Martin McDonagh al Zurich Film Festival: Wild Horse Nine è il suo film più politico. Dai rifiuti della BBC a Hollywood, senza padroni.
Premiato con l'A Tribute To… Award, il regista di In Bruges ripercorre la carriera e rivendica, con Wild Horse Nine, un cinema che rifiuta la neutralità.
[di Redazione]
Un mostro. Martin McDonagh sceglie questa parola per Wild Horse Nine, il suo quinto lungometraggio, a poco più di un mese dall'uscita nelle sale italiane e americane:
"Questo è probabilmente il mio film più politico. Ed è per questo che trovo molto eccitante far uscire questo mostro nel mondo."
La frase arriva da un autore che da trent'anni fa ridere le platee con gatti che esplodono, sicari annoiati in una città fiamminga e due amici irlandesi che smettono di rivolgersi la parola. Suona come un programma.
Lo scenario è la 22esima edizione dello Zurich Film Festival in corso fino al 4 ottobre. McDonagh è arrivato in Svizzera per ricevere l'A Tribute To… Award, il riconoscimento che il festival riserva ai cineasti che hanno inciso sulla storia del cinema e che prima di lui è andato, fra gli altri, a Noah Baumbach e Luca Guadagnino. Il premio gli è stato consegnato alla prima di gala di Wild Horse Nine, reduce dalla Mostra di Venezia e dalla Coppa Volpi a John Malkovich. Poi la masterclass, in cui McDonagh ha ripercorso tutta la strada, dalla scuola lasciata a sedici anni fino a Hollywood e ritorno.
Wild Horse Nine, il film politico di Martin McDonagh
Il film è ambientato alla vigilia del golpe cileno del 1973. Chris e Lee, due agenti della CIA interpretati da John Malkovich e Sam Rockwell, vengono inviati da Santiago all'Isola di Pasqua dal loro capo MJ (Steve Buscemi). Sulla carta è un film d'epoca. McDonagh lo sposta subito in un'altra casella:
"Ho la sensazione che oggi ci sia forse un po' troppa neutralità artistica, o troppo dire niente, non avere un'opinione, o essere apatici. Con questo film sono entusiasta di fare l'opposto."
Le battute scritte per il Cile del 1973, intanto, arrivano in sala cariche d'altro:
"Tantissime cose del presente rispecchiano molti di quei tipi di interventi del passato. Si possono davvero sentire battute che credevo parlassero del 1973 venire interpretate da un pubblico di oggi come se parlassero del Venezuela di qualche mese fa, o di altri posti nel mondo."
Al Lido, nella recensione di Wild Horse Nine scritta durante la Mostra, lo stesso tragitto dal 1973 al Venezuela si era imposto da solo. E succede anche con la Russia:
"Le battute sulla Russia nel film riguardano i loro interventi in Finlandia cento anni fa, ma oggi noi le colleghiamo all'Ucraina. Adoro che il film abbia una risonanza di cui, mentre lo scrivevo, non ero necessariamente consapevole."
Per un autore che rivendica il diritto di avere un'opinione, la risonanza imprevista suona come una conferma: l'opinione ha colpito un bersaglio più largo di quello che aveva preso di mira.
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Il filo, però, parte molto prima.
"Ho lasciato la scuola molto giovane, a sedici anni, e sono rimasto disoccupato a lungo. Ma con la speranza di diventare scrittore. In parte era il non voler avere un lavoro vero, o un capo. Questa cosa mi è rimasta fino a oggi."
Il capo mai voluto è un dettaglio da tenere a mente. Tornerà.
Gli inizi passano per la radio, con radiodrammi rifiutati uno dopo l'altro. "Soprattutto dalla BBC. Ma non porto rancore." Poi il teatro, e la fama di drammaturgo. Dentro quelle pièce, però, il cinema lavorava già:
"Da appassionato di cinema, ho messo tutto questo nell'energia delle pièce. Succedevano cose che di solito non si vedono su un palcoscenico. Tipo gatti che esplodono."
I gatti sono quelli de Il tenente di Inishmore. La scintilla, invece, era scoccata in platea, davanti ad Al Pacino in American Buffalo di David Mamet:
"Me lo ricordo ancora oggi. È semplicemente entrato in scena e ha spazzato via l'intero teatro. Era questa combinazione: una pièce piena di energia e di parolacce, dialoghi straordinari, e questa star del cinema che, be', quando era sul palco capivi che cosa fosse davvero recitare."
