The Last Photograph di Zack Snyder al TIFF 2026: nessun distributore, critica spaccata e un passion project lungo vent'anni.
Anteprima mondiale senza proiezione stampa e senza distributore: il passion project ventennale del regista divide Toronto tra stroncature feroci e difese convinte.
[di Redazione]
Domenica sera, al John Bassett Theatre di Toronto, qualcuno ha chiesto a Zack Snyder cosa significassero le farfalle. Attraversano tutto The Last Photograph, ossessive, posate su ogni inquadratura in cui il film prova a diventare qualcosa di più grande di se stesso. La risposta di Snyder, a detta di chi era in sala, non ha spiegato niente. Due decenni di lavoro su un'idea, e il simbolo che la attraversa resta materiale che nemmeno l'autore riesce a tradurre in una frase compiuta.
L'anteprima mondiale si è chiusa così, con una platea uscita dalla stessa proiezione convinta di aver visto due film diversi.
The Last Photograph al TIFF 2026: un'anteprima senza rete
Il film è stato aggiunto al programma del TIFF all'ultimo momento, nella sezione Special Events. Nessuna proiezione stampa: chi voleva vederlo doveva procurarsi un biglietto come chiunque altro, e la scelta somiglia a una posizione politica. La critica non è mai stata dalla parte di Snyder, e Snyder ha smesso da tempo di fingere che la cosa gli dispiaccia.
Ha presentato il film di persona, definendo quello di Toronto uno dei migliori pubblici cinematografici del mondo. Ha detto di averci lavorato per quasi due decenni. Poi ha scherzato sul fatto che quella poteva essere l'unica proiezione del film, e a giudicare da come è finita la serata la battuta ha perso parecchia allegria per strada.
Centotrentacinque minuti, presentati ai compratori. Risultato: nessun distributore, né prima né dopo.
Trama, cast e la fotografia firmata dal regista
Ethan Black, interpretato da Stuart Martin, è un ex agente della DEA che sale sulle montagne sudamericane per ritrovare il nipote e la nipote, scomparsi dopo il rapimento in cui sono stati uccisi i loro genitori: suo fratello, diplomatico, e la cognata, con cui Ethan aveva avuto una relazione. Ad accompagnarlo c'è Fra Fee nei panni di Joe Wallace, fotografo di guerra tossicodipendente, unico testimone sopravvissuto alla strage. L'ultima fotografia del titolo è quella che Wallace ha scattato alla donna prima che morisse. Il film, in sostanza, parte da un'immagine e passa due ore a cercare di meritarsela.
L'apertura mostra un rapporto sessuale con nudo frontale femminile mentre il fotografo scatta a una farfalla che non esiste. Più avanti, bambini uccisi a colpi d'arma da fuoco in scena. Due informazioni che bastano a spiegare perché si vociferasse di compratori spaventati: preoccupazioni sulla qualità, e una violenza definita estrema perfino per gli standard di un regista che ha costruito mezza carriera sul rallenty applicato allo squartamento.
Sceneggiatura di Kurt Johnstad, già con Snyder su 300 e sui due Rebel Moon, soggetto originale dello stesso Snyder, musiche di Hans Zimmer. Riprese avviate ad agosto 2025 tra Islanda, Colombia e Los Angeles, con materiale aggiuntivo girato in Amazzonia. Produzione privata, cifre mai confermate, comunque una frazione di qualunque cosa Snyder abbia diretto negli ultimi quindici anni.
Dietro la macchina da presa, letteralmente, c'è lui: Snyder ha firmato anche la fotografia. Ed è l'unico punto su cui la sala si trova d'accordo, il film è bellissimo da guardare. Lo scrivono i difensori e lo ammettono gli avversari, che usano l'ammissione come rincorsa per tutto il resto.
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Il fronte ostile ha picchiato con un gusto che si vede raramente, liquidando il film come uno dei peggiori mai passati al festival. C'è chi ha parlato del peggior film della carriera di Snyder, chi di un'esperienza tediosa e sfiancante, chi ha usato la parola disgrazia.
Il fronte opposto è minoritario e non è fatto di fedelissimi. Elogia le immagini, definisce stupefacente la messa in scena, trova Martin credibile nei panni del soldato inselvatichito e tira in ballo un precedente nobile: L'anno che vivemmo pericolosamente di Peter Weir, altra storia di un giornalista occidentale che si perde dentro una crisi che non gli appartiene.
La lettura più interessante della serata, però, è arrivata da chi si è messo a contare. Novanta minuti di thriller implacabile e riuscito, altri quarantacinque di autocompiacimento autoriale da ridere. Il totale fa centotrentacinque, la durata esatta del film: un buon film sepolto dentro il montaggio sbagliato.
Vent'anni di passion project e il paradosso della director's cut
La storia produttiva è il vero film. Il progetto nasce a metà anni Duemila, subito dopo il successo di 300, quando Snyder poteva ancora chiedere qualunque cosa. Nel 2011 ci sono attaccati Christian Bale e Sean Penn, poi i diritti scadono. Torna in orbita nel 2016, nel pieno dell'avventura DC. Nel 2021 cambia titolo in Horse Latitudes e le riprese sudamericane saltano per la pandemia. Rispunta con il titolo originale solo ad agosto 2025.
Vent'anni per arrivare a un film girato in proprio, senza studio, senza streamer e senza nessuno disposto a distribuirlo. La retorica del progetto ha evocato Apocalypse Now, e i critici gliel'hanno ritorta contro. Il precedente onesto arriva da più vicino: Megalopolis, che Francis Ford Coppola ha pagato di tasca sua e portato a Cannes senza compratori, per scoprire che l'autofinanziamento garantisce la libertà e nient'altro.
Un buon film dentro un montaggio sbagliato è esattamente l'alibi che la mitologia dello Snyder Cut ha passato dieci anni a costruire. Ogni fallimento è stato riletto come versione provvisoria in attesa di quella vera, e il regista stesso, due settimane fa, ha ribadito che le director's cut sono il film. La formula ha funzionato con Batman v Superman e con Justice League, si è inceppata con Rebel Moon, le cui versioni vietate ai minori dell'agosto 2024 hanno lasciato le cose come stavano. Stavolta manca l'ingrediente essenziale: la versione proiettata a Toronto è la sua, integrale, senza interferenze. Lo ha scritto anche il più feroce dei detrattori, indicando in quella libertà totale il problema principale del film.
Snyder ha già il prossimo impegno fissato, il remake di 1997: Fuga da New York, con partenza prevista nel 2027. Il rischio concreto è che The Last Photograph resti orfano mentre il suo autore gira altro, condannato a esistere come oggetto leggendario di una sola proiezione canadese.
Restano le farfalle. Nessuno sa cosa significhino, incluso l'uomo che le ha messe lì, e forse quella è l'unica cosa autenticamente autoriale di tutta la faccenda.

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