Camp Miasma di Jane Schoenbrun, Queer Palm al 79° Festival di Cannes, in sala con MUBI. Nel cast Hannah Einbinder e Gillian Anderson.
Il terzo lungometraggio di Jane Schoenbrun, Queer Palm al 79° Festival di Cannes e Film della Critica SNCCI, arriva nelle sale italiane distribuito da MUBI. Nel cast Hannah Einbinder, Gillian Anderson e Jack Haven.
[La Redazione]
Uno studio hollywoodiano affida a Kris, giovane regista queer diventata di culto per una reinterpretazione di Psycho girata dal punto di vista della tenda della doccia, il reboot di Camp Miasma, franchise slasher del 1980 storicamente accusato di transfobia per la figura di Little Death, ragazzo trans ucciso al campeggio e tornato dal lago per punire i coetanei. La commissione è chiara: ripulire l'IP, renderla presentabile. Kris rifiuta il lavaggio.
Con questo gesto, la giovane regista queer che sceglie di riappropriarsi del mostro invece di addomesticarlo, Jane Schoenbrun costruisce il terzo capitolo della sua Screen Trilogy, dopo We're All Going to the World's Fair e Ho visto la TV brillare - I Saw the TV Glow. Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte ha aperto la sezione Un Certain Regard al 79° Festival di Cannes il 13 maggio scorso, ha lasciato la Croisette con la Queer Palm ed è arrivato ieri nelle sale italiane, distribuito da MUBI in circa cento copie e designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani.
L'incontro con la final girl reclusa
Kris (Hannah Einbinder) va a cercare Billy Preston (Gillian Anderson), la final girl reclusa dell'originale, oggi oracolo velato di turbanti e vestaglie seriche in una casa fuori dal tempo, che poi si scoprirà essere l'ex set del primo Camp Miasma, sopravvissuto come le sue baracche sopravvissero al killer. Sono giornate di neve, notti di caramelle gommose e vecchie VHS, in cui le due donne si confessano fantasie speculari: Billy si eccita solo immaginandosi guardata dal mostro, Kris solo immaginandosi final girl braccata. Precipitano insieme in un desiderio che ha la stessa forma della violenza slasher e ne ribalta il senso.
Il primo capitolo post-transizione di Schoenbrun
Camp Miasma è il primo lungometraggio "post-transizione" della regista, e la differenza rispetto a Ho visto la TV brillare si sente subito. Dove il film precedente raccontava la disforia come metafisica televisiva, ossessione per una serie catodica che diventava specchio di un corpo estraneo, qui il corpo torna spazio di godimento invece che di prigione, la carne prende peso, la luce entra nelle stanze. Eric K. Yue firma la fotografia in pellicola 35mm con omaggio esplicito a Brian De Palma di Carrie, alternando piani sequenza a esplosioni sanguinolente da B-movie del 1987, con quel colore yogurt rosa shocking che salta agli occhi come una citazione. La testa di Little Death, cubo metallico assemblato da una vecchia presa d'aria per condizionatori e dal collo schiacciato di una cinepresa vintage, è di per sé una tesi visualizzata: il mostro ha per volto una macchina da presa cieca, e la violenza la infligge lo sguardo del cinema prima del coltello del killer.
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Einbinder e Anderson, chimica in turbanti e cardigan
La chimica tra le due protagoniste regge la struttura affettiva del film. Einbinder, cinefila accademica coperta di abiti castigati, disegna una Kris nevrotica che deve reimparare ad abitare il proprio corpo. Anderson, in turbanti e vestaglie, veste una Billy che è insieme diva Norma Desmond e feticcio-celluloide che torna a respirare. Attorno a loro Jack Haven interpreta il killer Little Death con presenza fisica magnetica, e Jasmin Savoy Brown è Mari, partner poliamorosa di Kris, in un ruolo che tiene aperta la struttura relazionale senza mai contenderle la scena. Alex G firma le musiche originali per la terza volta consecutiva con Schoenbrun, con il brano-manifesto Pain is the Heart of Love scritto dalla regista e cantato da Paul Buchanan dei Blue Nile. Sui titoli di testa scorre una cover di Nightswimming dei R.E.M. eseguita da Okay Kaya, mentre nel montaggio irrompono a intermittenza Sade, M83, Andy Shauf, Sally Shapiro, Donna Lewis, Counting Crows: la musica pop degli anni della formazione della regista si posa sulla violenza a schermo in stridente controcanto, e disarma il cinismo dello spettatore prima che sia lui a difendersi.
Riappropriarsi del mostruoso invece di ripulirlo
Little Death arriva dal lago con la lancia. Questa volta la lancia procura il piacere. Dove lo slasher degli anni Ottanta puniva il sesso adolescente con la morte, Schoenbrun mette in scena la petite mort e lascia entrare l'arma del killer nella scena erotica come strumento di climax condiviso. Schoenbrun abbraccia il B-movie senza scusarsene, e la differenza si vede in ogni fotogramma. La struttura a scatole cinesi, Schoenbrun che fa Kris che fa il reboot di Camp Miasma, funziona come specchio a tre facce, e chiede allo spettatore di riconoscersi in almeno una delle immagini che gli vengono restituite.
Qualche riserva e l'appuntamento in sala
Non tutto convince nella prima parte, appesantita da blocchi espositivi metacinematografici in cui la premessa del film-nel-film chiede pazienza. Nella seconda metà, poi, la pellicola qualche volta si mette a spiegarsi da sé, verbalizzando teoricamente il trauma dove TV Glow preferiva lasciarlo in ombra. Chi cerca lo slasher puro può trovarsi spiazzato; chi aveva amato la disforia astratta del film precedente può sentire la mancanza di sottigliezza. Il film esce in un'estate italiana con poche uscite forti in sala, e le circa cento copie di MUBI segnano una scommessa non piccola. Il resto lo decidono le sale: in Italia da ieri, 19 agosto.


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