I Play Rocky di Peter Farrelly: come Sylvester Stallone scrisse e conquistò Rocky. Dalla Festa di Roma, in sala come Rocky sono io. La recensione.
Anthony Ippolito è il giovane Stallone che scrive Rocky e rifiuta 360.000 dollari pur di interpretarlo. Dopo Toronto e la Festa del Cinema di Roma, in sala dal 31 dicembre come Rocky sono io.
[di Ludovico Cantisani]
Nella storia del cinema ci sono alcuni titoli la cui realizzazione è stata più appassionante della stragrande maggioranza dei film finiti, e negli ultimi anni il cinema e la serialità, soprattutto americani, hanno avviato un ricco filone di prodotti che raccontano il dietro le quinte di set rimasti nella leggenda. Non si tratta necessariamente di capolavori: se David Fincher ha portato su Netflix con Mank la storia di Herman J. Mankiewicz, cosceneggiatore o forse autore principale di Citizen Kane (Quarto potere) di Orson Welles, e la serie The Offer ha raccontato il making of de Il Padrino, James Franco con The Disaster Artist ha costruito una folgorante commedia biografica e metacinematografica attorno a Tommy Wiseau e al suo vituperato The Room, onnipresente nelle classifiche dei peggiori film di sempre.
Un filone anche europeo
A ben vedere la tendenza riguarda anche il cinema europeo: Il mio Godard di Michel Hazanavicius e il più recente Nouvelle Vague di Richard Linklater hanno raccontato l’età d’oro del cinema francese; se Billy Zane in Waltzing with Brando, per la regia di Bill Fishman, ha portato sullo schermo un frammentario e riuscitissimo ritratto di Marlon Brando, Maria di Jessica Palud si è soffermata piuttosto su Maria Schneider, sua coprotagonista nel controverso Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, con il divo americano interpretato da Matt Dillon e la giovane attrice francese incarnata da Anamaria Vartolomei. Last but not least, dopo il più immaginifico Notti magiche di Paolo Virzì, anche il cinema italiano avrà il suo titolo biografico e metacinematografico: è stato infatti da poco annunciato che Paolo Genovese racconterà nel suo prossimo progetto, Scandalo, il triangolo amoroso tra Roberto Rossellini, Anna Magnani e Ingrid Bergman e la relativa “guerra dei vulcani”.
La leggenda di Rocky
In questo ormai ricco filone si inserisce Rocky Sono Io (I Play Rocky), nuovo film di Peter Farrelly, premio Oscar per Green Book, con Anthony Ippolito nel ruolo di Sylvester Stallone a inizio carriera, fino al successo internazionale di Rocky, AnnaSophia Robb nella parte di Sasha Czack, la prima moglie di Sly, e Matt Dillon come Frank Stallone Sr., il padre dell’attore. La genesi del primo Rocky è da decenni avvolta nella leggenda: anni “(super)vissuti” da Stallone in condizioni vicine al clochardaggio; provini deludenti e proposte di ruoli piccoli e stereotipati; una serie di sceneggiature scritte per disperazione, nel tentativo di crearsi un ruolo che andasse al di là del solito cliché dell’italoamericano; la vendita dell’amato cane Butkus per soli 40 dollari, poi ricomprato a caro prezzo, 1.000 dollari, dopo aver venduto la sceneggiatura di Rocky; il braccio di ferro con i produttori, per cui Sly rinunciò a un compenso faraonico per la sceneggiatura pur di essere il protagonista con un cachet irrisorio; il piano di lavorazione strettissimo e adrenalinico. E poi l’inaspettato successo di pubblico e di critica: il film fece incassi record, ottenne dieci nomination all’Oscar vincendo come miglior film, regia e montaggio, e rese presto Stallone una delle più grandi action star di tutti i tempi, generando cinque sequel e un’intera trilogia spin-off dedicata al figlio di Apollo Creed, con Stallone di nuovo nei panni di Rocky nei primi due capitoli.
“Criminale o poliziotto”
Il biopic di Farrelly, nel programma della Festa del Cinema di Roma dopo la world premiere a Toronto, copre le vicende dagli struggles di Stallone come giovane attore frustrato fino alla première del primo Rocky e, sui titoli di coda, alla notte degli Oscar 1977. Il ritratto che emerge di Stallone è quello convenzionale, ma ottimamente interpretato, con grande somiglianza fisica e vocale, dal protagonista Anthony Ippolito, e non mancano momenti di palpabile autenticità in questa storia di ostinazione e successo che rifletteva, nella vita reale del suo protagonista e autore, il character arc di Rocky Balboa. Nonostante la povertà, il giovane Stallone è un avido lettore di poesia (si registra mentre declama a tarda notte “Io canto il corpo elettrico” di Walt Whitman, per la gioia dei condomini), consapevole sin dai primi passi nel mondo del cinema del rischio di sprofondare nel typecasting e nella posizione di eterno caratterista: “Quello che tutti vedono è questo. Criminale o poliziotto. Ma ho un cervello e funziona pure. Dovrei scrivere una sceneggiatura da solo”.
“Dannato Padrino!”
