Da Camerini a Nolan, passando per Kubrick e Moravia: l'Italia ha un legame con l'Odissea che nessun altro paese può vantare.
Da Kirk Douglas a Oppenheimer, da Ungaretti in prima serata a Moravia sul set: l'Italia ha un rapporto con Omero che rende il 16 luglio un appuntamento personale.
[di Massimo Righetti]
Nel 1968, un ciclope terrorizzò mezza Italia. Bastarono un paio di mani pelose, un occhio di cartapesta e la regia di Mario Bava. Gli effetti speciali da trecento milioni di dollari potevano aspettare qualche decennio. Lo sceneggiato si chiamava Odissea, andava in onda la domenica sera sulla RAI a volume prudentemente basso perché il nonno si era appisolato dopo cena, e sedici milioni e mezzo di italiani lo guardavano ogni settimana con la stessa devozione oggi riservata alle finali di Champions League. Il vero spettacolo, però, arrivava prima della storia. Prima della furia del mare. Giuseppe Ungaretti, ottant'anni, cranio lucido, voce che pareva uscire da una caverna sottomarina, declamava versi omerici con un'enfasi così solenne che il lunedì mattina, nelle scuole di tutta la penisola, centinaia di ragazzini lo imitavano soffiando esametri inventati tra i banchi. Declamando il mito. Inventando versi per sentirsi dèi.
Sono passati cinquantotto anni. Un respiro lungo mezzo secolo. Il 16 luglio un altro Polifemo arriverà sugli schermi italiani, animatronico, alto quasi venti metri, senza un pixel di computer grafica. Duecentocinquanta milioni di dollari di budget. Christopher Nolan porterà l'Odissea di Omero in IMAX. La domanda che vale la pena farsi, quella che i trade magazine americani non sanno formulare, riguarda il motivo per cui l'Italia sia il paese più preparato al mondo per questo film.
Il cinema italiano e i ciclopi: settant'anni di Odissea
La risposta parte dal 1954, quando Mario Camerini diresse Ulisse con Kirk Douglas nei panni del protagonista e Silvana Mangano sdoppiata tra Penelope e Circe. Prodotto da Dino De Laurentiis e Carlo Ponti, girato tra gli studi romani e le coste del Mediterraneo, il film fu un fenomeno di proporzioni oggi difficili da immaginare: maggiore incasso della stagione italiana, oltre tredici milioni di spettatori paganti, ben saldo nella top ten della classifica dei film italiani più visti di ogni epoca.
Il dettaglio che rende la faccenda più intrecciata: il segmento del Ciclope lo diresse un Mario Bava non accreditato. Lo stesso Bava che quattordici anni dopo avrebbe ricostruito Polifemo per lo sceneggiato RAI di Franco Rossi, affiancato stavolta da Carlo Rambaldi, lo stesso Rambaldi che poi avrebbe dato le mani a E.T. per Steven Spielberg. L'industria visiva italiana ha costruito il mostro di Omero due volte in vent'anni, ogni volta partendo dalla cartapesta, dall'ingegno meccanico, dalla pazienza artigianale di chi sa fare il cinema con le mani. Una tradizione del mostruoso che precede qualsiasi computer grafica e che ha trasformato il poema omerico in esperienza condivisa, prima nelle sale, poi nei salotti davanti alla RAI, infine nelle aule scolastiche dove l'Odissea è diventata rito di passaggio generazionale.
Lo sceneggiato del 1968, tra l'altro, fu la prima produzione RAI girata a colori. In Italia venne trasmesso in bianco e nero, perché le trasmissioni a colori sarebbero arrivate solo nel 1977. Gli italiani guardarono l'Odissea più bella mai prodotta per la televisione su apparecchi incapaci di mostrarne i colori. Guardarono la bellezza ignari delle sue vere tinte. Come naviganti nella nebbia. Una contraddizione perfettamente omerica.
L'Odissea di Nolan e lo specchio di Moravia
C'è un capitolo laterale di questa storia che la rende più densa di qualsiasi genealogia produttiva. Fu quello che accadde dietro le quinte dell'Ulisse di Camerini a ispirare ad Alberto Moravia uno dei suoi romanzi più acuti. Il romanzo si chiama Il disprezzo, uscì nel 1954, e racconta di uno scrittore convocato a Roma per riscrivere la sceneggiatura di un film sull'Odissea. Moravia confidò a Enzo Siciliano che il protagonista era modellato su Vitaliano Brancati, scrittore siciliano che aveva accettato di lavorare alla sceneggiatura del film per comprare una casa alla moglie. Lei lo lasciò il giorno della firma dal notaio. Brancati morì poche settimane dopo, senza nemmeno un credito nella pellicola finita. L'Odissea come tragedia coniugale: Omero avrebbe apprezzato la geometria.
