Steven Spielberg: Non farò mai un film per Netflix, io credo nel cinema in sala

Spielberg ribadisce: niente Netflix, solo sala e 70mm. Ma il fronte sala-streaming è più scomodo di come lo racconta lui.

A ITV News il regista rilancia la fede nel 70mm e nella sala piena, proprio mentre Netflix avvisa: con chi vuole il cinema non lavoreremo più.

[di Alex M. Salgado]

Steven Spielberg sul set di Disclosure Day

C'è una battuta che Steven Spielberg ripete più o meno uguale da un decennio, con la costanza liturgica di chi recita un rosario, e questa settimana l'ha sciorinata di nuovo davanti alle telecamere di ITV News: lui non farebbe mai un film per Netflix, a meno di non essere "qualcuno che fa film pensati per essere spediti come cassette o DVD ai singoli individui". Frase che, va detto, ha la sua eleganza assassina, perché in tre secondi liquida l'intero catalogo Netflix come una specie di videoteca a domicilio con qualche zero di budget in più.

Il cuore della tesi spielberghiana è sempre lo stesso e non è banale: l'energia della sala piena, gli estranei che ridono o urlano in coro nel buio, quel patto sociale temporaneo che si crea tra persone che non si conosceranno mai ma per due ore reagiscono insieme alla stessa scena. Cose che, sostiene, in salotto semplicemente non accadono, per quanto buono sia l'impianto Dolby di turno. "Io sono un cineasta che crede nel grande spettacolo, nell'esperienza teatrale in 70mm", ha detto, e per una volta non sembra il solito slogan da bobina pubblicitaria: è una posizione che Spielberg difende da quando, nel 2018, propose che i film Netflix corressero per gli Emmy e non per gli Oscar, perché una settimana di sala giocata solo per l'eleggibilità non è, ai suoi occhi, una vera distribuzione. (clicca qui per leggere la recensione di Disclosure Day)

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Il muro alzato da Netflix: parla Dan Lin

Quello che rende il momento interessante non è la dichiarazione di Spielberg, ma il contesto in cui cade. Appena qualche settimana fa Dan Lin, presidente della divisione film di Netflix, ha dato un'intervista al New York Times in cui ha chiuso la questione con una franchezza quasi brutale: "C'è un gruppo di cineasti che vuole ancora il cinema. Sono cineasti con cui abbiamo accettato di non lavorare più." Punto. L'unica eccezione concessa, il Narnia di Greta Gerwig con un'uscita teatrale ampia, viene presentata da Lin come anomalia statistica, non come svolta di linea editoriale, un favore fatto a un titolo specifico, non una porta aperta.(leggi l'approfondimento: L'Era dello Streaming Incontra la Sala: Il Trionfo di Greta Gerwig e la Rivoluzione di Narnia)

È un cambio di registro netto rispetto al predecessore di Lin, Scott Stuber, che aveva trovato il modo di portare in sala, pur tra mille frizioni interne, Frankenstein di Guillermo del Toro (clicca qui per leggere la recensione del film) o Roma di Alfonso Cuarón. Con Lin la trattativa sembra chiusa prima ancora di iniziare: vuoi la sala, vai altrove. E qui Spielberg, volente o nolente, finisce per essere l'esempio da manuale del regista che Netflix, con le sue stesse parole, ha "accettato di perdere".

Il dettaglio che complica la narrazione: Amblin lavora già con Netflix

E però. C'è un però che vale la pena mettere sul tavolo, perché altrimenti il pezzo si scrive da solo e diventa propaganda anziché giornalismo. Nel giugno 2021 la Amblin Partners, la casa di produzione di Spielberg, ha firmato un accordo pluriennale con Netflix per produrre diversi nuovi film all'anno per la piattaforma. Non si tratta di un rumor isolato: lo ha annunciato Netflix stessa in un comunicato ufficiale, con tanto di citazione di Spielberg che parla di "una nuova strada per raccontare storie insieme" a Ted Sarandos.

Va detto con onestà, perché la trasparenza fattuale qui non è negoziabile: l'accordo riguarda Amblin come casa di produzione, non Spielberg come regista, e a oggi non risulta che lui abbia diretto nulla per Netflix, quindi la sua dichiarazione a ITV resta tecnicamente intatta. Ma il distinguo tra "io non lo farei mai" e "la mia azienda lo fa da cinque anni" è il genere di sottigliezza che a un lettore feroce non scappa, ed è proprio il tipo di nuance che il purismo del 70mm preferisce non raccontare nelle interviste da venti secondi.

Chi vince la partita sala vs streaming

Resta la domanda di fondo, quella che riguarda tutti noi e non solo gli ottantenni con l'Oscar in bacheca: la sala sopravvive per convinzione ideologica di pochi nostalgici illustri, o ha ancora un argomento economico e culturale solido? In Italia il dato sulle presenze nei multisala continua a raccontare un pubblico che torna, ma selettivamente, gli eventi, i franchise, i tappeti rossi del weekend. Il cinema d'autore che Spielberg dice di voler proteggere è esattamente quello che Netflix, con tutti i suoi peccati distributivi, ha finanziato per anni quando nessun major studio voleva rischiarci un dollaro: Scorsese, Baumbach, Coen, Cuarón. La domanda scomoda non è se Netflix sia il nemico della sala. È se la sala, da sola, possa ancora permettersi quei film senza Netflix a pagare il conto.

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