Dalla Festa del Cinema di Roma alle sale dal 5 novembre con MUBI: la recensione di Hope, il ritorno di Na Hong-jin dopo The Wailing.
Dieci anni dopo The Wailing il regista sudcoreano torna con un kolossal alieno dal cast internazionale, che accumula modelli altrui senza trovarne uno proprio.
[di Fabio Massimo Tufarelli]
Presentato nella sezione Best of 2026 della 21ª Festa del Cinema di Roma, Hope segna il ritorno dietro la macchina da presa del regista sudcoreano Na Hong-jin, a dieci anni da The Wailing (2016). Un kolossal fantascientifico dalle ambizioni internazionali, che vanta un cast composto, tra gli altri, da Hwang Jung-min, Hoyeon, Michael Fassbender e Alicia Vikander.
Alle porte della zona demilitarizzata
Ci troviamo a Hope Harbor, un piccolo villaggio di pescatori situato nei pressi della zona demilitarizzata che separa le due Coree. Il ritrovamento di un bue brutalmente dilaniato mette in allarme gli abitanti. Il commissario Bum-seok (Hwang Jung-min), convinto inizialmente di avere a che fare con qualche animale feroce, organizza una battuta di caccia insieme agli uomini del posto. Ben presto, però, quella che sembrava una minaccia circoscritta assume proporzioni ben più inquietanti. Una creatura di origine sconosciuta comincia a seminare morte e devastazione, trascinando l’intera comunità in una lotta disperata per la sopravvivenza.
Un immaginario preso in prestito
Le premesse, almeno inizialmente, sembrerebbero promettenti. Na Hong-jin costruisce un primo segmento in cui il mistero si insinua nella quotidianità di una comunità rurale, giocando sull’attesa e sulla progressiva percezione di un pericolo ancora invisibile. Ma è proprio quando la minaccia prende forma che, ahimè, Hope comincia a mostrare tutti i suoi limiti. L’impressione è quella di assistere a un film che vorrebbe contenere un intero immaginario fantascientifico senza riuscire a elaborarne uno proprio. Da Tremors a Stranger Things, passando per Transformers, con un pizzico di Temple Run, Na Hong-jin saccheggia goffamente decenni di cinema e cultura pop americana, assemblando suggestioni e modelli che finiscono per convivere ma senza una vera personalità. Il risultato è un prodotto derivativo, più interessato a inaugurare un nuovo franchise che a raccontare una storia capace di reggersi sulle proprie gambe.
Personaggi che non reggono il peso
Perché, al netto delle ambizioni produttive, il problema principale di Hope è proprio la sua superficialità. La sceneggiatura procede per accumulo, senza una reale progressione drammatica, affidandosi a una trama talmente esile da sembrare poco più di un pretesto per concatenare sequenze d’azione. I personaggi, appena abbozzati, vengono trascinati da una situazione all’altra senza che le loro vicende acquistino particolare spessore. E a renderli ancora meno credibili è la plot armor: possono essere scaraventati, travolti, coinvolti nelle situazioni più improbabili, ma sembrano godere di un’invulnerabilità concessa loro esclusivamente dalle necessità della sceneggiatura.
Il punto debole degli effetti visivi
Dulcis in fundo: le creature aliene, realizzate attraverso una CGI che appare sorprendentemente anacronistica. Creature esteticamente poco convincenti, talvolta persino involontariamente ridicole, la cui fisicità sembra cambiare a seconda delle esigenze della singola scena. In alcuni momenti si muovono a velocità impressionanti, in altri arrancano inspiegabilmente, quasi dimenticandosi delle proprie capacità. Una discontinuità che finisce per compromettere qualsiasi percezione del pericolo, trasformando progressivamente la minaccia in una presenza più grottesca che terrificante.
Un racconto che non avanza mai
Ma il colpo di grazia arriva dalla durata. Centocinquantasette minuti in cui Na Hong-jin sembra confondere la quantità con l’intensità, moltiplicando sparatorie, inseguimenti ed esplosioni nella convinzione che basti alzare il volume per accrescere la tensione. Dopo appena un’ora, però, Hope ha già esaurito gran parte delle proprie possibilità, condannandosi a ripetere all’infinito la stessa situazione: gli alieni attaccano, gli uomini sparano, qualcuno scappa. E poi di nuovo, senza che nulla cambi davvero. Uno spettacolo che, a forza di voler essere incessante, finisce paradossalmente per diventare immobile. Persino il caos, alla lunga, diventa monotono.
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Quel che funziona, e resta inespresso
Eppure, sarebbe ingeneroso non riconoscere a Na Hong-jin una certa abilità nella messa in scena, soprattutto quando lascia che siano gli spazi, il silenzio e l’attesa a suggerire la presenza della minaccia. Anche la componente grottesca, che affiora qua e là, regala qualche momento riuscito, lasciando intravedere un film diverso, forse più interessante, che avrebbe potuto prendere forma.
Le fondamenta sbagliate di una saga
Hope sembra così vittima della propria ambizione, un film che guarda continuamente al capitolo successivo senza preoccuparsi abbastanza di quello che sta raccontando. E se l’intenzione era quella di gettare le fondamenta di una nuova saga, forse sarebbe stato opportuno cominciare da una storia. Prima ancora che da un universo.
Già presentato in concorso al Festival di Cannes, Hope è scritto e diretto da Na Hong-jin e arriverà nelle sale italiane il 5 novembre, distribuito da MUBI.

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