Slow Horses 6: perché Jackson Lamb è ancora lo specchio più spietato della nostra epoca

Scopri l'analisi sociologica di Jackson Lamb. Perché l'antieroe di Slow Horses, interpretato da Gary Oldman, affascina il pubblico globale? Leggi ora.

Il 16 settembre su Apple TV+ torna Gary Oldman nei panni dell'antieroe più ripugnante e magnetico della televisione d'autore.

[di Massimo Righetti]

Jackson Lamb - Gary Oldman

C'è un personaggio nella televisione contemporanea che odora di fumo raffermo, whisky economico e indifferenza strutturale verso il deodorante e che tuttavia, con metodo oscuro e caparbia sistematicità, ha conquistato il pubblico globale. Jackson Lamb, protagonista di Slow Horses alla sesta stagione su Apple TV+, in arrivo il 16 settembre, con un episodio a settimana fino al 21 ottobre, rappresenta l'antitesi di ogni canone eroico: una macchia di grasso senziente, un individuo la cui igiene personale appartiene a un passato remoto e le cui maniere costituiscono un insulto permanente alla civiltà. Eppure quest'antieroe, incarnato magistralmente da Gary Oldman, è ormai assurto a icona culturale, improbabile stella polare per un pubblico globale pervaso di disillusione. Siamo attratti da un individuo che in ascensore non sopporteremmo oltre il secondo piano. Il che, evidentemente, ci dice qualcosa.

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La maschera della mediocrità: Lamb e la stirpe dei geni in incognito

Per decifrare il fenomeno Lamb occorre guardare oltre i calzini bucati e l'alito al whisky, operazione che, ammettiamolo, richiede un certo sforzo atletico dell'immaginazione. La sua trascuratezza è una maschera, un'armatura di mediocrità meticolosamente edificata per indurre gli altri a sottovalutarlo. La sua rozzezza è uno strumento calibrato, un'arte spionistica affinata nei vicoli di una Berlino lacerata dalla Guerra Fredda. In questo senso, Lamb si inscrive in una stirpe illustre di geni in incognito, da Socrate al tenente Colombo, figure la cui apparente inadeguatezza serve a smascherare l'arroganza e l'incompetenza altrui, con la differenza che né SocrateColombo, ragionevolmente, indossavano la stessa camicia per due settimane di seguito. La sua genialità non necessita di abiti firmati: emerge dal caos che egli stesso orchestra, offrendo una catarsi liberatoria a chiunque si senta soffocato da un mondo ossessionato dal personal branding e dalla cosmesi sociale.

Slough House: anatomia del purgatorio aziendale più cinematografico della televisione

Sei stagioni dopo, Slough House, la Casa del Pantano, ha smesso di essere uno sfondo. È diventato un punto di riferimento, il che, considerando che è un purgatorio aziendale progettato per far dimettere le persone per sfinimento, la dice lunga su dove siamo arrivati collettivamente. In questo microcosmo, che fonde l'angoscia kafkiana di The Office con la paranoia claustrofobica de La Talpa, ciò che non decade è la misura in cui Lamb ha colonizzato il nostro modo di leggere le istituzioni. Le "regole di Londra", architettate non per garantire il successo delle operazioni ma per "pararsi il culo", non suonano più come cinismo spionistico. Suonano come una descrizione funzionale di qualsiasi riunione aziendale degli ultimi vent'anni. E quando ricorda ai suoi, con la consueta delicatezza, che "mediocrità e incompetenza sono pericolose. Ti fanno ammazzare", la brutalità non sorprende più. Sorprende, semmai, che nessun altro lo dica.

Sesta stagione: ritorsioni, vendette e la lunga ombra di Diana Taverner

Diana Taverner, la formidabile Kristin Scott Thomas

Nella sesta stagione, le cose peggiorano ulteriormente, come se avessero bisogno di incoraggiamento. Gli Slow Horses si ritrovano in fuga, non da un nemico esterno, ma dall'istituzione stessa che dovrebbe contenerli, mentre Diana Taverner, la formidabile Kristin Scott Thomas, li trascina tutti in un gioco di ritorsioni e vendette dalla posta in gioco fatalmente alta. Nel cast di questa stagione entra anche Lenny Rush, vincitore del BAFTA TV Award, il tipo di ingresso che la serie non annuncia mai per caso.

La spia dell'Occidente che non si arrende

Questo riflesso di una nazione in crisi non attinge forza da dichiarazioni politiche roboanti, ma dalla soddisfazione profondamente viscerale che offre allo spettatore. Se James Bond incarnava la baldanza di un impero al tramonto, giacca perfetta, martini shakerato, colonialismo con stile e Jason Bourne, il disorientamento dell'onnipotenza americana, pistole ovunque, nessuna certezza su chi fosse, Jackson Lamb è la spia della nostra era di aspettative contratte. È lo spettro di un'epoca passata che naviga in un presente di decadenza burocratica.  È la metafora per una Gran Bretagna, e per estensione un Occidente, che si percepisce in declino ma si ostina a non arrendersi. Magari dopo un'altra sigaretta e un commento caustico. Very British, verrebbe da dire.

La competenza che non chiede permesso

Il suo fascino, alla fine, celebra qualcosa di semplice: la sostanza sopra la forma. Non è una tesi rivoluzionaria, ma in un'epoca di leadership confezionata, comunicazione ingegnerizzata e autenticità come strategia di brand, diventa quasi eversiva. Siamo attratti da Lamb perché incarna quello che abbiamo smesso di aspettarci: un cinismo che non è nichilismo, un'indifferenza che copre, malissimo, e di proposito, un codice morale ancora funzionante. Sa distinguere chi merita protezione da chi merita disprezzo. Sa quando una regola va seguita e quando va usata come carta igienica. Ha, in una parola, giudizio, quella merce rara che nessun corso di leadership ha mai saputo certificare.

Sotto i calzini bucati e gli strati accumulati di tabacco e disillusione, c'è ancora una bussola. Non punta sempre esattamente a nord. Ma punta. E in un mondo che ha trasformato la bussola in accessorio decorativo, questo basta, eccome.

Non lo invitereste mai a cena. Ma in un momento di crisi reale, sapete già chi chiamereste.

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