un'interprete della lingua dei segni a Toronto, definendo il gesto "spontaneous thoughtless idiocy". Stallone, per completezza, tace.
A Washington la legge era già scritta
La ragione per cui il post di Trump ha avuto un effetto immediato è che a Washington la legge era già scritta. Schiff aveva fatto girare da mesi una bozza al 15% sui costi del lavoro americano, con udienza in Senato a marzo. La deputata democratica Laura Friedman aveva costruito nel corso dell'anno la coalizione bipartisan con sindacati, studios e produttori. Mancava il cenno del presidente. Il cenno è arrivato veicolato dall'unica figura hollywoodiana che Trump considera credibile.
Cosa prevede davvero il piano Voight
Il piano che Voight ha consegnato a Mar-a-Lago è più ambizioso della semplice legge fiscale. Prevede un credito federale del 10% cumulabile con gli incentivi statali, che sale al 20% negli stati senza programma proprio, con bonus tra il 5 e il 10% per le zone economicamente depresse. Prevede una tariffa punitiva del 120% sul valore dell'incentivo estero incassato dalle produzioni che, a discrezione dell'amministrazione, avrebbero potuto essere realizzate negli Stati Uniti. Prevede trattati bilaterali di coproduzione, sussidi per sale e post-produzione, un ritorno del meccanismo Fin-Syn che negli anni Novanta separava proprietà e distribuzione televisiva. Prevede, soprattutto, un American cultural test ricalcato sul cultural test britannico, che escluderebbe dal beneficio i progetti giudicati privi di elementi identitari statunitensi.
Ottanta paesi, trentanove stati, un vuoto federale
I numeri della fuga produttiva sono la base di realtà su cui questa architettura politica si appoggia. Ottanta paesi al mondo offrono oggi incentivi strutturati alla produzione audiovisiva. Trentanove stati americani hanno un proprio programma statale. Il vuoto è federale. Nel frattempo Canada, Regno Unito, Ungheria e Australia hanno drenato una fetta enorme delle produzioni statunitensi. Nella sola area di Los Angeles la produzione è calata del 22% nel primo trimestre del 2025.
L'aritmetica elettorale del midterm
Il calcolo elettorale spiega la fretta trasversale. Le elezioni di metà mandato di novembre si avvicinano, California, Nevada e Arizona sono stati chiave per la coalizione democratica ma ospitano interi ecosistemi economici legati all'intrattenimento. Un credito federale è una mossa a somma positiva per entrambi i partiti: i repubblicani portano a casa una vittoria industriale in territorio nemico, i democratici portano a casa posti di lavoro sindacalizzati per gli elettori below-the-line. A perderci, in questa aritmetica, sono Vancouver, Budapest e la sceneggiatura ambientata in Islanda.
Il cultural test e la discrezione politica sui contenuti
L'elemento su cui nessuno si sta soffermando nelle ventiquattro ore di applausi è appunto il cultural test. Chi decide se un film è abbastanza americano da meritare l'incentivo? Con quali criteri, con quale procedura di appello, con quale composizione della commissione giudicante? Il modello britannico esiste da vent'anni e ha una struttura tecnica precisa. La versione trumpiana, scritta a quattro mani da un ambasciatore attore e da un produttore che si chiama Steven Paul, non offre garanzie equivalenti. La possibilità che il credito diventi uno strumento di premio o punizione politica sui contenuti, in un'amministrazione che ha già dimostrato una certa creatività nell'uso discrezionale della leva fiscale, resta apertamente sul tavolo. I sindacati che oggi applaudono avranno il compito di negoziarla nei prossimi mesi.
Un ex candidato all'Oscar e una legge quasi pronta
Fuori dal Congresso, intanto, resta la scena da cui questa vicenda ha preso forma. Un ex candidato all'Oscar nominato ambasciatore da un presidente convinto che Hollywood sia stata rubata da qualcuno. Un piano di cinque pagine che gira nelle stanze di Washington per più di un anno. Una telefonata. Un post su X di Adam Schiff. La Motion Picture Association che, per la prima volta da molto tempo, firma un comunicato che sembra scritto sul serio. E un'industria che sta ottenendo quello che chiedeva da anni con la firma di chi, fino a martedì, gli era più ostile. La politica americana, quando decide di funzionare, funziona così.
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