Incontro con il regista Francesco Bruni alla cerimonia di chiusura del Festival di Spello 2026: il suo nuovo film, un cast tutto al femminile.
Incontro con il regista e sceneggiatore romano alla cerimonia di chiusura della XV edizione del Festival del Cinema Città di Spello e dei Borghi Umbri.
[di Massimo Righetti]
L'Auditorium San Francesco di Foligno è ancora caldo di applausi quando Francesco Bruni si ferma a parlare. La cerimonia di premiazione della XV edizione del Festival del Cinema Città di Spello e dei Borghi Umbri si sta sciogliendo lentamente, quella fase in cui le luci di sala tornano su e le persone restano, come se andarsene subito significasse perdere qualcosa di non ancora detto. È in questo margine di tempo, tra un premio e il silenzio che segue, che il regista romano trova la voce più autentica: niente comunicati, niente sintesi promozionali. Solo il racconto di un film che lo ha messo in crisi nel modo migliore possibile.
«Mi sono proprio fatto disorientare un po' volutamente», dice. «Sono uscito dalle mie certezze.» In quelle due frasi c'è un programma estetico completo: cercare deliberatamente il territorio sconosciuto, rinunciare alla sicurezza di ciò che già sai fare, per trovare qualcosa che ancora non sai di stare cercando. È un gesto che richiede coraggio, e Bruni lo fa sembrare inevitabile.
Da quindici anni il Festival di Spello raccoglie, tra Foligno e i borghi umbri, le storie di chi costruisce i film lavorando lontano dai riflettori: direttori della fotografia, fonici, montatori, costumisti, il tessuto connettivo del cinema. Bruni, che ha iniziato scrivendo nell'ombra per far brillare le storie degli altri, era l'ospite ideale per chiudere questa edizione.
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Il profilo dell'altra: quando due mondi si sfiorano
"Mi sono avventurato in un territorio sconosciuto. Sia perché non è più Roma, sia perché è un mondo totalmente femminile."
Un set tutto al femminile: uscire dalle proprie certezze
Forse l'aspetto più interessante di questo progetto è la composizione della squadra creativa. La direttrice della fotografia è Clarissa Cappellani, la fonica Maricetta Lombardo, l'aiuto regista Elisa Beccheri. Un set interamente femminile nei ruoli chiave, una scelta che affonda le radici in qualcosa di più sottile della militanza: la necessità artistica di forzarsi fuori dalla zona di comfort. «Mi sono proprio fatto disorientare un po' volutamente», ripete Bruni, e la ripetizione ha il sapore di una convinzione profonda.
Con le due protagoniste il rapporto è stato costruito su una fiducia esplicita, dichiarata fin dalle prime riunioni. «Ci siamo intesi molto bene anche perché abbiamo messo tutto molto in chiaro», racconta. «Ci sono delle scene che potevano metterle in difficoltà, ma le abbiamo concordate fino nei minimi dettagli. Tutte le volte volevo che si sentissero a loro agio.» Le scene di nudità, girate durante il rave nelle terme del Bullicame, sono state precedute da una domanda rituale rivolta alle attrici: «Siamo sicuri, ragazze?» Una formula che tornava ogni volta, vera dichiarazione di rispetto verso chi si mette in scena con tutto il corpo. «Gli ho fatto vedere il girato, il montato, il film finito. Hanno concordato su tutto.»
A completare il quadro affettivo del film c'è la nonna di Cecilia, personaggio descritto come l'unico affetto autentico della giovane influencer. «È sola, ha solo questa nonna che la gestisce e la cura. È il suo unico affetto», spiega Bruni. A interpretarla è Raffaella Leboroni, moglie del regista nella vita reale: un dettaglio che dice qualcosa sulla natura intima di questo progetto, sulla scelta di portare nel lavoro ciò che si ha di più caro.
Da Milano a Parigi, passando per la Tuscia
Le riprese, terminate il 21 novembre 2025 sul Pont Neuf di Parigi, hanno attraversato paesaggi molto diversi tra loro. Milano è il cuore del racconto, scelta inevitabile per una storia ambientata nel mondo dei brand e dei social, ma è una Milano volutamente schiva, poco riconoscibile: qualche scena alla Scala, una in Galleria Vittorio Emanuele, una alla Bicocca. Il resto è sottotraccia, come il vissuto dei personaggi.
Poi c'è Roma, per un breve soggiorno lavorativo delle protagoniste. E infine Parigi, dove si svolge una scena che Bruni definisce «molto importante», girata proprio sul Pont Neuf, quasi un omaggio alla storia del cinema, quel ponte che ha visto sfilare amori e derive di una lunga tradizione francese. A fare da contrappunto c'è un rave girato nei pressi delle terme del Bullicame, nella Tuscia viterbese: un luogo sospeso tra il naturale e il soprannaturale, il vapore che sale dall'acqua sulfurea come metafora di qualcosa che non si riesce del tutto a definire.
Dalla penna alla macchina da presa: il cinema come scuola continua
Su questo film il processo è andato ancora più in profondità. «Ho fatto degli errori di cui mi sono reso conto girando. C'erano degli sviluppi della storia che avevo sottovalutato, dei sottotesti. Quindi ho dovuto correggere in corsa, non sempre riuscendoci.» Lo dice senza autocommiserazione, con l'onestà di chi accetta che ogni film sia anche un'educazione.
Sul presente del cinema italiano, il suo sguardo è positivo e ben fondato. «Il momento mi sembra buono. I dati Cinetel di gennaio-febbraio sono stati molto incoraggianti, c'è una crescita. Hanno incassato molto bene anche Sorrentino, Muccino, Virzì.» E poi, con la franchezza di chi ricorda cos'ha significato la pandemia per le sale: «Sono felice perché ho vissuto sulla mia pelle cosa è significato uscire con un mio film con le sale chiuse. Una esperienza che non vorrei più rivivere».
Quanto al rapporto con le piattaforme, Bruni porta con sé orgoglio e lucidità in uguale misura. «Io preferisco il cinema. Però sono stato molto felice e orgoglioso di quello che ho fatto per la piattaforma. Tutto chiede salvezza era un prodotto molto particolare, non standardizzato, sorprendente. Il cinema è un'altra cosa, e vorrei continuare a fare tutte e due le cose.» I prossimi progetti confermano questa traiettoria: un film per il grande schermo e una serie originale per Netflix. Due mondi che si alimentano a vicenda.
Spello, il festival che racconta chi non si vede
Che Francesco Bruni fosse l'ospite giusto per un festival come quello di Spello non è un caso. La XV edizione della kermesse umbra, dieci giorni dal 6 al 15 marzo 2026, è dedicata, come sempre, alle professioni del dietro le quinte: i direttori della fotografia, i fonici, i costumisti, i montatori. Tutti quelli che fanno il film e raramente finiscono sui titoli di testa delle interviste.
Bruni, che ha iniziato scrivendo per altri e sa cosa significa costruire nell'ombra, porta con sé questa sensibilità in modo naturale. Un festival che premia chi lavora sotto la luce riflessa del racconto cinematografico trova in lui un testimone coerente: qualcuno che, anche da regista, sceglie di disperdersi nel lavoro degli altri prima di raccoglierlo in un'immagine.
L'autunno 2026 porterà Il profilo dell'altra nelle sale. E allora forse capiremo davvero cosa succede quando due persone agli antipodi si specchiano l'una nell'altra, trovando nello sguardo dell'altra qualcosa di sé stesse che prima non riuscivano a vedere. Nel frattempo, vale la pena chiedersi: quanto spesso siamo disposti, noi, a perderci deliberatamente in un territorio sconosciuto?
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