Il giallo di Enrico Vanzina alla Festa del Cinema di Roma: kitsch da tv privata anni Ottanta, trance collettiva e il miglior pulp della Festa.
Alla Festa del Cinema di Roma il giallo di Vanzina scivola nella fiction da tv privata anni Ottanta, poi ipnotizza la sala e diventa il pulp più inatteso del festival.
[di Massimo Righetti]
Ogni festival ha il suo ventesimo minuto, per fortuna non con tutti i film. È il momento in cui emerge la sensazione che quello sullo schermo non sarà il film sperato, e comincio a maledirmi per aver scelto il cinema anziché un bello spritz in compagnia. Con La sera a Roma quel momento arriva in anticipo, già sul cartello d’apertura dedicato ai melodrammi e ai film di genere di una volta, che suona come una dedica e insieme come una confessione preventiva e fa scattare l’allarme. Nei minuti successivi lo smarrimento prende il sopravvento. Cerco conferme negli occhi degli spettatori seduti accanto, ricontrollo il biglietto per essere sicuro di trovarmi nella sala giusta, arrivo a sospettare che qualcuno in cabina di proiezione abbia collegato per errore il proiettore dell’Auditorium Parco della Musica all’antenna di un’emittente di provincia, sintonizzata su una replica notturna. Per un attimo mi sorprendo a cercare il telecomando nella tasca del cappotto.
Enrico Vanzina porta al cinema il suo romanzo del 2018 e lo veste da noir crepuscolare. Ci sono un giornalista sceneggiatore di sinistra, un aspirante attore freddato poche ore dopo un colloquio, un commissario disincantato, principesse annoiate, marchesi senza un soldo e broker con il tono di voce di chi deve far partire le legioni romane. Nelle intenzioni, il film vorrebbe sedersi alla tavola di Scola e Monicelli. A voler essere sbrigativi, basterebbe questo dettaglio per chiudere la recensione e andare a cena. Sullo schermo invece prende forma una fiction del giovedì sera di un canale privato locale, anno 1987, con la pubblicità del mobilificio pronta a interrompere ogni colpo di scena e il numero verde in sovrimpressione per ordinare il fantastico set di coltelli Miracle Blade. Lo spritz, a quel punto, si allontana come un miraggio nel deserto.
Naufraghi in smoking
La fotografia insegue l’ora magica del tramonto romano e trova soprattutto voli di drone degni di una brochure turistica stampata su carta patinata con foto di piatti cinesi e primi piani illuminati con la luce piatta e generosa dei pomeriggi televisivi. Dentro questa cornice Massimo Ghini e Carlo Buccirosso lavorano come due marinai che svuotano la stiva a secchiate, mentre il resto dell’equipaggio contempla l’orizzonte. Nei salotti aristocratici gli sguardi vagano nel vuoto, quasi a cercare un gobbo nascosto oltre la macchina da presa, e le battute scendono come pagine di un fotoromanzo ritrovato in soffitta. A un certo punto una principessa, guardando non so chi fuori dal set, cita un classico di Hollywood, e per un istante si spera con tutto il cuore che scatti l’allarme antincendio e la sala venga evacuata.
L’ipnosi
Poi accade qualcosa di inspiegabile. Superata la mezz’ora, il kitsch si condensa in una lingua compiuta, con la sua grammatica, i suoi accenti, la sua solenne coerenza. La sala smette di guardare l’orologio. Le palpebre smettono di sbattere, i telefoni restano spenti nelle tasche, il senso critico si scioglie come una zolletta nel caffè. Sembra di trovarsi dentro uno di quegli show televisivi di fine anni Ottanta in cui un ipnotista con il pendolo addormentava il pubblico in studio, solo che qui il pendolo è il film intero e oscilla per novantotto minuti senza mai fermarsi. Il giallo procede con la serietà di una soap e lo spettatore, invece di cercare l’uscita, resta inchiodato alla poltrona dentro una trance collettiva, curioso di scoprire fin dove possa spingersi l’impresa. Qualcuno nella fila accanto prova a ridere, ma la risata si spegne a metà, inghiottita da una devozione che nessuno in sala saprebbe spiegare. Si smette di chiedersi chi abbia ucciso il giovane attore e si comincia a chiedersi che cosa stia succedendo a noi. A un certo punto mi scopro a tifare per il colpo di scena successivo con la stessa apprensione con cui si aspettava la puntata di Dallas il giovedì sera. Ogni battuta impostata, ogni sguardo perduto, ogni violino aggiunge un mattone a un monumento involontario. Quando scorrono i titoli di coda, la sensazione somiglia a quella di chi scende da una giostra degli anni Ottanta rimessa in funzione per una sola notte, con le gambe molli e la voglia segreta di rifare il giro.
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Mezzanotte all’Auditorium
In una Festa del Cinema dal passo composto, fatta di titoli prudenti e compitini ben eseguiti, La sera a Roma resta l’unico oggetto capace di regalare un’esperienza estrema. Vanzina inseguiva il film della maturità e si ritrova tra le mani, forse a sua insaputa, un cult da proiezione di mezzanotte, materia di serie B consumata con devozione assoluta. Quel cartello iniziale prometteva un omaggio al cinema di genere di una volta. Promessa mantenuta, alla lettera. Il miglior film pulp della Festa del Cinema di Roma 2026, detto con affetto e con un leggero mal di testa e con lo spritz in attesa al bar.
La sera a Roma, scritto e diretto da Enrico Vanzina, liberamente tratto dal suo omonimo romanzo giallo pubblicato da Mondadori nel 2018. Con Massimo Ghini, Carlo Buccirosso, Martina Stella, Rocío Muñoz Morales, Vittorio Viviani, Florence Nicolas, Elvira Zingone, Ricky Memphis, Luca Ward, Nicoletta Romanoff, Riccardo Terrana. Prodotto da New International con Rai Cinema, in coproduzione con Rosebud. Durata 98 minuti. Presentato in anteprima nella sezione Grand Public della ventunesima Festa del Cinema di Roma. Distribuito da Unicorn in collaborazione con Medusa, uscirà prossimamente nelle sale italiane.

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