Jekyll e Hyde di Fabio Condemi al Vascello: la recensione

Jekyll e Hyde di Fabio Condemi al Teatro Vascello: Christian La Rosa è Utterson in un'indagine sul doppio che divora chi indaga. La recensione.

Valutazione: ★★★★☆ (4.0 su 5)

Christian La Rosa è Utterson in un monologo che trasforma la novella di Stevenson in un'indagine sul male destinata a ritorcersi contro chi indaga.

[di Ludovico Cantisani]

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Fabio Condemi, nel panorama del teatro italiano contemporaneo, è il regista che probabilmente più di ogni altro si è specializzato nell'adattamento per il palcoscenico di testi originariamente non concepiti per il teatro, spaziando lungo tutta la letteratura occidentale. Dallo Jakob von Gunten di Robert Walser a una selezione dall'intero opus pasoliniano confluita in Questo è il tempo in cui attendo la grazia, da un'ardita messa in scena de La filosofia nel boudoir del Marchese de Sade a un recente confronto con la figura di Casanova, passando anche per l'immaginario meta-weird e post-horror di Thomas Ligotti in Nottuari, Condemi ha costruito un percorso teatrale tutto incentrato su una felice rilettura dei classici, che negli spettacoli da lui riscritti e diretti trovano fedeli sintesi e al tempo stesso reinterpretazioni incisive e originali. Adesso è il turno, al Teatro Vascello di Roma, della celeberrima novella Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson, datata 1886, archetipo narrativo, anteriore alla psicoanalisi, di ogni riflessione novecentesca sulla dualità dell'uomo. "L'elogio del crimine in De Sade, gli incubi postindustriali di Ligotti, i deserti geografici e metafisici di Roberto Bolaño e ora il signor Hyde in persona/e. Con questo lavoro indago nuovamente un tema che attraversa molti dei miei lavori precedenti", ha dichiarato Condemi nella presentazione del suo nuovo spettacolo. "È difficile per me dargli un nome preciso ma credo sia un'indagine sul male, una domanda sul male e sul suo rapporto con la rappresentazione e la creazione artistica".

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Utterson, il testimone al centro della scena

Il Jekyll e Hyde di Condemi si presenta con un rapporto nei confronti dell'originale che nel linguaggio cinematografico si definirebbe a tutti gli effetti uno spin-off: lo spettacolo è infatti tutto incentrato su Utterson, avvocato di fiducia e amico di Jekyll, chiamato a rimettere ordine tra le sue carte dopo la scomparsa dello stimato dottore e trovatosi tra le mani il manoscritto con l'impronunciabile confessione dell'esperimento scientifico che ha portato alla nascita del doppio malvagio Hyde. Lo spettacolo è di fatto un monologo, in cui Utterson, interpretato da Christian La Rosa, si rivolge a più riprese al maggiordomo di Jekyll, Poole, costantemente fuori scena.

Una lettura legalistica, tra scanner e proiezioni

L'adattamento compiuto da Condemi, sulla drammaturgia di Federico Bellini, riprende e riformula la frammentarietà del racconto di Stevenson e il suo multilinguismo, calato attraverso più registri narrativi ed espressivi, in una situazione scenica essenziale eppure aperta a moltissime suggestioni. Come tipico degli spettacoli di Condemi, c'è un utilizzo frequente di proiezioni, manovrate spesso dall'attore in scena con una sorta di scanner e atte a creare ulteriori strati di significato, non di rado attraverso suggestioni testuali anziché visive: una serie di oggetti di scena, documenti e fotografie scelti per far luce sul "caso" o per accompagnarne il racconto verbale, fino ad arrivare a inquadrature del volto dell'avvocato, schiacciato contro lo scanner con effetti di deformazione à la Bacon. Quella che Condemi fa de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde è una lettura giudiziale, o per meglio dire legalistica, con un procedimento indiziario che deliberatamente esplicita e amplifica la struttura a indagine della novella gotica, ma che presto finisce per ritorcersi contro il suo esecutore in scena.

