Tribeca 2026: i vincitori e il film fuori gara che parla del futuro del cinema

I vincitori del Tribeca Festival 2026 e il caso Dreams of Violets, il film IA fuori concorso. Reazioni, premiere e analisi su Luci sulla Scena.

La 25ª edizione del Tribeca Festival premia film da tutto il mondo. Ma la storia più importante è quella di Dreams of Violets — fuori concorso, non in gara, e proprio per questo cruciale

[di Alessandro Massimo]

Tribeca Film Festival 25esima edizione

25 anni, due storie parallele

Giovedì il Tribeca Festival ha annunciato i vincitori della sua 25ª edizione. Sono film che arrivano da ogni angolo del mondo, Stati Uniti, Canada, Malta, Camerun, Brasile, Giappone, Haiti, Nigeria, Kenya e che la direttrice del festival Cara Cusumano ha descritto come l'incarnazione dello spirito di Tribeca: "lavori senza paura che attraversano confini, espandono la forma, e rivelano il potere della narrazione di scoprire l'umanità in luoghi inaspettati."

Due giorni prima, mercoledì 10 giugno, lo stesso festival aveva ospitato la prima mondiale di Dreams of Violets, il film di cui avevamo scritto su queste pagine [LINK: Dreams of Violets: il primo film generato dall'IA a Tribeca 2026 e racconta l'Iran]. Dreams of Violets non compare nell'elenco dei vincitori che leggerete qui sotto. Non perché abbia perso, ma perché non era in nessuna delle categorie in competizione. Era un evento speciale, fuori concorso, mostrato senza la necessità di essere valutato con gli stessi criteri di un film "normale". Ed è proprio in questa non-competizione, raccontata più avanti, che si trova una delle storie più interessanti di questa edizione.

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I vincitori: un festival che guarda al mondo

Il palmarès 2026 racconta un festival che continua a guardare fuori dai propri confini. Cotton Fever di Daniel Blake Schwartz vince come Miglior Film Narrativo USA, aggiudicandosi anche il premio per la Miglior Fotografia nella stessa categoria, grazie al lavoro di Tom Acton Fitzgerald. Dal Canada arriva il film più premiato dell'intera edizione: Labrador – Autopsy of Silence di Rodrigue Jean, che si porta a casa il Miglior Film Narrativo Internazionale, la Miglior Fotografia (Mathieu Laverdière) e la Miglior Interpretazione per Christopher Angatookalook, descritto dalla giuria con parole che vale la pena riportare: "Il suo ritratto pieno d'anima della solitudine emotiva ci ha travolto, e immaginiamo che questo premio sia solo il primo di molti a venire."

Sul fronte documentario, Jail Time Records di Dione Roach e Steve Happi, una coproduzione Camerun-Stati Uniti, vince come Miglior Documentario e si aggiudica anche l'Albert Maysles Award per il Miglior Nuovo Regista Documentarista. Un film che arriva da un paese, il Camerun, raramente presente nei grandi festival americani.

Il film più premiato in assoluto della 25ª edizione è però Summer of Three di Carlitos Ruíz-Ruíz, dal Puerto Rico: Miglior Sceneggiatura e Miglior Interpretazione corale per Marcel Ruiz, Paolo Schoene e Kiki Montilla. Tre premi per un film, in una competizione che il direttore artistico ha definito globale per scopo e per sguardo.

Tra le menzioni speciali, Funk dal Brasile ha conquistato la giuria con quello che è stato descritto come "un film che mostra un lato fresco delle favelas sullo schermo, attraverso la musica e la danza", con un riconoscimento speciale persino ai costumi delle due protagoniste, Duda Santos e Mc Nem.

Quello che non si vince

Mercoledì sera, la sala dell'AMC 19 di Manhattan ha accolto la proiezione di Dreams of Violets: 75 minuti, un film sul massacro dei civili iraniani del gennaio 2026, realizzato da Ash Koosha, ingegnere e cineasta esordiente, interamente con strumenti di intelligenza artificiale, dalla sua casa di Londra, con un budget di duemila dollari. Il pubblico ha accolto il film con curiosità mista a rispetto. Alla fine, applausi convinti.

Quello che è successo in sala dice più di qualsiasi comunicato stampa cosa significhi davvero questo film. Quando i titoli di coda hanno iniziato a scorrere, il nome di Ash Koosha è apparso e riapparso, sceneggiatura, regia, voce dei personaggi, montaggio, insieme a quello di suo fratello Pooya per la post-produzione. E poi, nulla. Nessun cast. Nessuna troupe. Nessun consulente. Alcuni spettatori hanno riso, non per scherno, ma per lo straniamento di vedere scorrere titoli di coda che sembravano la parodia di un film indipendente in cui una sola persona ha fatto tutto. Perché in questo caso era letteralmente vero.

Il film non è, né vuole essere, un capolavoro nel senso tradizionale. È, forse, meno un precursore che una fotografia di un momento molto specifico, di quelli che si guardano indietro tra qualche anno con un certo distacco curioso, persino divertito. Koosha è un protagonista improbabile per quello che molti hanno già chiamato l'inizio di una rivoluzione: un ingegnere con la passione per il cinema, finito quasi suo malgrado al centro di una conversazione molto più grande di lui.

Jane Rosenthal, co-fondatrice del festival, aveva anticipato e affrontato le polemiche prima ancora della proiezione. Al cocktail per il 25° anniversario del festival, lunedì sera, aveva detto a Variety: "Penso che le persone debbano leggere la dichiarazione del regista. Lui è iraniano — la sua famiglia, i suoi parenti e amici sono lì, ed è il solo modo in cui, in un periodo di due mesi, potesse raccontare la sua storia, nel suo modo." E poi, rispondendo a chi vedeva nell'uso dell'IA un problema in sé: "Se qualcuno avesse scritto una canzone su questo, non direste nulla. Se qualcuno avesse scritto una poesia su questo, non direste nulla. Se qualcuno avesse voluto danzare su questo, non direste nulla."

Due modi di essere un festival

Messi uno accanto all'altro, il palmarès ufficiale e Dreams of Violets raccontano due storie diverse dello stesso festival e forse dello stesso momento storico.

Da una parte, il Tribeca che premia Labrador, Jail Time Records, Summer of Three: film fatti con troupe, attori, location reali, anni di lavoro collettivo, la fatica artigianale che ha sempre definito il cinema. Film che arrivano da Camerun, Puerto Rico, Canada, e che vincono per quello che il cinema ha sempre saputo fare meglio, mettere insieme persone diverse per raccontare qualcosa di vero.

Dall'altra, Dreams of Violets: un film fatto da due persone, un computer, e duemila dollari. Nessuna troupe. Nessun luogo. Nessuna possibilità, per il regista, di tornare nel paese di cui racconta. Eppure anche questo film esiste per lo stesso motivo per cui esistono gli altri: perché qualcuno aveva una storia da raccontare e ha trovato un modo per raccontarla.

Il festival non li ha messi in competizione tra loro, e forse è stata la scelta più saggia. Sono due risposte diverse alla stessa domanda "cosa serve, oggi, per fare un film?" e nessuna delle due esclude l'altra. Ma il fatto che entrambe le risposte esistano, nello stesso festival, nella stessa settimana, è la fotografia più precisa che si possa avere di dove si trova il cinema in questo momento. Non in un futuro lontano. Adesso.

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