Quando l'Odissea di Nolan arriverà nelle sale italiane, entrerà in un territorio dove il poema omerico porta con sé strati di significato che altrove semplicemente mancano. Una conversazione lunga settant'anni, fatta di celluloide, cartapesta, romanzi e Nouvelle Vague. Nessun ufficio marketing avrebbe potuto inventarla così.
Oppenheimer box office Italia: ventotto milioni di ragioni
Chi deve decidere quanti schermi dedicare al film il 16 luglio ha a disposizione un argomento meno letterario dei romanzi di Moravia. I numeri. Che non mentono mai, nemmeno quando vorresti che lo facessero.
Ventotto milioni e seicentomila euro. Tanto ha incassato Oppenheimer in Italia. Tre milioni e ottocentomila biglietti staccati. Terzo film più visto del 2023 dopo C'è ancora domani e Barbie. Quarto mercato europeo, con la Spagna battuta di quasi dieci milioni. Il primo weekend lungo, dal 23 al 27 agosto, portò quasi nove milioni, miglior esordio dell'anno. La strategia di Universal, che posticipò l'uscita italiana di un mese per evitare lo scontro con Barbie, divenne un caso di studio per la distribuzione internazionale.
Per capire il peso di questi numeri basta affiancarli agli altri Nolan in Italia. Interstellar, quello che nel 2024, riproposto in sala per il decennale, di cui abbiamo raccontato le ragioni qui, ha incassato mezzo milione di euro in due giorni e chiuse la sua prima corsa a 10,8 milioni. Inception si fermò a 10,7. Dunkirk a 8,8. Tenet, azzoppato dalla pandemia, a 6,7. Oppenheimer ha fatto più del doppio di qualsiasi Nolan fuori dalla trilogia di Batman. Nelle tre sale italiane attrezzate per il 70mm, Arcadia Melzo, Lumière di Bologna, Quattro Fontane a Roma, il solo formato in pellicola ha generato 775mila euro. Quando il film giusto arriva nella sala giusta, il pubblico italiano risponde con una generosità che mercati più grandi gli invidiano.
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L'epica al cinema torna a casa: l'Odissea siamo noi
C'è un ultimo filo che lega Nolan a questo paese, ed è il nome di Stanley Kubrick. L'Italia è il luogo dove 2001: Odissea nello spazio si studia con una devozione che sfiora il culto liturgico, le rassegne in pellicola, i saggi critici, le retrospettive nei cinema d'essai che riempiono sale a trent'anni dalla morte del regista. Nolan ha sempre dichiarato che quel film gli ha cambiato la vita, e ne abbiamo scritto nel pezzo dedicato al rapporto tra Kubrick e il mito dell'allunaggio. Il cerchio, ora, si stringe: Nolan passa dall'ossessione per un film intitolato Odissea nello spazio a girarne uno intitolato Odissea, e basta. E lo ha girato in parte qui, sette settimane tra Favignana e le Eolie, nella primavera del 2025, nelle stesse acque che Omero assegnava al dio dei venti. Il primo lungometraggio della storia interamente girato con cineprese IMAX a pellicola ha scelto il Mediterraneo come uno dei suoi centri di gravità visiva. Ma nemmeno questo è il punto.
Incassi, ottiche, mostri animatronici alti venti metri. Sono numeri, dettagli. Sono fatti. Servono a misurare, e vanno bene per quello. Ma il motivo per cui l'Odissea ci riguarda è un altro, ed è più semplice di qualsiasi analisi di mercato. Omero parla di noi. Di noi che navighiamo a vista tra le onde aspre della nostra quotidianità, lottando per tenere in piedi l'autenticità dei nostri progetti, difendendo i nostri spazi di cultura e di cinema indipendente come se fossero isole. I ciclopi di Omero non sono mostri mitologici. Sono le nostre solitudini. Sono i giorni in cui ci sentiamo in esilio nella nostra stessa pelle, naufraghi nel rumore del mondo. L'Odissea non è mai stata un libro di avventure in mari sconosciuti. È l'anatomia spietata e bellissima della fatica di tornare a sé stessi. Di riconoscere la propria casa quando finalmente la si raggiunge.
Nolan arriva in un paese che lo sa da tremila anni. Dove il ritorno, come genere letterario e come ferita, è una specialità nazionale. Tra meno di due settimane milioni di italiani entreranno in una sala buia. Alcuni di loro, quelli sopra i sessanta, ricorderanno un Polifemo di cartapesta visto in bianco e nero su un televisore con le antenne storte, e un vecchio poeta che soffiava esametri incomprensibili nel salotto buono. Gli altri ricorderanno il banco di scuola, l'odore della carta ingiallita, e quella strana vertigine di riconoscersi in un eroe partito tremila anni prima.
Tutti conosceranno già la storia. Il nonno, stavolta, farà fatica ad addormentarsi. Il volume di una sala IMAX, davvero, non lo consentirà.
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