Zack Snyder scrive e dirige il reboot di Fuga da New York. Carpenter produttore esecutivo, effetti pratici, uscita in sala. La news (e qualche dubbio)
[di Alex M. Salgado]
Snake, aspettaci. Stiamo arrivando.
Dunque. Dopo vent'anni di falsi allarmi, registi attaccati e staccati come lampadine difettose, Gerard Butler con la benda sull'occhio, Robert Rodriguez che ci pensava su, Leigh Whannell che si avvicinava, Radio Silence che si avvicinava ancora di più, 1997: Fuga da New York ha finalmente trovato qualcuno disposto a premere il grilletto. E quel qualcuno è Zack Snyder.
Reazione sana e proporzionata alla notizia: panico moderato, curiosità genuina, e la consapevolezza che ormai Jena/Snake Plissken è sopravvissuto a tutto, a una distopia ambientata nel 1997, a un sequel ambientato a Los Angeles, a vent'anni di Hollywood che ci girava intorno senza osare e probabilmente sopravviverà anche a questo.
Il progetto
Snyder scriverà e dirigerà. La notizia è uscita ieri su THR, StudioCanal produce, John Carpenter, il creatore dell'originale del 1981, sarà produttore esecutivo, il che significa che almeno una persona adulta nella stanza potrà chiamarlo se le cose dovessero prendere una piega troppo... snyderiana.
Il punto interessante, quello che separa questo annuncio dal solito rumore di Hollywood, è che Snyder non si presenta con l'attitudine visiva da kolossal che ha caratterizzato i suoi ultimi anni. Niente saghe cosmiche, niente lore da costruire in sei film. Le fonti parlano di un approccio "down and dirty": effetti pratici, location reali, il modello mentale è il suo L'alba dei morti viventi del 2004, il film che lo aveva fatto notare, prima che la DC gli offrisse le chiavi del castello e lui le prendesse con un entusiasmo che in retrospettiva chiunque avrebbe dovuto trovare leggermente preoccupante.
Perché potrebbe funzionare e perché no
Che Snyder voglia sporcarsi le mani è una notizia buona. Fuga da New York è un film di atmosfera prima ancora che di trama, una Manhattan notturna, decrepita, piena di gang e silenzio, e la sua forza stava proprio nella povertà creativa: Carpenter aveva pochi soldi e li ha usati per costruire un senso di oppressione che i blockbuster con cento milioni di budget non riescono quasi mai a replicare. Se Snyder capisce questo, il film ha una possibilità. Se invece si presenta con la sua tavolozza cromatica desaturata e decide che Jena Plissken ha bisogno di un arco di trasformazione emotivo in tre atti, be'. Ci sarà di che scrivere.
Sul cast non c'è ancora nulla di ufficiale. Il web, con la velocità e la precisione che lo contraddistinguono, ha già deciso che il ruolo di Jena debba andare a Wyatt Russell, figlio di Kurt Russell che il personaggio lo ha inventato. Frank Grillo ha alzato la mano pubblicamente. Snyder ha risposto all'annuncio su Instagram con un "LFG" — Let's F***ing Go — che è esattamente il livello di comunicazione istituzionale che ci si aspetta da lui e che, in qualche modo, è parte del personaggio.
La benedizione di Carpenter
John Carpenter ha ottantasei anni. Ha creato Halloween, La Cosa, Christine, Grosso guaio a Chinatown e Essi vivono, tra gli altri. Che sia lui a benedire il reboot del suo film più cyberpunk è l'unica cosa di questa storia che funziona senza riserve.
Il resto, inclusa la domanda se Fuga da New York avesse davvero bisogno di essere rifatto, se non bastasse l'originale, se il cinema contemporaneo non abbia già abbastanza distopie da gestire, è materia per discussioni più lunghe. Per ora: Jena Plissken torna. Snyder lo gira. Carpenter guarda.
Non chiamatelo ancora un successo. Ma neanche un disastro. Per ora è solo un annuncio. E gli annunci, come Jena/Snake direbbe, contano quanto un biglietto da visita in un quartiere che brucia.
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