Il film di Gabbriellini su Luca Varani, da Orizzonti a Venezia 83 alle sale dal 1º ottobre: la recensione dell'adattamento del libro di Lagioia.
Dieci anni dopo l'omicidio di Luca Varani, l'adattamento del romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia sceglie di raccontare la vittima e non i suoi assassini
[di Fabio Massimo Tufarelli]
La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, presentato nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra del cinema di Venezia e nelle sale cinematografie il primo ottobre grazie a Eagle Pictures, arriva dieci anni dopo l’omicidio di Luca Varani, caso di cronaca che sconvolse l’Italia, in particolare Roma, per l’efferatezza e l’apparente gratuità del delitto, ai danni di un giovane di appena ventitré anni. Adattamento dell’omonimo romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia (Einaudi, 2020), il film tenta di svincolarsi dalla ricostruzione del delitto e di raccontarci chi fosse Luca Varani prima di diventare un caso di cronaca.
Il romanzo di Lagioia e un'inchiesta lunga quattro anni
Prima di parlare del film non possiamo non soffermarci un attimo sul materiale di partenza, il romanzo. Lagioia nel suo La città dei vivi fa un’operazione molto importante, sia dal punto di vista letterario sia dell’inchiesta. Costruisce il racconto attraverso gli atti giudiziari, le interviste e un lavoro densissimo di ricostruzione degli eventi, durato circa quattro anni. Lagioia inverte anche la prospettiva, provando a scandagliare la mente dei due aguzzini Marco Prato e Manuel Foffo, per capire che tipo di storia si celasse alle loro spalle e, di conseguenza, dietro quel giorno. È un’operazione che prova a superare l’etichetta di “mostro”, mostrando come anche dietro chi si è reso responsabile di un crimine così efferato esista una storia umana, per quanto impossibile da giustificare.
Tornare indietro, prima del delitto
Se Lagioia entra nella mente degli assassini per provare a comprendere l’origine del male, Gabbriellini sceglie invece di tornare indietro, prima del delitto, e raccontare Luca Varani. Siamo nella periferia est di Roma, dentro la quotidianità di Luca, interpretato da un convincente Emanuele Maria Di Stefano (vincitore della sesta edizione del premio RB Casting), nel rapporto con la fidanzata Marta Gaia (Gaia Merlonghi), con cui sogna un futuro insieme, nel conflitto con la scuola e nel “porto sicuro” della famiglia Varani, i genitori adottivi interpretati da Valerio Mastandrea e Simona Senzacqua. Luca passa le sue giornate cercando affitti e immaginando una vita diversa, decide di abbandonare la scuola e comincia a lavorare in un’autofficina. Per arrotondare, entra però in un sottobosco fatto di prostituzione e cocaina, fino a quell’incontro che si rivelerà fatale.
La violenza fuori campo e la pornografia del dolore
Il film sceglie di non mostrarci direttamente la violenza del delitto e di non dare una vera caratterizzazione ai due assassini. È una scelta consapevole del regista, che ha dichiarato di aver voluto evitare di spettacolarizzare i responsabili e di concentrare lo sguardo sulla vittima, costruendo il film come un racconto di formazione interrotto dalla tragedia. Ma, seppur con un intento comprensibile, viene spontaneo chiedersi che cosa La città dei vivi possa aggiungere a una storia sulla quale il romanzo di Lagioia aveva già compiuto un lavoro tanto profondo. Il film non è privo di qualità, a cominciare dalle prove attoriali. Emanuele Maria Di Stefano riesce a restituire la fragilità e l’irrequietezza di Luca, mentre Valerio Mastandrea, nei panni del padre adottivo, conferma una maturità attoriale ormai pienamente acquisita: il suo volto, sfaccettato e cupo, diventa uno degli elementi più credibili del film. È proprio nella rappresentazione della famiglia Varani, soprattutto nel momento della scoperta della morte di Luca, che il film raggiunge i suoi momenti più dolorosi. Ed è qui che si pone un problema ulteriore: quello della pornografia del dolore. Il film rinuncia a mostrare l’omicidio, ma porta lo spettatore davanti alla sofferenza della famiglia, insistendo sul trauma di chi resta. La sottrazione della violenza non coincide necessariamente con la sottrazione dello spettacolo del dolore: anche la sofferenza di una famiglia reale può diventare materia cinematografica da consumare emotivamente.
La frattura sulla sceneggiatura e la rinuncia dei D'Innocenzo
Il problema, allora, riguarda più in generale ciò che il cinema può adattare e ciò che invece rischia di perdere quando si confronta con la cronaca. Ed è proprio qui che emergono le differenze con il lavoro di Lagioia, capace di trasformare un fatto di cronaca in un’indagine più ampia, arrivando là dove la cronaca non poteva arrivare.
A complicare ulteriormente il percorso produttivo del film c’è poi la vicenda della sceneggiatura. Il progetto era stato inizialmente affidato ai fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, che hanno successivamente rinunciato alla firma. Gabbriellini ha spiegato di non aver condiviso il loro sguardo sul copione; i due sceneggiatori hanno invece dichiarato che alla sceneggiatura erano state apportate modifiche senza il loro consenso. La versione arrivata a Venezia, dunque, porta con sé anche le tracce di questa frattura, mentre i materiali ufficiali del film indicano come soggetto l’opera di Nicola Lagioia.
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Restituire un volto a Luca Varani
Raccontare ancora oggi la vicenda di Luca Varani significa sottrarla, almeno in parte, all’inevitabile oblio della cronaca e restituirle un volto, una vita, una memoria. È forse questa la ragione per cui La città dei vivi trova comunque una sua necessità.
La città dei vivi è una produzione Eagle Pictures, Cinemaundici e Lungta Film, con la partecipazione di HBO Max, e sarà distribuito nelle sale italiane dal 1º ottobre 2026. Dopo il passaggio alla 83ª Mostra del cinema di Venezia il film approda anche nella rassegna Da Venezia a Roma e nel Lazio portando nella capitale in anteprima i titoli dell’ultima edizione della Mostra.

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