Hyde, ovvero nascondino

Nella rilettura che Condemi fa del celebre testo di Stevenson c'è anche una componente prettamente linguistica: il nome dell'alter ego Hyde lungo tutto lo spettacolo viene etimologicamente tradotto come "nascondino", in inglese hide-and-seek, palesando il gioco di parole già presente nel testo inglese della novella originale e ricollegandolo anche, nel finale, al londinese Hyde Park; inoltre, attraverso l'ultima sillaba "son", una successione di proiezioni esplicita il legame fonetico che associa pericolosamente Utterson al cognome dello stesso Stevenson. Tracciando il quadro del "Regno Unito che già dal nome non potrebbe ammettere maciullamenti simili" dove si consumano i delitti di Hyde, non manca neanche un riferimento all'altra grande incarnazione del male nella Londra di fine Ottocento, Jack lo Squartatore, a cui Utterson nondimeno riconosce il merito di aver dato un "contributo al decoro urbano e alla tassazione della prostituzione".

Prigionieri in un incubo di Jekyll

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Già queste frasi sinistre disseminate nel monologare di Utterson lasciano presagire il prosieguo dello spettacolo, che con la sua essenziale grammatica simbolica (pareti d'un bianco clinico, abiti troppo grandi, una successione di inquadrature capovolte della metropoli londinese) ci sprofonda in un nuovo incubo in materia di doppio. Immerso nel ripercorrere il racconto della trasformazione e della scissione identitaria del suo vecchio cliente e amico, Utterson vagheggia la fantasia di una "mente che si muove al di fuori del tempo e dello spazio come nei sogni, senza bisogno di nessuna para-scientifica metamorfosi", fino ad arrivare all'ipotesi metaletteraria e metateatrale di essere tutti, personaggio e spettatori, prigionieri in un incubo di Jekyll. Non meno metaletteraria è la provocatoria riflessione "e se io fossi il doppio di un libro sul doppio?", mentre il metateatro torna anche nell'esternazione che a un certo punto Utterson fa sul palco rimpiangendo in qualche modo il teatro, perché "là è facile trovare il colpevole". Se le riflessioni di Utterson sull'ossimoro esistenziale della dualità tra Jekyll e Hyde arrivano a rifiutarla, concludendo che in realtà "scontiamo in noi stessi la metamorfosi", la scena madre dello spettacolo mostra l'avvocato impegnato in un tentativo di nascondino con sé stesso nel senso letterale del termine, come se il title character bicefalo della novella di Stevenson e della pièce di Condemi avesse contagiato il suo amico legale in un'inestirpabile e letale scissione.

Oltre il manicheismo di Stevenson

Nella progressiva dissoluzione della distinzione tra chi indaga e ciò che viene indagato, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Condemi problematizza il suo canovaccio narrativo ben più a fondo del manicheismo dell'originale racconto di Stevenson. Viene meno quella facile equazione per cui Jekyll corrisponde al bene, o per lo meno alla razionalità scientifica, e Hyde coincide con il male assoluto, con la pulsionalità totalmente sguinzagliata: nella sua discesa agli inferi della propria psiche Utterson si trova fino in fondo impegnato in un faccia a faccia con sé stesso, come evidenziato anche dall'elemento scenico di un secondo schermo che, accanto a quello principale dove vengono proiettate gran parte delle "scansioni", dei contributi video e delle diapositive, fa da specchio. A ben vedere manca un vero e proprio aggettivo per descrivere il percorso degenerante e a tratti quasi autofago che il personaggio di Utterson intraprende nella seconda parte dello spettacolo: con Poole come spettro deformante costantemente evocato, chiamato, sbeffeggiato, invocato ma mai visto in scena, Utterson si immerge in un circolo vizioso dal sapore fortemente psicotico, in un labirinto à la Klossowski, in un ritornello à la Deleuze.

Un'essenzializzazione teatrale

Questa enfasi sulla claustrofobia della mente e della personalità rende profondamente e specificamente teatrale il duplice lavoro di adattamento e riscrittura compiuto da Condemi e Bellini attorno a Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, che salta a piè pari le innumerevoli filiazioni letterarie, le versioni cinematografiche e audiovisive e le implicazioni dirette della novella di Stevenson sull'immaginario occidentale. Il linguaggio teatrale in quanto tale compie qui un'essenzializzazione, che consente di ridare un'inaspettata originalità a uno dei testi più noti e sfruttati del canone letterario mondiale, apportandovi al contempo un proliferare di nuove valenze, implicazioni e insinuazioni.

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