Too Much Sugar di Robert Greene: due padri del Missouri girano un film sulla paternità e scoprono colpa, lutto e mascolinità. La recensione.
Da Orizzonti a Venezia a Roma e nel Lazio, il documentario collaborativo di Robert Greene segue due padri del Missouri che girano un film per fare i conti con colpa, lutto e mascolinità
[di Ludovico Cantisani]
Presentato in anteprima mondiale nella sezione Orizzonti dell'ultima Mostra del Cinema di Venezia e adesso nel programma della rassegna Venezia a Roma e nel Lazio, organizzata da ANEC Lazio in vari cinema della capitale e del Lazio, Too Much Sugar è il nuovo documentario del cineasta statunitense Robert Greene, già dietro la macchina da presa per gli acclamati Procession, Bisbee '17, Kate Plays Christine, Actress e Fake It So Real, spesso giocati sul crinale tra documentario e finzione.
Due padri in cerca di un film
Il protagonista di Too Much Sugar è Ryan "Holli-wood" Holliger, un uomo tenace e carismatico che vive in una cittadina operaia del Missouri; più volte arrestato e incarcerato per aggressioni, spaccio e violazioni della libertà vigilata, ha trascorso complessivamente quattro anni in prigione. Il suo amico Michael Midgyett, in arte AccRite, anche lui con alle spalle sei anni dietro le sbarre e svariati familiari uccisi in scontri tra gang, è un rapper di provincia che si mantiene con lavori manuali e sta attraversando un periodo segnato dalla perdita del figlio. I due condividono il desiderio di girare un film sulla paternità, partendo dalle esperienze e dall'ambiente che conoscono, ma le riprese prendono una direzione inattesa. Nell'arco di un anno, sotto lo sguardo di Greene, il progetto cinematografico si intreccia sempre più con le loro vite quotidiane, con le difficoltà personali e con le conseguenze delle loro scelte, e quello che doveva essere un film sulla paternità si evolve gradualmente nel racconto di due uomini alle prese con il dolore, la responsabilità e la necessità di un cambiamento esistenziale.
Un cinema collaborativo e terapeutico
Too Much Sugar è un'ulteriore evoluzione del cinema documentario collaborativo e terapeutico sviluppato dal nostro gruppo di lavoro. Il film nasce dalla collaborazione con Ryan Holliger, carpentiere, lottatore e padre di sei figli avuti da cinque donne diverse nel Missouri rurale. Ryan ha qualche scheletro nell'armadio e vuole girare un film, una commedia scatenata, per dimostrare ai suoi familiari di poter diventare un uomo migliore e aiutarli a realizzare i loro sogni", ha dichiarato Greene presentando il film. "Raccontare le storie della classe operaia è per me qualcosa di molto personale, per via delle mie origini. Ryan e io condividiamo il desiderio di rimediare agli errori dei nostri padri assenti e impedire che le ferite del passato ricadano sui nostri figli, diventando noi per primi dei buoni padri. Non sono solo io a raccontare la storia di Ryan: abbiamo creato insieme, con le nostre famiglie e l'intera troupe, un film su ciò che conta davvero". Un film che è anche una cornucopia di piccoli film, visto che una parte rilevante della seconda metà di Too Much Sugar vede il duplice nucleo familiare al centro del doc immaginare i propri personalissimi film, dai toni molto variegati.
Il macho americano e le sue crepe
In maniera concorde con queste dichiarazioni di intenti e di regia, Too Much Sugar esprime sin dai primissimi minuti un'idea collettiva di cinema: i titoli di testa indicano Greene come regista e montatore, ma Holliger come "co-creatore", e una dozzina di nomi sotto l'etichetta complessiva di "a film by" ricapitolano i principali collaboratori davanti e dietro la macchina da presa. Girato interamente in Missouri, Too Much Sugar rappresenta, se vogliamo, la provincia americana in tutta la sua problematica purezza: "mi chiamo Ryan, sono un carpentiere, sono un lottatore e sono un padre" è la scarna presentazione che il protagonista fa di sé stesso, e tutto il prosieguo di Too Much Sugar esplora il fascino e al contempo la problematicità e le molte ambiguità del classico modello virile americano del macho. Il titolo deriva da una battuta della madre, "hai preso troppo zucchero", per evidenziare l'energia anche eccessiva di Ryan; ma il rapporto con Greene, conosciuto a una partita di basket delle medie dove giocavano i rispettivi figli, permette all'uomo di esplorare le sue vulnerabilità, e quelle dell'amico AccRite, in maniera molto più profonda di quanto avesse preventivato all'inizio del percorso creativo.