La rappresentazione del mondo delle società di produzione hollywoodiane di metà anni settanta è uno dei punti di forza di I Play Rocky. Siamo ancora in piena New Hollywood, e Sandy Maddox, interpretato da Tracy Letts, personaggio fittizio che somma i tratti di vari dirigenti della United Artists, accetta faticosamente di finanziare Rocky sulla base del copione propostogli dai produttori Irwin Winkler e Robert Chartoff, pur non credendo nei film sulla boxe e ancor meno nella pretesa di Stallone di esserne anche il protagonista, semplicemente perché si mangia ancora le mani per essersi lasciato sfuggire la possibilità di produrre lui Il Padrino al posto della Paramount. “Dannato Padrino!” e “maledetta Paramount” sono interiezioni ricorrenti nel film, che acquistano un curioso e probabilmente involontario richiamo al presente e alla controversa fusione tra Paramount e Warner Bros.
I play Rocky
La lunga trattativa tra Maddox e Stallone per il ruolo da protagonista, con Winkler e Chartoff a fare da intermediari, occupa un intero atto del film. Se Maddox sostiene che scegliere uno sconosciuto come protagonista equivale a “mettersi a giocare alla roulette russa col mitra”, il giovane Stallone ripete come un mantra la frase che dà il titolo al biopic, “I play Rocky”. La giovane moglie Sasha, che nel bel mezzo della contrattazione scopre di essere incinta, decide di stare incondizionatamente dalla sua parte, pur riconoscendo quanto siano allettanti le cifre sempre più alte offerte per cedere i diritti della sceneggiatura rinunciando alla parte: secondo il biopic si arriva fino a 360.000 dollari. Ben più scettico e demoralizzante il padre Frank Stallone, che sostiene banalmente: “Recitare è finzione, i soldi sono reali. Pensi che io volessi fare il barbiere?”.
Un set da Boris
La vera e propria realizzazione di Rocky, tra preproduzione e set, ha momenti che sembrano tratti a piè pari da un episodio di Boris. Innanzitutto la scelta del regista, il mestierante John G. Avildsen, che si presenta al suo sceneggiatore e protagonista con la lapidaria autodescrizione “giro in fretta, non sforo il budget e sono uno stronzo”, sostenendo poi di vedere Rocky come un character study e non come un film sul pugilato. Dopo il forfait di Joe Frazier, che sbaraglia Stallone sul ring di allenamento, per la parte di Apollo Creed entra in scena a sorpresa il compianto Carl Weathers, interpretato da Stephan James: il suo esuberante provino è forse la singola scena più folgorante di I Play Rocky, insieme al momento più drammatico, quando il primo giorno di riprese Stallone sente per caso nei bagni vicino al set i giudizi caustici delle maestranze sul soggetto e sul suo stesso casting. Per restare nel tiratissimo budget inferiore al milione di dollari concesso da Maddox dopo la rinuncia a un protagonista di fama, a Stallone viene imposto un piano di lavorazione estenuante (“è una maratona, devi continuare a spingere”), con l’accordo sottoscritto che verrebbe sostituito come protagonista in caso di sforamento anche di un solo giorno.
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Quanti ciak per essere te stesso
“Quanti ciak ti ci vogliono per essere te stesso?” / “Due non sarebbero male” è lo scambio di battute tra Sasha e il protagonista, sempre più frustrato dalla scarsità dei take a disposizione. A ben vedere il film di Farrelly dà molto risalto al personaggio di Sasha e molto poco a Talia Shire, l’interprete della leggendaria Adriana; significativa invece la scelta di sottolineare l’importanza che ebbe per lo stile registico del film la Steadicam, all’epoca appena inventata da Garrett Brown. Dopo essersi lasciati coinvolgere dall’entusiasmo di Sly e aver addirittura ipotecato la casa per realizzare la costosa scena di Rocky e Adriana sulla pista di pattinaggio, oggi tra le più celebri del film, Winkler e Chartoff scoprono che né Stallone né la Shire sanno pattinare: “Per il prossimo film sottoponiamo tutti alla macchina della verità”, è la stoica promessa che si fanno, dopo aver dovuto anche sottoporre il protagonista a un ciclo intensivo di allenamenti, avendo scoperto che, pur avendo raccontato nel dettaglio l’universo pugilistico e le dinamiche del ring, Stallone non aveva mai praticato la boxe in vita sua.
Quanto è arbitraria la storia del cinema
La première di Rocky si svolge nel cinema di New York dove Sly e Sasha si erano conosciuti, lui alla maschera e lei al botteghino, e c’è un criptico scambio di sguardi anche con il loro vecchio superiore. Ma la fine della storia, con l’incredibile successo di Rocky e il lancio della carriera di Stallone innanzitutto come attore, che gli fa vincere la scommessa su sé stesso implicitamente compiuta rifiutando ogni offerta per mollare la parte, la conosciamo tutti: più appassionante è assistere allo svolgimento della creazione di Rocky, all’”attuazione” del film, e constatare quanto arbitraria sia la storia del cinema. I Play Rocky di Peter Farrelly è esattamente quello che prometteva di essere: un racconto appassionante e trionfale, a tratti magniloquente ma mai troppo retorico, della storia dietro la realizzazione di Rocky e dell’exploit di Sylvester Stallone. Non cambia e non vuole cambiare le regole del genere dei film sui film (andava più in quella direzione Waltzing with Brando, che però abbracciava frammentariamente i decenni chiave della carriera dell’attore a partire da un’intervista di fine anni settanta), ma intrattiene con intelligenza e genuino amore per il cinema, e per Rocky in particolare. Distribuito in Italia da Eagle Pictures, arriverà nelle nostre sale tra i film di Capodanno, il 31 dicembre, con il titolo Rocky sono io.


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