Addio a Dick Parry: il sassofono che portava l'anima sul lato oscuro della luna

Dick Parry, il sassofono dei Pink Floyd, è morto a 83 anni. Un omaggio al suono che apriva crepe nella corazza, da Shine On al maniscalco del Suffolk.

Era la voce umana dentro i Pink Floyd. Quel timbro largo e caldo che attraversava le costole e non chiedeva il permesso.

[di Massimo Righetti]

Otto minuti di musica strumentale, prima che qualcuno canti in Shine On You Crazy Diamond. Otto minuti in cui la chitarra di David Gilmour costruisce lentamente qualcosa che assomiglia a una cattedrale, il sintetizzatore aggiunge le vetrate, e poi, quando il peso di tutto quel silenzio colmo diventa quasi insostenibile, arriva il sax baritono. Un passo lento. Con la gravità di chi porta qualcosa che non finirà mai di pesare. Quel timbro profondo, cavernoso, stabilisce qualcosa che precede la tristezza, il riconoscimento che certe perdite si portano, più che si elaborano. Poi la band spinge e lui passa al tenore. Il cambio si sente nello stomaco prima che nella testa. Uno strappo. Il tenore sale dove il baritono non può arrivare, cerca una luce che forse non c'è, costruisce frasi sempre più acute, sempre più libere, disegnando spirali nell'aria, soffio dopo soffio. E alla fine quelle frasi si dissolvono, svaniscono sopra i sintetizzatori di Richard Wright come il ricordo di una persona che non si riesce più a visualizzare con precisione. Pochi assoli nella storia del rock finiscono così, con una dissolvenza, con una domanda rimasta aperta.

Ventisei minuti dedicati a Syd Barrett, il fondatore perduto, disperso nella follia. 

Quante volte hai sentito quel sassofono senza sapere chi lo suonava?

Dick Parry è morto il 22 maggio 2026, a 83 anni. E adesso lo sai. Ma il punto non è il nome, il punto è quello che ti faceva quel suono. Quello che ti ha fatto tutte le volte che il disco girava e tu non eri ancora pronto a essere attraversato così.

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The Dark Side of the Moon: la febbre e il lamento

In Money, quel sassofono arriva al quinto minuto come arriva il caldo prima di un temporale, qualcosa nell'aria che cambia, una pressione che sale senza che si riesca a indicare il momento esatto in cui è cominciata. Il basso, un sette quarti ipnotico che batte il tempo di una febbre collettiva e Parry sale nota su nota. Ruvido. Urgente. Ogni frase un grado in più di temperatura, finché lo strumento smette di essere uno strumento e diventa un grido trattenuto in gola, impuro, irrimediabilmente umano. Voracità resa acustica, urgenza spietata di chi vuole tutto e non sa come smettere di volere. Poi, nel momento in cui la tensione tocca il soffitto, lui si ferma. Di colpo. Cede il campo alla chitarra di Gilmour e il cambio di tempo è come togliersi dal petto qualcosa che preme alle costole senza sapere cosa sia.

Il disco gira ancora, e in Us and Them quella febbre si spegne di schianto. Il sassofono entra quasi privo d'aria, un sussurro che non vuole disturbare. La canzone parla di guerra, di divisioni, di noi e loro e Parry risponde con una voce che sembra sul punto di cedere, che si affianca a quello che nessuno riesce a dire e lo dice al posto di tutti. Un pianto piano, con una dignità che spacca il petto. Certe perdite diventano parte del respiro. Restano lì, senza chiedere il permesso.

Il maniscalco e il ferro rovente

Negli anni Ottanta, Dick posò i sassofoni. Voltò le spalle ai palchi, alle luci, all'eco oceanica degli stadi. Andò in un villaggio sperduto del Suffolk a fare il maniscalco. Le stesse mani che avevano disegnato le geometrie sonore più imponenti del secolo si misero a stringere tenaglie, a colpire l'incudine, a domare il ferro rovente tra le scintille e il fumo di un'officina di campagna. C'è una simmetria quasi mistica in tutto questo. Il maniscalco e il musicista lavorano sulla stessa vertigine: prendono una materia informe, il metallo, l'aria, e la costringono a diventare un'esperienza. Con il ferro si fa un ferro di cavallo per ancorare l'animale alla terra; con il sassofono si afferra l'anima e la si scaraventa sul lato oscuro della luna. La medesima pressione. Lo stesso calore. La stessa capacità miracolosa di forgiare l'invisibile.

Un biglietto di Natale e il fuoco che non si spegne

Poi, un giorno di Natale del 1993 David Gilmour si ricordò dell'amico di Cambridge, dei pub nebbiosi degli anni Sessanta. Lo chiamò sull'Astoria, quella casa-studio galleggiante sul Tamigi che sembra un vascello di fantasmi. Bastarono tre frasi improvvisate per capire che il fuoco non si era spento. Si era solo temprato. Il talento vero non arrugginisce sotto la cenere dell'officina. Resta lì, intatto, pronto a ritornare davanti a milioni di persone, nel 2005, a soffiare ancora una volta la febbre dell'oro mentre la storia si ricomponeva sul palco.

David Gilmour ha scritto che Dick Parry era "una firma di enorme bellezza". Ed è vero; ma le firme le vedi. Il suono di Parry lo sentivi dentro, nelle ossa, in quella zona imprecisa del petto dove si accumula tutto quello che la musica non dice ma fa.

Adesso che quel sassofono tace per sempre nell'aria immobile di questo maggio, si torna su Shine On You Crazy Diamond. All'ancia che vibra, al graffio antico di saliva e metallo che ricomincia a spingere contro le costole, al suono che cammina lento dentro la cattedrale. Per ricordarci che l'uomo che ci stava portando sul lato oscuro della luna, per un certo periodo della sua vita, forgiava ferro in un villaggio inglese di cui nessuno sa il nome.

Certi suoni non si spiegano. Si portano dentro, per sempre, come il calore di una vecchia officina nella nebbia.

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