George Miller al Tropfest 2027: l’IA non ha mai avuto un’infanzia difficile. Eppure in Furiosa gliene ha fatta recitare una.
Il regista di Mad Max difende l’artista dalla macchina al lancio del Tropfest 2027. Peccato che, per dare un volto all’infanzia di Furiosa, avesse chiamato proprio lei.
[di Massimo Righetti]
Un premier, il fondatore di un festival, un attore e il regista di Mad Max si ritrovano a Sydney. Sembra l’attacco di una barzelletta, e infatti la battuta arriva puntuale. Venerdì 9 ottobre è stato presentato il Tropfest 2027, il più grande festival di cortometraggi del mondo. Accanto c’erano il premier del Nuovo Galles del Sud Chris Minns, l’attore Bryan Brown e il padrone di casa John Polson. George Miller, 81 anni, regala alla giornata la frase che tutti si porteranno a casa: "L’IA non ha mai avuto un’infanzia difficile. Non si è mai innamorata. Non ha mai provato il lutto."
Tre colpi secchi, da incidere su una lapide o stampare su una maglietta. Poi Miller aggiunge che la frase gliel’ha detta un amico. Il nome dell’amico resta in tasca.
Così, nel giro di un respiro, la difesa più bella dell’autore umano contro la macchina diventa un testo senza autore. Teniamolo d’occhio, l’amico. Per ora prendiamo per buono che non abiti in un server.
George Miller e l’intelligenza artificiale: questione di simulazione
Prima di ridere, un atto di giustizia. Sull’IA Miller ragiona con una serenità che molti colleghi più giovani si sognano. Il cinema, ricorda, ha circa 125 anni e a ogni svolta ha cambiato pelle. L’intelligenza artificiale per lui resta uno strumento in più, da maneggiare con gli occhi aperti sull’etica. È perfino egualitario, visto che mette i mezzi nelle mani di tutti. Lavora con una neurologia diversa dalla nostra, e l’intuito non sa cosa sia.
Il confine, poi, Miller lo traccia con una parola sola. La macchina, dice, "può solo simulare quell’espressione". Dolore, amore e lutto le restano fuori portata: ne riproduce la forma, e lì si ferma. Per questo, conclude, non prende ciò che è essenziale nell’artista.
Simulare. Mettiamolo da parte, questo verbo. Accanto all’amico.
Furiosa e il machine learning: due su tre al primo ingaggio
Due anni fa, sul set di Furiosa: A Mad Max Saga, il problema era far crescere la protagonista senza scossoni. Lo ha risolto lo studio australiano Rising Sun Pictures. Con il suo sistema REVIZE ha addestrato un modello capace di fondere il volto di Anya Taylor-Joy con quello della piccola Alyla Browne, in circa 150 inquadrature. Il supervisore degli effetti visivi Guido Wolter assicura che serviva ad arricchire il racconto. Arricchito, il racconto lo è stato: di traumi.
Basta scorrere il curriculum della macchina sul set di Miller. Bambina rapita dai predoni, madre uccisa sotto i suoi occhi. Infanzia difficile: simulata. Lutto: simulato. Della lista dell’amico manca solo l’amore, e non per colpa sua. Quando arriva Praetorian Jack, Furiosa ha ormai soltanto la faccia di Anya Taylor-Joy. L’IA è stata congedata un attimo prima del primo batticuore. Due su tre, al primo ingaggio. Certi attori in carne e ossa ci mettono una carriera intera.
Il consenso, il vero nodo etico
Confesso che a questo punto pregustavo il colpo: Miller colto in castagna, la contraddizione servita su un piatto. Poi ho rimesso in fila i fatti e la castagna mi si è sbucciata in mano. In Furiosa due attrici in carne e ossa hanno prestato il volto sapendolo. La stessa Taylor-Joy trovava quella tecnologia spaventosa. Chiedeva che venisse usata con onestà e con il consenso di chi ci mette la faccia. Tutto il discorso si regge lì. Il modello ha cucito, ma le mani che decidevano dove far passare l’ago erano umane. La distinzione di Miller tra strumento e autore esce da Furiosa più solida di prima.
Tropfest 2027 e l’IA generativa: il cavallo fa ricorso
Il padrone di casa merita due righe. Nel 1993 John Polson, attore e regista, si accorda con il proprietario del Tropicana Caffe di Darlinghurst per proiettare un suo cortometraggio. Arrivano troupe, attori e amici, circa duecento persone. Dal nome del caffè nasce il Tropfest, che oggi riempie i prati di Sydney. Difficile immaginare un’origine più umana: un ragazzo che mostra il suo film agli amici. Amici con nome e cognome, per giunta.
Trentadue anni dopo, nel settembre 2025, lo stesso Polson spiega che l’IA non è del tutto esclusa dal festival. La paragona all’automobile arrivata quando tutti andavano a cavallo. A febbraio il Tropfest torna dopo anni di silenzio, con circa 35.000 persone sul prato del Centennial Park. Tra i 16 finalisti spunta SYD CONFIDENTIAL, un noir animato generato per intero dall’IA. Il regolamento lo consente. I registi un po’ meno. Greta Nash, che il festival l’aveva vinto, trova la scelta strana e racconta che molti l’hanno vissuta come uno schiaffo.
Otto mesi dopo, il regolamento 2027 chiude la porta ai film che affidano all’IA generativa gli elementi creativi centrali. La macchina resta ammessa in produzione, purché chi la usa lo dichiari. Come alla dogana. Nella metafora di Polson, insomma, il cavallo ha fatto ricorso e l’ha vinto. Per festeggiare si è portato come ospite d’onore l’uomo che ha passato quasi mezzo secolo a lanciare automobili nel deserto.
Chi è l’amico di George Miller?
Resta lui, l’amico. Rimesso in fila tutto il resto, di lui sappiamo quanto si sa di un algoritmo: niente nome, niente volto, nessuna infanzia documentata, difficile o felice che sia. L’unica prova della sua umanità è una frase. E una frase, a ben guardare, è un’espressione. Proprio la cosa che, a sentire Miller, una macchina sa simulare.
Si faccia vivo, l’amico. Anche solo per toglierci il dubbio. Basterebbe una foto da bambino. Possibilmente con l’aria infelice.
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