È morto Jeremy Thomas, produttore Oscar de L'Ultimo Imperatore. Le sue ultime parole su Bertolucci e il cinema, oggi testamento. Leggi.
Aveva 77 anni, cinque film con Bertolucci e un Oscar per L'Ultimo Imperatore.
[di Redazione]
Nell'Oxfordshire, la sera di venerdì scorso, la luce si è ritirata piano tra i campi, e in una casa di campagna lontana dai riflettori se n'è andato Jeremy Thomas. Aveva 77 anni. Lo ha annunciato la famiglia sabato, con poche righe: morto sereno, circondato dagli affetti più cari. Nessuna malattia da raccontare, nessun dettaglio da aggiungere. Solo una vita che si chiude, e cinquant'anni di cinema che restano.
Cinquant'anni di cinema, controcorrente
Cominciò nel 1976, in Australia, producendo Braccato a vita con un Dennis Hopper già ai margini di Hollywood: un debutto rischioso, un budget minimo, un attore ingestibile. Da lì la carriera di Thomas si è mossa sempre nella stessa direzione, verso i registi che nessun altro voleva finanziare. Nicolas Roeg, Julien Temple, Nagisa Oshima: con quest'ultimo arrivò Furyo (Merry Christmas Mr. Lawrence), un pezzo di storia del cinema costruito fuori dai circuiti convenzionali.
Poi arrivò Bernardo Bertolucci. Cinque film in diciassette anni: L'Ultimo Imperatore, che nel 1988 valse a Thomas l'Oscar per il miglior film, tra i nove vinti quella notte, Il tè nel deserto, Piccolo Buddha, Io Ballo da Sola, The Dreamers. Una collaborazione che a un'intera generazione di spettatori italiani ha insegnato cosa potesse essere il cinema internazionale fatto con mezzi europei e sguardo altrove, ovunque tranne che di sistema. Fondò la Recorded Picture Company e, nel 1998, insieme a Peter Watson e Stephan Mallmann, HanWay Films: la vendette nel 2022 al Cohen Media Group, ma restò fino alla fine il produttore che sceglieva i registi prima dei mercati. Crash di David Cronenberg, Sexy Beast - L'ultimo colpo della bestia di Jonathan Glazer, A Dangerous Method, High-Rise – La rivolta. Nel 2025, The Good Boy, con Stephen Graham. Il Regno Unito lo aveva fatto Commander of the Most Excellent Order of the British Empire nel 2009; l'Europa del cinema, già nel 2006, gli aveva consegnato il premio per il Contributo Europeo al Cinema Mondiale.
Roma, undici mesi fa: un testamento senza saperlo
Undici mesi fa, alla Festa del Cinema di Roma, Thomas aveva raccontato tutto questo dal palco, in una masterclass, "Bernardo & Me", che oggi si legge come un testamento non scritto apposta per esserlo. Ne avevamo parlato qui: il sodalizio con Bertolucci descritto come un matrimonio a due, nato paradossalmente da un imbarazzo a tavola, quando Thomas tagliò un raviolo con il coltello e Vittorio Storaro lo guardò come si guarda una creatura aliena. Da quella gaffe, raccontava, nacque la regola che avrebbe governato tutta la carriera: il produttore doveva fidarsi del regista, il regista doveva fidarsi del produttore. Bertolucci lo chiamava in tanti modi, ma quello che gli piaceva di più era "il truffatore nella pelliccia di un orsetto di peluche". Poi il tono cambiava, e Thomas parlava del presente con la stessa franchezza. Diceva che lo streaming aveva prosciugato il cinema indipendente, che la funzione del produttore in quel mondo nuovo non esisteva più davvero, che nessuna piattaforma racconta mai a nessuno quante persone guardano davvero un film. Diceva anche, però, di non essere pessimista. "Non sono pessimista. Sono realista", ripeteva. E si svegliava ogni mattina convinto di dover ancora combattere per il gusto del cinema che amava.
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Venezia e Toronto, senza di lui
Quella franchezza, oggi, pesa diversamente. Perché Jeremy Thomas non si è fermato a dirlo: lo ha fatto fino all'ultimo giorno utile. A Venezia 83, in concorso, c'era Bucking Fastard di Werner Herzog, prodotto da Thomas: è stato lui, ha raccontato il regista tedesco in conferenza stampa, a suggerire che le due protagoniste fossero sorelle e non gemelle, ed è stato lui a pensare a Kate e Rooney Mara per la parte. La pagina ufficiale della Biennale racconta anche l'altra presenza veneziana di Thomas in questi giorni, in Joie de Vivre di Luca Guadagnino, il lungo omaggio a Bertolucci in cui il produttore torna a raccontare il regista che lo aveva reso, come si definiva lui stesso a Roma, un uomo capace di aprire Paesi con un solo nome. Tra due giorni, a Toronto, debutta Bad Lieutenant: Tokyo, l'ultima collaborazione con Takashi Miike. Arriverà senza di lui, ma porterà comunque la sua firma.

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