Niu Lai, il cartone cinese che sfida Nolan e Spider-Man

Niu Lai, cartone cinese da 2.400 euro, sfida Nolan e Spider-Man in Cina. Caixin: finita l'era della via di mezzo. Stoccate a Roma.

Un cartone animato brutto fatto con duemila euro ha sfidato al botteghino in Cina l'Odissea di Nolan. La rivista Caixin certifica: il pubblico non tollera più la mediocrità della via di mezzo. E il cinema italiano è avvertito.

[di Massimo Righetti]

Niu Lai, il cartone cinese che sfida Nolan e Spider-Man

Settemilacentosessantanove Yuan.

Era il totale che, al nono giorno di programmazione, aveva incassato Niu Lai: un film di animazione uscito il 5 agosto in 245 sale cinesi. 236 paganti in nove giorni. Il distributore, amico personale del regista, gli aveva consigliato di non farlo uscire.

Ecco.

Poi qualcosa si è rotto.

Un vitellino contro Nolan, con il budget di un divano

Il quattordici agosto, lo stesso giorno in cui Christopher Nolan sbarcava in Cina con Odissea su ventimila schermi e ottocento IMAX, Niu Lai sopravviveva in quattro sale con ventuno proiezioni al giorno. Il quindici agosto le proiezioni giornaliere del vitellino erano trecentocinquantanove. Oggi il film supera i diciassette milioni di yuan, circa due milioni e centomila euro, e nella classifica cinese conversa amabilmente con Spider-Man: Brand New Day e con Odissea: un film costato duemilaquattrocento euro contro uno costato duecentocinquanta milioni di dollari. La matematica di questa storia va scritta con calma perché non si capisce da sola.

Il budget di Niu Lai è più o meno il costo di un divano Poltrone&Sofà, o di un paio di cene per due alla Pergola di Heinz Beck, unico tre stelle Michelin di Roma. Cinque anni di lavoro. Due persone in tutto: Xin Yumeng, ex arredatore d'interni senza alcuna formazione cinematografica, e sua madre Sun Lifang, autodidatta della sceneggiatura, che ha doppiato i personaggi femminili e composto anche la canzone finale. Prima di girare, la loro società di produzione si chiamava Dalian Jingyuan Decoration Engineering e faceva restauri di appartamenti. L'hardware è stato comprato di seconda mano su Xianyu, che è il subito.it cinese, perché quello nuovo costava troppo.

Xin, in un'intervista radiofonica, ha detto una frase che meriterebbe una targa fuori dalle scuole di cinema: "Le persone non vengono al cinema per ispezionare ogni singolo pelo al microscopio. Tra la precisione dei dettagli e la narrazione, ho scelto di far correre la storia". E l'ha fatta correre.

Un vitellino, un'allodola, "non si rimborsa"

Niu Lai significa "arriva il bue". Racconta la storia di un vitellino appena nato e di un'allodola che sognano insieme in un paesaggio onirico astratto, in poligoni bassi come un videogioco di fine anni Novanta. I manifesti nelle sale sono disegnati a penna nera, senza colore, con scritte a mano. Su uno c'è scritto: "Venite avanti se vi piace il bizzarro". Su un altro: "Non si rimborsa".

In Italia una campagna così sarebbe stata bocciata dall'ufficio marketing perché mancava il claim, perché il font non era coerente col brand, perché mancava lo storytelling emozionale e alla fine liquidata per lack of audience engagement potential.

La diagnosi di Caixin, ovvero la fine della via di mezzo

Adesso viene la parte interessante.

La rivista finanziaria Caixin, che non è il fanzine di un cineclub ma la più autorevole voce economica della Cina contemporanea, ha dedicato al vitellino un editoriale. La tesi va letta seduti, e poi va riletta ad alta voce.

"Di fronte a un sistema di produzione stagnante e incapace di autocorreggersi, il successo virale di un film terribile rappresenta la forma di protesta più divertente e punitiva del pubblico. Niu Lai invia un segnale straordinariamente chiaro all'industria: le persone sono più che disposte ad applaudire la vera grandezza cinematografica, e sono altrettanto felici di unirsi a un chiassoso circo attorno a un fallimento spettacolare. Ciò che non riescono più a tollerare è la mediocrità opprimente della via di mezzo".

