Don't Look Back in Anger: niente rabbia, siamo gli Oasis. La Recensione

Il documentario di Southern e Lovelace scritto da Steven Knight trasforma la reunion degli Oasis in un film sul perdono. In sala dal 10 settembre 2026

Valutazione: ★★★★½ (4.5 su 5)

Dylan Southern e Will Lovelace filmano, Steven Knight scrive: il documentario della reunion degli Oasis diventa un'architettura del perdono che passa dalla Manchester Arena.

[di Massimo Righetti]

Steven Knight ha un'idea molto precisa sul potere della parola. Ha scritto di un uomo chiuso in una macchina che parlava per novanta minuti e usciva dalla sua vita (Locke), e di una famiglia di gangster di Birmingham che parlavano come poeti maledetti (Peaky Blinders). Uno di quegli uomini che, con la grazia brutale della strada, si definirebbe un fucking genius. Adesso ha preso in mano la storia degli Oasis, che sulla carta era un campo minato di bottiglie rotte e tabloid urlati senza sosta, e ha fatto quello che si fa con un cavallo imbizzarrito: gli ha parlato piano finché non si è calmato.

Don't Look Back in Anger, diretto da Dylan Southern e Will Lovelace su sceneggiatura di Knight, arriva in sala il 10 settembre 2026 con Walt Disney, dopo l'anteprima alla Mostra di Venezia. In apparenza è il documentario ufficiale della reunion dell'anno, e cioè la cosa più prevedibile che il music business potesse produrre. Il rischio era la brochure celebrativa. La sorpresa è che qualcuno, in cabina di regia, ha deciso di girare un altro film.

Il perdono come architettura

Il tema vero del film è il perdono, e Knight lo tratta da architetto più che da predicatore. Non lo dice mai, lo costruisce per stratificazioni, e a un certo punto ci si accorge che il documentario parla di quello da un'ora buona. Della fatica di riconciliarsi con chi ci ha fatto male sul serio. Del rancore, valigia pesante che ci trasciniamo dietro persino in vacanza. Del fatto che perdonare, dopo un certo chilometraggio di vita, smette di essere un gesto morale e diventa una strategia di sopravvivenza. Vale per due fratelli, vale per una città, vale per chi guarda.

Il montaggio lavora come un battito cardiaco che alterna il boato del palco al silenzio delle stanze. La musica smette di essere colonna sonora e diventa presenza fisica, il sudore della folla, quel mare umano che è la vera partitura del film. Il perdono, dentro il film, entra come un basso che parte in sordina e non ha nessuna intenzione di andarsene.

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Manchester come compagno di strada

Manchester cammina accanto ai fratelli come un terzo Gallagher, con la stessa aria di ossa e ruggine, e detta il passo alla macchina da presa. Mattoni rossi, pioggia obliqua, la ruggine sulle grondaie. Qui la musica ha sempre significato una cosa sola, uscire dal grigio senza chiedere permesso. La dolcezza dei testi di Noel viene da lì, dal fango sotto le suole. E lavare via quel fango significherebbe, inevitabilmente, spegnere la luce. Southern e Lovelace la filmano stando un passo indietro, come chi sa di lavorare con materiale infiammabile, e obbligano la macchina da presa a un pudore che documentari analoghi si dimenticano di avere.

Sdraiarsi nel fango

Una fan, nel film, dice la frase più bella. Se cadi, gli altri ti dicono di rialzarti. Gli Oasis no. Gli Oasis si sdraiano nel fango insieme a te. Poi, solo dopo, ci si rialza insieme. Chi conosce la debolezza da vicino tende a non giudicarla, e questa è una teologia da sabato sera, imperfetta e affidabile.

Il requiem che si fa inno

Il passaggio che rischiava di sgretolare l'intero equilibrio, Knight la tratta invece con il pudore che merita. Manchester Arena, 22 maggio 2017, l'attentato al concerto di Ariana Grande. Nei giorni successivi la città cantò Don't Look Back in Anger per strada, senza che nessuno lo organizzasse, in una specie di rito collettivo che nessuno aveva scritto e tutti sapevano come si celebrava. La canzone smise di essere una canzone. Diventò requiem, poi inno, poi atto di resistenza politica di una città che si rifiutava di avere paura.

Il film si limita a lasciar parlare una sopravvissuta. Il senso di quello che dice, semplice ma straziante, arriva diretto al cuore senza chiedere permesso: coltivare il rancore vuol dire lasciare che chi ci ha fatto del male continui a farci del male anche dopo. Che estirparlo è l'unica via alla libertà. Che la memoria non deve nutrire l'odio, deve costruire il presente. Lo dice senza retorica, con la voce ferma di chi ha attraversato la cosa peggiore e ha scelto di non lasciarle l'ultima parola.

È da questo passaggio che il film torna sui Gallagher e chiude un cerchio senza avere l'aria di volerlo chiudere. Se una città che ha visto morire i propri ragazzi ha trovato il modo di cantare insieme, forse anche due fratelli spaccati per vent'anni possono trovare un microfono da dividere. La riconciliazione qui non guarisce nulla, non chiede scusa, non spiega. Fa una cosa più modesta e più difficile: smette di lavorare a tempo pieno per il passato.

La lingua che passa dai padri ai figli

In filigrana, dentro ogni inquadratura di stadio, corre un altro pensiero, e da solo vale metà del prezzo del biglietto. Gli Oasis sono diventati una lingua che si trasmette dai padri ai figli. Il ragazzino che oggi canta Wonderwall la canta perché suo padre gliela canticchiava in macchina, prima o poi, magari male, magari sbagliando le strofe. Noel e Liam sono entrati nel patrimonio biologico di due generazioni come un tempo ci entravano le canzoni popolari, quelle che nessuno sa chi le abbia scritte ma tutti sanno come vanno. E oggi servono a un adulto per spiegare a un ragazzino come si sopravvive a un cuore rotto senza doverglielo dire in prosa.

Il capitolo mancante (per fortuna)

Qualcuno noterà che manca Parigi 2009: la lite dietro le quinte, la chitarra rotta, la fine, i motivi della fine. Ha ragione, manca. E meno male. Il documentario dei retroscena esiste già in quindici anni di tabloid, e nessuno sentiva davvero il bisogno di rivederlo in centoventi minuti. Il film che serviva oggi era un altro, e si tiene aggrappato a temi più alti senza pretendere di essere un saggio. La domanda che si porta a casa non è più perché ci siamo spaccati, ma come si torna a parlarsi dopo. Domanda che riguarda due signori inglesi con qualche capello grigio, ma anche una comunità globale che passa i weekend a litigare online con perfetti sconosciuti per un rigore negato o per una pinta di birra servita troppo calda.

Uscire dalla sala

Si esce con un sapore paradossale di pulizia. La lezione morale evita la cattedra e si accontenta di essere vitale: vivere il momento, non avvelenarsi con i detriti delle delusioni, non lavorare a tempo pieno per il proprio passato. La battuta finale, che è insieme una dichiarazione di poetica e una pacca sulla spalla, la mette così: se proprio volete fare gli stronzi, almeno siate stronzi divertenti.

Il rock, in fondo, è anche questo. Un modo terribilmente serio di ridere in faccia al destino, mentre si cammina, insieme, verso la prossima pioggia.

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