Cambiare l’acqua ai fiori di Jean-Pierre Jeunet: Leïla Bekhti è Violette, dal bestseller di Valérie Perrin. Dalla Festa di Roma, la recensione.
Il regista di Amélie porta sullo schermo il bestseller di Valérie Perrin con Leïla Bekhti custode di un cimitero di Borgogna, accanto a Matthias Schoenaerts e Sergio Castellitto. Dalla Festa del Cinema di Roma, in sala dal 5 gennaio.
[di Ludovico Cantisani]
Che dopo il successo internazionale del bestseller di Valérie Perrin arrivasse presto il film di Cambiare l’acqua ai fiori era scontato; che alla regia venisse chiamato Jean-Pierre Jeunet è decisamente più inaspettato e piacevolmente sorprendente. Regista di alcuni titoli di culto del cinema francese degli anni novanta e dei primi anni duemila come Delicatessen e La città perduta, entrambi codiretti con Marc Caro, e dell’instant cult Il favoloso mondo di Amélie, passato anche per Hollywood con la sottovalutata extravaganza fantahorror Alien - La clonazione, nell’ultimo quindicennio Jeunet aveva subito un brusco rallentamento nella sua carriera, con appena due lungometraggi realizzati dal 2013 a oggi, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet e Bigbug.
Jeunet incontra Valérie Perrin
Frutto di una coproduzione italo-francese tra 24 25 Films e Palomar, entrambe società del gruppo Mediawan, presentato nella sezione Grand Public della Festa del Cinema di Roma e nelle sale italiane con Lucky Red dal 5 gennaio, Cambiare l’acqua ai fiori segna un piacevole incontro tra il canovaccio narrativo di Valérie Perrin e gli stilemi e l’immaginario filmico di Jeunet, con non pochi momenti che, per temi e atmosfere, rimandano palpabilmente ad Amélie.
La custode del cimitero
Protagonista assoluta del film è Leïla Bekhti nei panni di Violette Toussaint, custode di un piccolo cimitero della Borgogna che conosce a memoria i nomi di tutti i sepolti e che, dopo la misteriosa scomparsa del marito, forma un curioso microcosmo insieme ai due becchini del posto. Matthias Schoenaerts interpreta il marito Philippe, a cui Violette si lega nel più classico amour fou alla francese, paragonandolo nel voice-over a un cigno, “maestoso sull’acqua ma traballante sulla terraferma”, geloso ed emotivamente instabile. Il commissario di polizia Julien, interpretato da Melvil Poupaud, dopo essere stato aiutato da Violette a trovare la tomba dell’amante segreto della defunta madre, decide di scoprire dove sia fuggito il marito della protagonista, innescando una serie di conseguenze inaspettate. Completa il cast principale Sergio Castellitto nei panni di Sasha, guardiano del cimitero ai tempi in cui Violette si occupava ancora, insieme a Philippe, di azionare a mano la sbarra di un passaggio a livello.
Tre tempi, tre luoghi
Cambiare l’acqua ai fiori si regge su una struttura narrativa peculiare, nell’alternanza tra diversi piani temporali e anche geografici: la Borgogna del presente, la Lorena del passato, la Costa Azzurra delle fughe verso il mare. Il tono è volutamente disomogeneo, e se a tratti si avverte un certo senso di cliché tra dialoghi, voice-over e situazioni narrative, la sequenza centrale del film, con il racconto cronologicamente ribaltato del duplice lutto che colpisce la protagonista e che spiega indirettamente la sua familiarità con i cimiteri, ha alcuni momenti indubbiamente potenti.
Il lutto come spina dorsale
Se nelle sue componenti leggere e ottimistiche, concentrate soprattutto nella prima parte, Cambiare l’acqua ai fiori può suonare un po’ ridondante e datato, le tematiche apparentemente più mortifere dell’attraversamento della perdita e dell’accettazione del lutto, che emergono nel secondo atto, rappresentano la spina dorsale del lungometraggio tanto sul piano narrativo quanto su quello tematico. La terza parte intensifica ulteriormente il dialogo tra i diversi piani temporali, configurandosi come una vera e propria detection story, più che detective story, attorno alla tragedia al cuore del film, con molteplici colpi di scena.
Un felice ritorno
La dimensione un po’ feuilletonistica il film non la perde mai, ma nel complesso Cambiare l’acqua ai fiori è un interessante esperimento in termini di struttura narrativa e di ibridazione di diversi generi cinematografici, e un felice ritorno in cabina di regia per Jeunet.
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