Alla stampa di regime cinese la cosa non è piaciuta. Il Beijing News, quotidiano del Partito, ha scritto che i cinema rischiano di perdere la fiducia del pubblico se continuano ad abbassare gli standard proiettando Niu Lai. Piccolo dettaglio: gli standard, in questa storia, li ha abbassati proprio chi ha prodotto vent'anni di animazione algoritmica indistinguibile dalla successiva. 

Quale è il paradosso, che è poi la parte più deliziosa della storia? È che Niu Lai non trionfa nonostante sia brutto. Trionfa perché ha scelto. La bruttezza artigianale, l'imperfezione visibile, la mano tremante dell'autodidatta al server di rendering di seconda mano, sono la sua identità radicale, la sua verità inconfutabile. Un oggetto che non chiede scusa. Contrariamente ai raffinatissimi Ne Zha 2 dell'animazione cinese di Stato, e contrariamente allo slop patinato dell'intelligenza artificiale generativa che ormai occupa cataloghi, algoritmi e in certi paesi anche le sale, Niu Lai è un gesto. Brutto ma inequivocabilmente sincero. Il pubblico, che ha imparato a riconoscere le cose finte e a respingerle, ha applaudito.

Ma Caixin, senza saperlo, ha appena scritto l'atto d'accusa di quasi tutto il cinema italiano contemporaneo. Noi ci limitiamo a tradurlo.

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Il cinema italiano, campione mondiale del compromesso

Torniamo a noi. Al cinema italiano che il prossimo settembre farà uscire, come ogni settembre, i suoi trentasette film di mezza stagione: stesse otto facce da tre stagioni, stessa fotografia cupa in una cucina, stessa colonna sonora sparata a palla per nascondere i buchi di sceneggiatura, stessa terapista nel terzo atto, stessa cena finale con riconciliazione. Prodotti con una formula da manuale di scrittura creativa applicata come si applica lo scotch, distribuiti in quattrocento copie il giovedì, ridotti a cinquanta il martedì, dimenticati entro mercoledì, riscoperti su Prime Video quando l'algoritmo ti propone "poiché hai visto un altro film che non ricordi". Tutti perfetti. Tutti perfettamente in mezzo. Tutti con dossier di trentadue pagine al Ministero, tax credit ottenuto, coproduzione Rai Cinema garantita, fondo regionale della Film Commission di turno intascato, contributo Eurimages benedetto, e ottantasettemila euro di incasso finale.

Il vitellino di Dalian, senza sapere dove sia l'Italia, li ha appena umiliati pubblicamente.

E se accadesse a Torre Annunziata?

Facciamo un esperimento mentale. Un ragazzo di Torre Annunziata prende il pc della sorella, gira un film brutto con la madre, lo fa uscire in trentacinque sale di quartiere, diventa virale su TikTok perché è così brutto da essere onesto. Cosa succede il lunedì mattina?

Succede che il sistema italiano va in crisi in due settimane. Succede che tre produttori esecutivi accusano un principio di diabete da stress. Succede che a Venezia gli chiedono se sia disponibile per una una masterclass intitolata "Il vero non ha bisogno di soldi". Succede che gli offrono di dirigere il nuovo film corale sulla generazione dei quarantenni in crisi, con quattro protagonisti già scelti dal casting. Succede che perde l'anima entro Natale.

In scala satirica è già successo, del resto, con Boris. Il film. Da quindici anni recitiamo a memoria la formula, e da quindici anni continuiamo a produrre esattamente quello che quella formula prendeva in giro. Sappiamo di non piacerci brutti. Vogliamo essere medi. Ci hanno insegnato che è più elegante.

Il vitellino di Dalian sta dicendo al pubblico cinese, e forse a tutti gli altri, che l'eleganza del compromesso è finita.

Da qualche parte, in una sede di una produzione o in un ufficio di Cinecittà, qualcuno dovrebbe farsi due domande. Sospettiamo che continuerà, come sempre, a farsene altre.

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