Olivia Wilde firma un Kammerspiel corale con Rogen, Cruz e Norton: remake del Sentimental di Cesc Gay, in sala con iWonder. La recensione.
Presentato in anteprima al Sundance 2026, il ritorno alla regia di Olivia Wilde dopo Don't Worry Darling è un Kammerspiel corale a San Francisco con Seth Rogen, Penélope Cruz ed Edward Norton: remake del Sentimental di Cesc Gay, ora nelle sale italiane con iWonder Pictures.
[di Ludovico Cantisani]
Ritorno alla regia per Olivia Wilde a quattro anni dall'uscita del controverso Don't Worry Darling, The Invite è un remake del film spagnolo Sentimental di Cesc Gay del 2020, a sua volta adattamento di una acclamata pièce teatrale a firma dello stesso regista, intitolata Los vecinos de arriba. Dopo le riproposizioni dello stesso canovaccio in Svizzera, Francia e Corea del Sud, e anche in Italia nel 2022 con il titolo di Vicini di casa per la regia di Paolo Costella, The Invite è stato presentato in anteprima mondiale al Sundance a gennaio 2026; acquistato dalla prestigiosa A24 dopo una vera e propria "bidding war" tra diverse società e piattaforme di distribuzione, è stato riproposto anche a Locarno e a San Sebastian. Uscito nelle sale italiane dal 16 settembre distribuito da iWonder Pictures, con il sottotitolo de Il piacere è tutto nostro, è inoltre il film di chiusura della sesta edizione del festival del cinema di Villa Medici a Roma. Ambientato in questa versione americana a San Francisco e interpretato da un cast all-star composto da Seth Rogen, Penélope Cruz, Edward Norton e la stessa Wilde, The Invite racconta di una cena che mette assieme e presto contrappone due coppie di condomini, colte in momenti decisamente diversi della loro relazione, tra un matrimonio in crisi e una profonda ma recente unione.
Un Kammerspiel corale tra Carnage e la commedia da camera
Nella sua essenzialità scenografica e cinematografica, The Invite è un film decisamente più riuscito di Don't Worry Darling con le sue elaborate metafore femministe e para-fantascientifiche. Il nuovo film di Olivia Wilde si colloca chiaramente in un territorio limitrofo a quello di Carnage di Roman Polański, a sua volta adattamento del testo teatrale Il dio del massacro di Yasmine Reza - e di innumerevoli altri film e spettacoli teatrali che mescolano l'unità aristotelica di tempo e luogo di una cena con dinamiche di crisi di coppia e/o conflitti all'interno di microcosmi sociali quali appunto un condominio. Aperto da una criptica citazione di Oscar Wilde sull'opportunità di non sposarsi, The Invite procede nella forma di un continuo duello verbale. I primi minuti mostrano qualche guizzo di regia, poi le inquadrature si allineano al classico Kammerspiel cinematografico. Il commento musicale di Devonté Hynes è compositivamente buono ma nella presenza un po' ridondante in alcuni momenti. I quattro attori, che praticamente da soli esauriscono i volti che si vedono nel film, brillano tutti più o meno allo stesso modo, senza che nessuno spicchi in particolare sull'ensemble: Norton è forse un po' più in rimessa e meditativo del solito e Rogen è inaspettatamente quello che sfodera il range espressivo più ampio, ma anche la Cruz e la Wilde tirano fuori interpretazioni discrete e calibrate al tono sostanzialmente comico della vicenda.
Sceneggiatura firmata McCormack-Jones: Hawk, Joe, Angela e Piña
In film con questa impostazione pressoché teatrale, in fondo la riuscita ruota interamente attorno alla sceneggiatura: scritta da Will McCormack e Rashida Jones, quella di The Invite è ben strutturata, serrata e sinuosa, con alcune dinamiche prevedibili e quasi scontate, come la reciproca attrazione tra i membri delle due coppie, ma anche buoni colpi di scena, e una buona porzione di battute e dialoghi incisive e di impatto. Nonostante la presenza della Wilde alla regia, i due personaggi maschili risultano più e meglio tratteggiati delle rispettive controparti femminili: spiccano sia l'Hawk di Edward Norton, ex-pompiere reinventatosi dopo la pensione anticipata massaggiatore secondo la tecnica del rolfing, con i suoi tratti autistici e compulsivi ben inquadrati; sia il misantropo Joe di Seth Rogen, ex-frontman di una band "pop-punk-indie-rock" riciclatosi come insegnante di musica in un piccolo conservatorio, motivato sin dai primi minuti a tramutare la cena in disastro, con il suo talento nel dire la cosa sbagliata al momento sbagliato, per ripicca verso la moglie Angela. Se Joe è intrinsecamente respingente e provocatorio, la Angela di Olivia Wilde trova giustificazione per i suoi bizzarri exploit nel consumo ripetuto di vino prima ancora che i vicini arrivino, nello scontro iniziale col marito. Penélope Cruz interpreta bene la sua parte di Piña, ma il personaggio, al netto dei molteplici problemi alimentari che scombinano interamente il menù della cena, a tratti emerge più dalle parole degli altri che dalle sue, e aderisce un po' troppo al cliché della psicoterapeuta sessualmente estroversa; solo nel finale la sua personalità e la sua professionalità assumono maggiore spessore.
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Monogamia in crisi e intellettualizzazione del sesso: bilancio da dramedy
Al netto degli elementi parzialmente caricaturali nella costruzione dei quattro protagonisti, The Invite è una commedia efficace con battute continue senza interruzione, in un continuo rimescolamento dei registri comici tra lo sferzante, il grottesco, il paradossale e l'intellettuale. Senza prenderla sul serio più del dovuto, The Invite traccia una riflessione sulla crisi del modello monogamico nelle coppie attuali - e anche sulle difficoltà di abbandonarlo effettivamente, oltre che, se vogliamo, sull'impossibilità di non intellettualizzare la sessualità. Il finale un po' maieutico per certi versi spiega un po' troppo, ma ha anche la giusta dose di gelo che bilancia il tono sostanzialmente comico o dolceamaro dei quattro atti precedenti configurando The Invite come un'effettiva dramedy, per quanto proporzionalmente virata più sulla commedia. Non è il nuovo Scene da un matrimonio à la Bergman e non è neanche Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (e non avete mai osato chiedere) sulla falsariga di Woody Allen, al netto della chiusa jazzistica e della dedica finale a Diane Keaton; ma come via di mezzo tra questi due poli - peraltro comunicanti - The Invite ha il suo discreto perché.

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