Fjord di Mungiu, Palma d'Oro 2026, è un caso politico dopo il TIFF. Stan risponde, Neon lancia la corsa agli Oscar.
Il film di Cristian Mungiu arriva a Toronto e diventa un caso politico. Sebastian Stan respinge l'accusa. In Italia con BIM, data indicata al 19 novembre
[di Redazione]
Il 10 settembre, al Princess of Wales Theatre di Toronto, Sebastian Stan è salito sul palco accanto a Cristian Mungiu per consegnare Fjord al pubblico nordamericano. Quattro mesi prima, sulla Croisette, lo stesso film aveva raccolto la Palma d'Oro, dodici minuti di applausi e quattro premi collaterali. A Toronto invece ha raccolto un'etichetta. Nel giro di poche ore, sulle piattaforme, Fjord era diventato "un film MAGA".
Quattro lettere, e un dramma europeo da centoquarantasei minuti girato tra un fiordo norvegese e un'aula di tribunale è entrato in un'altra storia. La stagione dei premi americana, dove ogni titolo viene letto prima come posizione e poi come film.
Quello che era successo a Cannes
La 79ª edizione del Festival di Cannes si era chiusa il 23 maggio con la giuria presieduta da Park Chan-wook che assegnava a Mungiu la seconda Palma d'Oro della sua carriera, diciannove anni dopo 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni. Un ingresso nel gruppo ristretto dei cineasti premiati due volte sulla Croisette. Insieme alla Palma erano arrivati il premio FIPRESCI, quello della Giuria Ecumenica, il Prix de la Citoyenneté e il Premio François Chalais.
Il film racconta i Gheorghiu. Mihai, rumeno, cristiano evangelico osservante, interpretato da Sebastian Stan. Lisbet, norvegese, interpretata da Renate Reinsve. Cinque figli. Il trasferimento da Bucarest al villaggio costiero d'origine della madre. Poi i lividi notati a scuola, la segnalazione, i servizi sociali, i bambini portati via, il processo. La vicenda ricalca il caso della famiglia Bodnariu, cinque figli sottratti dal Barnevernet norvegese nel novembre 2015, una mobilitazione internazionale, un ricorso arrivato fino alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Nel film il cognome cambia, la struttura resta.
Mungiu ha descritto il suo lavoro come un film sul fondamentalismo di sinistra. A Cannes ha aggiunto che la società oggi è divisa e radicalizzata, e che il film vuole essere un atto di fede contro ogni fondamentalismo, in nome di parole come trauma, inclusione ed empatia. Parole bellissime, ha detto, che andrebbero applicate più spesso.
Quella frase ha viaggiato più veloce del film. Ad agosto, quando Fjord usciva in Francia, era già diventata la sua scheda di lettura. A settembre, quando il film è finalmente arrivato davanti al pubblico nordamericano, la frase era lì ad aspettarlo sulla soglia della sala.
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La parte interessante riguarda il calendario, e il calendario in questo caso ha un proprietario. Fjord esce negli Stati Uniti il 9 ottobre con Neon, la stessa etichetta che detiene i diritti americani sul vincitore di Cannes da sette edizioni consecutive, dal Parasite del 2019 in poi. Il 9 ottobre è la stessa data scelta per Parasite, per Anatomia di una caduta e per Anora. Due di quei tre film hanno vinto l'Oscar per il miglior film.
Una data ripetuta tre volte smette di essere una data e diventa un metodo. Il film esce a ottobre, raccoglie recensioni e polemiche per oltre nove settimane, arriva alla shortlist di dicembre già discusso, arriva alle nomination di gennaio già familiare. La discussione lavora per il film. Anche quella ostile. Soprattutto quella ostile, perché nessuna campagna comprerebbe a quel prezzo la quantità di conversazione che un'accusa politica genera in ventiquattro ore.
Quello che Sebastian Stan ha risposto, a chi non l'ha visto
A Toronto, tra un'intervista e l'altra, Stan ha liquidato la polemica: l'etichetta arriva da chi non ha visto il film, dice, e chiede da quando un solo campo detenga tutte le risposte senza mai sbagliare. Argomento imbattibile, e proprio per questo poco utile a chiudere la discussione: lo userebbe con lo stesso effetto chi difende il film e chi lo attacca. Più solido il resto, l'arrivo in America da bambino, la vergogna di sentirsi diverso, la madre che predicava di non farsi alleati né nemici, solo di essere gentili con tutti. Da lì, dice, è entrato nel personaggio. Se basti anche a chi ha già deciso cosa pensare del film prima di comprare il biglietto, è un'altra questione.
Al Toronto International Film Festival la frattura non si è ricomposta con la visione. Da una parte chi legge Fjord come il ritratto di un estremismo che ne alimenta un altro, del disagio che le società liberali provano davanti a chi non rientra nello stampo accettato: in questa lettura nessuno ha ragione, tutti restano chiusi dentro la propria ideologia. Dall'altra chi lo legge come una diagnosi, tutt'altro che neutra, di una sinistra culturale diventata nel frattempo classe dirigente.
A complicare la partita, una settimana prima di Toronto, è arrivata anche la scelta del Centro Nazionale del Cinema romeno: comitato di selezione unanime, Fjord candidato ufficiale della Romania alla categoria Miglior Film Internazionale ai prossimi Oscar. Shortlist il 15 dicembre, nomination il 21 gennaio, cerimonia il 14 marzo.
Prima ancora di sapere se sarà in cinquina, però, il 9 ottobre il film arriva nelle sale americane, davanti a un pubblico che non ha in tasca l'accredito di un festival. Sarà lì, e non a Cannes né a Toronto, che si vedrà se ad aspettarlo sulla soglia c'è ancora soltanto l'etichetta, o finalmente anche il film.

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