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Un documentario che racconta sé stesso
Nel suo peculiare statuto di documentario che racconta e riflette la propria realizzazione, testimoniando un cambiamento di prospettiva attraversato dai protagonisti tanto rispetto al film in divenire quanto nei riguardi delle loro stesse vite, Too Much Sugar è trasparente sui suoi obiettivi tematici: "ho sempre voluto fare un film sui padri perché io non ho mai avuto un padre", dice Ryan in uno dei primi voice-over. "Voglio fare un film sui padri che cercano di capire come fare i padri, perché non ne hanno mai avuto uno". Al tempo stesso, dai toni divertenti e scoppiettanti che Ryan immaginava pianificando le riprese e la struttura del film si arriva presto a un esercizio di introspezione radicale, in cui Ryan è messo alla berlina dal suo passato e dalle scelte e conseguenze che si riverberano fino all'attualità delle riprese, e AccRite deve venire a patti, anche per il bene dei suoi altri figli, con la morte violenta del primogenito e con l'impossibilità di trovare un colpevole a causa dell'omertà dei testimoni della gratuita sparatoria che lo ha ucciso. Chiaramente in Too Much Sugar è molto presente una forte componente metacinematografica, che a volte assume anche toni ironici, come nel passaggio in cui Ryan all'apparenza rimprovera Wayde, uno dei figli, per non colpirlo troppo forte durante un'esercitazione di boxe, ma nella scena immediatamente successiva scopriamo che era tutto un reenactment, e il ragazzo addirittura sbeffeggia il padre per la sua interpretazione dicendogli che "questo non è un school movie degli anni ottanta".
Rewind, riscolpire il tempo
A un livello ulteriore di metacinematograficità, Too Much Sugar rappresenta anche una riflessione sul cinema come dispositivo dell'immaginario: come accennavamo prima, non solo i due coprotagonisti Ryan e AccRite, ma i figli, le partner ed ex partner del protagonista e altri "personaggi" del documentario esternano alla macchina da presa di Greene il tipo di film che farebbero se fossero loro i registi, spaziando tra thriller fantasy, horror familiari, dramedy sulla possibilità di scambiarsi reciprocamente le proprie madri e via dicendo. "Se potessi fare un film si chiamerebbe Rewind. Mostrerei tante scene del tempo che ho trascorso con mio figlio, e tornerei al party dove è stato ucciso per impedirgli di andarci", è in particolare il film a parole immaginato da AccRite; su un tono più leggero, facendo confrontare varie donne della vita di Ryan con alcuni dei suoi figli, l'ipotetico Mom Swap viene brevemente messo in scena a metà di Too Much Sugar, così come altri di questi "film della fantasia".
Dopo alcuni inserti di film-nel-film tendenzialmente comici, lo stesso Rewind immaginato da AccRite viene rimesso in scena, in un vero e proprio reenactment della "scena primaria" alla base del suo trauma luttuoso, confermando la forza e l'originalità di Too Much Sugar nel suo approccio collettivo e terapeutico alla pratica della regia: un'applicazione al cinema del reale e alla vita vera dei suoi protagonisti di quella particolare forma di riscolpire il tempo attraverso il cinema praticata da Wim Wenders in Fino alla fine del mondo o da David Lynch al termine della terza stagione di Twin Peaks. Questa sequenza stride molto con il penultimo atto del film, che la segue immediatamente, in cui la narrazione viene presa in mano da Ryan, che si diverte a creare il "film comico per famiglie" che aveva originariamente immaginato, con una serie di gag del livello di Adam Sandler o Will Ferrell nei loro progetti più alimentari, e che si conclude con un ulteriore inserto, una celebrazione totale dell'amicizia tra Ryan e AccRite. Ma in termini di ontologia dell'immagine la sequenza Rewind di Too Much Sugar resta uno dei momenti migliori del cinema documentario degli ultimi anni, e la coda del documentario ritrova il tono introspettivo ed esistenziale della sua parte centrale.
Antropologia del maschio bianco americano
Too Much Sugar è in ultimo un documentario con una forma post-moderna, giocata tutta sui vari livelli di consapevolezza dei diversi narratori coinvolti, e un contenuto tragico, tragico nel senso critico-letterario del termine: una riflessione sull'ereditarietà della colpa, sui contraccolpi della paternità, per certi versi anche su una certa compulsione alla riproduzione che affligge il protagonista e che lascia trapelare specifiche valenze esistenziali. La politica resta sostanzialmente fuori dalla narrazione di Greene e del suo team: non viene mai detto esplicitamente se Ryan voti repubblicano o democratico, per dire, ma l'impressione che si trae dalla visione di Too Much Sugar è che dietro i suoi motivazionali "don't wait be great", dietro i suoi rimuginamenti sul passato e dietro i dubbi e i momenti di vulnerabilità che lascia trapelare si vada a tracciare una vera e propria antropologia del maschio bianco americano, con un valore sociologicamente epifanico nei confronti dell'America di oggi. In questa chiave anche il dadaismo esistenziale dell'ultima parte del film, quella con la "regia" di Ryan incastonata nella macro-regia di Greene, ritrova un suo senso e una sua collocazione, tutto sommato in linea con lo spirito e con l'immaginario del Paese più contraddittorio del mondo.


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