Guy Pearce annuncia il sequel di Priscilla. Terence Stamp ha girato Bernadette da vivo per impedire a un algoritmo di rubargli il ruolo dopo di lui.
Il sequel di Stephan Elliott arriva nel 2028. Terence Stamp ha pre-registrato Bernadette in nove telecamere per non lasciare il ruolo a un clone digitale.
[di Alessandro Massimo]
Un attore ottantasettenne che si rimette parrucca e tacchi per impedire a un software di fare lo stesso lavoro al suo posto è la sintesi più efficiente delle guerre culturali del 2025. Terence Stamp lo ha fatto sul serio. Bernadette Bassenger torna al mondo un'ultima volta prima di sparire dentro un sequel che uscirà quando lui non ci sarà più.
Guy Pearce a Good Morning America e le date sul tavolo
Priscilla Queen of the Desert 2, titolo di lavorazione, sarà girato nel 2027 e arriverà al cinema nel 2028. Lo ha annunciato Guy Pearce a Good Morning America, di fronte a un reporter di ABC che gli ha confessato candido, in diretta televisiva, che Priscilla è stato il suo risveglio gay. Trentaquattro anni dopo l'originale, con Stephan Elliott di nuovo alla regia e alla sceneggiatura, tornerà accanto a Felicia Jollygoodfellow anche Hugo Weaving nei panni di Mitzi Del Bra. Terence Stamp invece tornerà in una modalità che il cinema non aveva ancora visto.
Sostituzione facciale, sciopero degli attori, e un vecchio che sceglie il sudore
Per anni l'attore aveva rifiutato l'idea del sequel. Elliott ci ha impiegato decenni a costruirgli intorno uno script che lo convincesse ad alzarsi dalla panchina. Poi è arrivato il COVID, poi le AI wars, cioè lo sciopero SAG-AFTRA e il NO FAKES Act americano, la prospettiva molto concreta che gli attori finiscano trasformati in licenze di somiglianza affittabili in perpetuo. A quel punto Stamp ha capito che il proprio corpo era diventato un problema strategico. Se non avesse pre-registrato Bernadette in prima persona, qualcuno l'avrebbe potuta ricreare da zero. Un clone digitale in tacchi. Ha detto a Elliott una frase che nel gergo dei corridori si dice a bassa voce: nel caso non arrivi alla linea di partenza. E si è messo la parrucca.
Nove telecamere addosso, l'intero copione girato in sequenza, sudore vero, trucco vero, sessioni estenuanti che Stamp, secondo il regista, ha vissuto come il divertimento della vita. In post-produzione un attore stand-in reciterà i movimenti sul set con Pearce e Weaving, e il volto di Stamp verrà applicato sopra tramite CGI face replacement. Stessa famiglia di soluzioni con cui hanno completato Oliver Reed in Gladiator o ricostruito Peter Cushing per Rogue One. La differenza è tutta di intenzione. Loro sono stati recuperati dopo la morte, Stamp ha girato tutto da vivo, e la CGI serve solo ad applicare quella performance a un corpo diverso dopo la sua uscita di scena. È il gesto più fisico che un attore possa fare oggi contro l'ipotesi della propria dissoluzione algoritmica.
Un abito di duecentocinquantaquattro carte di credito
Bisogna capire da dove viene questa parrucca. Nel 1994 Priscilla, la regina del deserto uscì con un budget di un milione e ottocentomila dollari australiani, prodotto da PolyGram Filmed Entertainment e da un manipolo di produttori locali che non si aspettavano niente. Cannes, Un Certain Regard, proiezione di mezzanotte, fenomeno immediato. L'anno dopo, Oscar per i migliori costumi. Lizzy Gardiner ritira il premio indossando un abito cucito con duecentocinquantaquattro carte American Express Gold autentiche e tutte scadute, uno degli oggetti di scena più fotografati nella storia degli Academy. Aneddoto secondario che merita di essere ricordato: l'abito lo aveva pensato per il film, ma American Express aveva detto di no. Poi la Gardiner glielo aveva chiesto per la cerimonia degli Oscar e la compagnia aveva ceduto, fornendole trecento carte tutte a suo nome tutte invalide di un numero, e David Letterman dal palco della cerimonia si era congratulato dicendo che una pubblicità così Amex non se la sarebbe mai potuta permettere. Due BAFTA, una nomination ai Golden Globe per Stamp.
Fece la cosa che nel 1994 sembrava impossibile. Portò il drag nei multiplex generalisti quando ancora era roba da club di Sydney o del Village. Aprì la strada a Kinky Boots, a RuPaul's Drag Race, alla normalizzazione dell'iconografia queer nel pop mainstream. Alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Sydney nel 2000, mentre Kylie Minogue cantava Dancing Queen, quarantasei drag queen sfilarono in parata con i costumi originali del film davanti a un pianeta che guardava. Nel 2006 il musical omonimo debuttò a Sydney e da allora non ha più smesso di girare. La colonna sonora ABBA-centrica ha ridefinito da sola il rapporto tra cinema queer e disco. Screen Australia lo ha certificato come il film locale con l'impatto culturale più significativo del quinquennio 1993-1997.
Il Generale Zod con la parrucca
Stamp, quando accettò, non era chiunque. Era il Billy Budd di Peter Ustinov, il Generale Zod di Superman I e II, un'idea intera di mascolinità inglese anni Sessanta con mandibola scolpita e sguardo di ghiaccio. Nel 1994 si presentò in tacchi, trucco pesante, parrucca cotonata, e collezionò le nomination BAFTA e Golden Globe più fuori ruolo della propria vita. Pearce e Weaving, allora venticinquenni sconosciuti fuori dall'Australia, lanciarono da lì le carriere globali. In Italia il film uscì con lo stesso titolo, era il 1994, era il paese che usciva scosso dal crollo della Prima Repubblica, il matrimonio egualitario stava in altre galassie, e tre drag queen protagoniste di una commedia che riempiva i multiplex era controintuitivo. Priscilla vinse la scommessa dovunque.
Vecchiaia queer, spessore metatestuale, e una rimessa nel deserto
Elliott racconta che il sequel parla di vecchiaia, di cosa significhi invecchiare da persona gay o trans, territorio che il cinema mainstream ha sistematicamente aggirato per trent'anni. Non è quello che la gente si aspetta, avverte. Il momento in cui sul set ha pronunciato l'ultimo "that's a wrap" davanti a Terence Stamp è un istante che, per sua stessa ammissione, lo perseguiterà finché vive. Il primo Priscilla era il film di tre uomini bianchi cisgeneri che interpretavano personaggi queer e trans, e nel 1994 quello era il compromesso possibile per portare quelle vite sullo schermo generalista. Il sequel arriverà in un'epoca in cui quel compromesso è stato rimesso in discussione dalle comunità stesse, e in cui uno dei tre protagonisti reciterà in postuma con volto ricostruito sopra un corpo di stand-in. Uno spessore metatestuale che nessuno sceneggiatore avrebbe potuto pianificare, arrivato attraverso la biografia. Nel frattempo, in una rimessa polverosa nel deserto australiano, la Priscilla del 1994 aspettava pazientemente che qualcuno rimettesse in moto il motore. Non se n'era mai davvero andata. Ha solo aspettato di poter tornare a modo suo.
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