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Peaky Blinders - The Immortal Man e l'ombra del maschio Sigma

Il ritorno di Thomas Shelby svela la fragilità maschile. Da tragedia a trend di lifestyle: l'inganno moderno del Sigma Male.

La complessa ridefinizione della mascolinità. Ovvero: come abbiamo trasformato un uomo devastato nel nostro guru del lifestyle.

[di Massimo Righetti]

Thomas Shelby - Peaky Blinders The immortal man

Un click metallico. La fiamma che divora il tabacco. Un respiro trattenuto. E poi il suono, lontano, di una sirena antiaerea. E una trincea invisibile scavata nel volto di un uomo stanco.

Così tornerà l'ombra lunga di Thomas Shelby. Il 20 marzo 2026, su Netflix, preceduta da una distribuzione in sale cinematografiche selezionate a partire dal 6 marzo. Si chiude formalmente un monumentale cerchio narrativo, inaugurato nel 2013. Il lungometraggio ci sradica dalle strade nebbiose degli anni Venti per precipitarci a Birmingham nel 1940, nel caos geopolitico della Seconda Guerra Mondiale. Ci sono le macerie fisiche e morali del Blitz. C'è un fatalismo disperato. E c'è un cast che ridisegna la dualità della tragedia: il protagonista Cillian Murphy, affiancato da Barry Keoghan, Rebecca Ferguson e Tim Roth.

L'opera si intitola The Immortal Man. Non un trofeo eroico, ma la diagnosi di una condizione clinica ed esistenziale. L'immortalità come forma estrema di punizione. L'uomo condannato a lottare e a continuare a esistere mentre il mondo intero collassa e ogni persona amata viene perduta, una dopo l'altra, con la puntualità di un treno britannico.

Fin qui, tutto nobile. Tutto serio. Tutto degno di riflessione. E poi arriva TikTok, e rovina tutto. O forse, in un modo grottesco e magnifico, rivela qualcosa di vero su di noi.

Perché ci siamo appassionati alla saga, vista e rivista, discussa e tatuata nell'anima, senza accorgerci di una cosa fondamentale: anziché guardare quello schermo per decifrare le cicatrici della Storia, lo abbiamo fatto per non affrontare noi stessi. L'epopea dei Shelby ha superato la dimensione dell'intrattenimento e si è trasformata nello specchio delle ansie e delle aspirazioni del maschio contemporaneo. Orfano di certezze. Grottescamente innamorato del proprio abisso. E disperatamente alla ricerca di un'estetica che lo salvi.

Steven Knight ha scritto la cronaca di un uomo condannato a camminare all'inferno, e noi, con una creatività che fa davvero tremare, ne abbiamo ricavato un tutorial di lifestyle. Abbiamo preso un personaggio costruito per essere un monito tragico, un antieroe che si chiede cosa rimanga di lui dopo aver vinto tutte le battaglie sbagliate sacrificando la propria anima, e cosa ne abbiamo fatto? Un mood. Un'estetica. Un'identità da adottare stagionalmente come un cappotto autunnale in tweed pesante, e qui arriviamo al punto, perché il tweed è letteralmente centrale nella vicenda.

Abbiamo scambiato il suo trauma insostenibile per puro carisma. La sua paralisi affettiva per un gelido, desiderabilissimo self-control. E lo abbiamo innalzato a santino del nostro tempo. Poi ci siamo messi a fare shopping.

Ci siamo travestiti. Abbiamo riesumato l'abito a tre pezzi in tweed pesante, l'orologio da taschino che non sa leggere nessuno, la coppola, quella coppola, reliquie di un passato rurale e operaio che ora chiamiamo solennemente Heritage Menswear nei post di Instagram mentre sorseggiamo un negroni in un locale dalle luci soffuse. Abbiamo affollato i barbieri per chiedere l'undercut, taglio rasato ai lati, nato per sopravvivere ai pidocchi delle trincee e ora sfoggiato come simbolo di rigore marziale e ribellione metropolitana. Il barbiere annuisce. Anche lui ha visto la serie.

I montaggi su TikTok e Instagram ci hanno convinti di essere luci solitarie in un universo che non ci comprende. Silenzi glaciali accompagnati da musiche dark-ambient. Sguardi nel vuoto con il bicchiere di whisky, perché il cristallo è per i fragili e noi, nella nostra mente, siamo d'acciaio, mentre fuori piove su una città industriale che nella nostra testa è sempre Birmingham 1919 anche se siamo a Roma nel 2026. Bellissimo. Commovente. Completamente assurdo.

E così, convinti che lo stile di una gang criminale ci rendesse più interessanti, abbiamo operato la più grottesca sanitizzazione della violenza che la storia della moda ricordi. Ci vestiamo come loro, sublimando la miseria e la sopravvivenza in pura e sofisticata mascolinità, pur di non ammettere, mai, davanti a nessuno, neanche a noi stessi, la nostra totale incapacità di chiedere aiuto. Di essere vulnerabili. Di dire a qualcuno che stiamo male senza prima costruirci attorno un'estetica che lo renda almeno fotogenico.

E qui, devo confessarlo, c'è un momento in cui mi guardo allo specchio e realizzo che anche io ho cercato su Google 'coppola misura 50' almeno una volta. E l’ho pure comprata. E questo mi rende complice, non critico. Siamo tutti nell'armadio insieme, metaforicamente e a volte letteralmente.

È la più grande commedia involontaria del decennio. E Netflix si sfrega le mani.

Il paradosso è cristallino nella sua stupidità: idolatrare la ferita di un personaggio di finzione, comprarsi un abito su misura ispirato a quel personaggio, e continuare a non parlare della propria ferita reale perché un uomo vero non lo fa. Thomas Shelby non lo farebbe. Peccato che Thomas Shelby viene ricoverato con episodi dissociativi conclamati e dipendenza da oppio, ma vabbè, sono dettagli, l’importante è che abbia un buon taglio sartoriale.

E allora, non resta che attendere. L'imminente rilascio cinematografico. The Immortal Man. Un click metallico. La fiamma che divora il tabacco.

E chissà se, osservando gli occhi svuotati di quell'uomo immortale di fronte alla sua resa dei conti finale, qualcuno di noi, in sala, al buio, con la coppola in mano perché l'ha portata davvero, capirà la lezione. Non che bisogna essere forti. Non che bisogna essere silenziosi. Ma che Thomas Shelby non è un modello. È un avvertimento.

La vera sfida della nostra epoca non è costruirsi un'estetica abbastanza solida da reggere il peso di non sanguinare mai. È avere il coraggio, finalmente, di posare la maschera. Ammettere che stiamo benissimo, grazie. No, aspetta: che stiamo malissimo. E che chiedere aiuto non richiede necessariamente un abito a tre pezzi.

Anche se fa molto scena.

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