Marie Madeleine di Gessica Généus, da Cannes Première a Villa Medici: fede e desiderio a Haiti tra una chiesa e un bordello. La recensione.
Dopo Freda, la regista haitiana torna a Cannes con una storia d'amore tra una prostituta e un giovane evangelista, dove fede e desiderio si fronteggiano nella stessa strada
[di Fabio Massimo Tufarelli]
Dopo Freda, presentato nel 2021 a Cannes nella sezione Un Certain Regard, Gessica Généus torna al festival con Marie Madeleine, presentato nella sezione Cannes Première della 79ª edizione. Il film è arrivato in Italia al Festival di Film di Villa Medici.
Una prostituta e un evangelista a Jacmel
A Jacmel, sulla costa meridionale di Haiti, Marie Madeleine vive di prostituzione e attraversa le notti della città senza sottostare alle regole di chi pretende di salvare le anime. L’incontro con Joseph, giovane evangelista legato a una comunità religiosa, mette in contatto due mondi apparentemente inconciliabili. Tra i due nasce una relazione che porta Joseph a mettere in discussione la propria fede e Marie Madeleine a diventare, per lui, una possibilità di libertà diversa da quella che gli è stata insegnata.
Généus costruisce il film proprio su questa contrapposizione, che prende forma anche fisicamente nello spazio: una chiesa e un bordello si fronteggiano nella stessa strada, due luoghi che sembrano rappresentare agli antipodi la morale e il desiderio. Ma Marie Madeleine non si accontenta di mettere in scena uno scontro tra sacro e profano. La regista è interessata soprattutto a mostrare quanto siano fragili le categorie attraverso cui gli uomini cercano di dividere il bene dal male, la fede dall’istinto, ciò che è accettabile da ciò che deve essere condannato. La morale diventa così una forma di giudizio che si esercita sui corpi e sulle vite degli altri, mentre la fede può essere contemporaneamente rifugio e strumento di controllo.
Una Haiti di colori contro la durezza del racconto
È un Haiti inebriante e pervasa dai colori quella che Généus porta sullo schermo, fatto di mare, musica, strade, chiese e presenze spirituali, in completo contrasto con il tono della storia. La vitalità dei luoghi non serve però a rendere più leggero il racconto, anzi finisce per accentuarne la durezza. La regista guarda alle situazioni più spietate senza cercare una facile consolazione e senza trasformare i propri personaggi in semplici rappresentanti di una tesi. È proprio questo contrasto tra la bellezza quasi sensuale delle immagini e la crudezza di ciò che accade a dare al film una delle sue caratteristiche più forti.
La macchina da presa non arretra davanti alle situazioni più scomode e Généus sembra voler privare lo spettatore di qualsiasi distanza rassicurante. La violenza, il sesso, la religione e il giudizio degli altri entrano nel racconto senza essere ricomposti in una morale finale. Anche per questo Marie Madeleine non rinuncia a quelle battute intelligenti e ironiche che in alcune situazioni. È una scelta che rende il film più duro, a tratti persino ostile, ma che gli permette di mantenere una coerenza nel modo in cui osserva i suoi personaggi e il mondo nel quale si muovono.
Uno sguardo fisico e la fotografia di Canniccioni
La regia è dunque l’elemento che maggiormente convince. Généus possiede uno sguardo molto fisico, capace di far convivere la bellezza delle immagini con una realtà spesso difficile da sostenere. La fotografia di Nicolas Canniccioni asseconda questa scelta attraverso un’immagine ricca e luminosa, nella quale i colori di Haiti acquistano una presenza quasi tattile. Non è però una bellezza da cartolina: più il paesaggio appare vivo e seducente, più la distanza con ciò che accade ai personaggi diventa evidente.
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Marie Madeleine e Joseph, due mondi a confronto
Al centro rimane comunque il rapporto tra Marie Madeleine e Joseph. Lei rappresenta una libertà che non coincide necessariamente con la felicità e che non viene mai proposta come una soluzione semplice. Lui, al contrario, deve fare i conti con una fede che fino a quel momento gli aveva fornito risposte e appartenenza. La loro relazione non produce soltanto un conflitto sentimentale, ma apre una frattura più profonda: cosa rimane di una persona quando comincia a mettere in discussione le regole attraverso cui ha imparato a distinguere il bene dal male?
In questo senso funzionano anche le interpretazioni. Marie Madeleine trova in Gessica Généus un’interprete capace di restituire alla protagonista una durezza che non cancella la sua vulnerabilità. L’attrice non cerca di rendere il personaggio immediatamente simpatico e proprio per questo riesce a sottrarlo alla facile posizione della vittima. Béonard Monteau, nei panni di Joseph, accompagna invece il progressivo smarrimento del giovane evangelista, mostrando le crepe di una fede che sembrava incrollabile. Tra i due non c’è soltanto attrazione: c’è il confronto tra due persone che provengono da mondi diversi e che, proprio attraverso l’altro, sono costrette a guardare ciò che avevano sempre cercato di evitare.
Il limite di una narrazione prevedibile
Il limite di Marie Madeleine si trova invece in alcune scelte narrative. La forza della messa in scena e la radicalità di alcuni momenti finiscono talvolta per essere frenate da sviluppi che si possono intuire con largo anticipo. Alcune svolte del rapporto tra i protagonisti risultano prevedibili e, soprattutto nella parte conclusiva, il film sembra affidarsi a soluzioni già preparate dal percorso precedente. È un peccato perché la regia, quando si libera dalle esigenze più convenzionali del racconto, dimostra di avere una forza maggiore rispetto alla storia che sta raccontando.
Dopo Freda, un cinema più intimo e carnale
Nonostante queste prevedibilità, Généus non perde mai del tutto il controllo del proprio sguardo. La durezza di alcune scene non viene utilizzata semplicemente per provocare, ma per mettere lo spettatore davanti a una società nella quale la religione, la povertà, il desiderio e la morale finiscono per sovrapporsi. Marie Madeleine non è allora soltanto una donna che rifiuta le regole degli altri, così come Joseph non è semplicemente il giovane credente che scopre il desiderio. Sono due personaggi attraverso i quali la regista prova a interrogare il bisogno di essere liberi quando la libertà stessa entra in conflitto con ciò che una comunità considera giusto.
Dopo Freda, Généus conferma così un cinema profondamente legato alle contraddizioni del proprio Paese, ma le affronta questa volta attraverso una storia più intima e carnale, nella quale fede e desiderio diventano due forze continuamente in conflitto. Marie Madeleine non sempre riesce a sottrarsi alla prevedibilità del racconto, ma trova nella regia, nei suoi colori e nella spietatezza dello sguardo la capacità di trasformare una storia d’amore e di fede in un confronto più ampio con la morale, la libertà e il bisogno umano di sentirsi padroni delle proprie scelte.

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