Rilette oggi, quelle parole sembrano la ricetta di tutto ciò che McDonagh avrebbe scritto dopo.
Da Six Shooter a In Bruges, il cinema di McDonagh contro le interferenze
Il passaggio al cinema non è stato una passeggiata, e a spingerlo, racconta, sono stati i colpi presi più degli applausi:
"Sono stati i rifiuti brutti a ispirarmi davvero. Forse io do il meglio non con l'incoraggiamento, ma con la rabbia."
La rabbia funziona. Six Shooter, cortometraggio del 2004, vince l'Oscar come miglior cortometraggio live action. Nel cast c'è Brendan Gleeson, che McDonagh ritroverà nel suo primo lungometraggio, In Bruges:
"È stata probabilmente la situazione più spaventosa in cui mi sia trovato, artisticamente. Ma la cosa meravigliosa è stata avere Brendan Gleeson nel progetto. Mi ha protetto da qualsiasi interferenza. Non ce l'avrei fatta senza il suo aiuto e la sua guida."
In Bruges nasce da una serata andata storta:
"Sono andato a Bruges senza saperne niente. La seconda sera dovevo vedermi con una ragazza, e lei non si è presentata. È stata questa combinazione: pensare che fosse la città più cinematografica e sconosciuta che avessi mai visto, e annoiarmi a morte e volere soltanto ubriacarmi e andarmene via da lì."
In quella doppia sensazione sta già tutto il film. Da una parte Ken, il personaggio di Gleeson, incantato da chiese e canali. Dall'altra Ray, quello di Colin Farrell, che conta le ore per andarsene. A Bruges, McDonagh era tutti e due. E anche su quel set gli attori hanno fatto da scudo:
"Colin e Brendan sono stati grandi compagni nel proteggermi da qualsiasi interferenza degli adulti. Che di solito adulti non sono: sono bambini con un sacco di soldi. È la natura di Hollywood."
Interferenza. In pochi minuti la parola è tornata due volte.
Dal comico al tragico, John Malkovich e la svolta di McDonagh
I film di McDonagh maneggiano materia scura, fra violenza, lutto e colpa, e continuano a far ridere. Da qualche tempo, però, lui stesso avverte uno spostamento:
"Ho cercato di fare in modo che i film non parlino solo dell'essere cool. Parlano di qualcosa di più profondo e, credo, di più tragico. Lascio spazio a scene più contemplative, in cui i personaggi sono soli e non fa ridere. Restano a pensare alla propria vita, o a rimuginare sui propri rimpianti."
Il suo cinema torna da sempre sulla stessa scena, lo stesso incrocio di colpa e violenza, e film dopo film la illumina con una luce sempre meno comica. Era già successo con la Mildred Hayes di Frances McDormand in Tre manifesti a Ebbing, Missouri, una madre in lutto lasciata spesso sola con il proprio silenzio. Succede di nuovo con il Chris di John Malkovich:
"Quando sono grandi attori come Frances o John, vedi la tristezza nei loro occhi e completi tu quello a cui stanno pensando. Una delle idee per il personaggio di John era dargli l'intera tavolozza delle emozioni. Si sa che John sa fare la commedia, sa fare la rabbia e sa fare le cose contemplative, silenziose. Ma io mi assicuro che tutte queste cose stiano insieme, in un unico pacchetto."
Alla Mostra, la giuria ha premiato proprio quel pacchetto con la Coppa Volpi.
Martin McDonagh e la libertà creativa: niente capi, niente interferenze
Resta l'ipotesi di un cinema più grande, con più mezzi e più pubblico. McDonagh la liquida così:
"Stranamente, sono davvero contento della traiettoria, o del livello, dei film che ho fatto. Non voglio un budget più grande. Non voglio nemmeno più successo. Voglio solo continuare a fare film completamente liberi da qualsiasi interferenza di chiunque. È una posizione perfetta in cui trovarsi."
Eccola, la terza interferenza. Il ragazzo che a sedici anni lasciava la scuola per non avere un capo è diventato un regista che rinuncia a budget e successo pur di continuare a non averne uno. E il suo film più politico racconta due uomini che per decenni hanno eseguito ordini, mandati a interferire nella storia degli altri da un impero che quegli ordini li firmava. Il cineasta allergico alle interferenze ha girato un film sui professionisti dell'interferenza. Difficile immaginare una posizione meno neutrale.

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