Ben Affleck ha usato l'IA in Animals, il suo film Netflix, ma non dice dove. Smontiamo la metafora del mago e il conflitto di interessi.
A Screentime di Bloomberg Affleck ammette di aver usato l'intelligenza artificiale nel suo film Netflix, ma non dice dove. Colpa del mago e del coniglio.
[di Massimo Righetti]
Ben Affleck ha usato l'intelligenza artificiale in Animals. Molto, dice lui. Dove, non lo dice. Lo ha annunciato sul palco di Screentime, l'evento annuale di Bloomberg, con la serenità di chi confessa un peccato e si tiene stretto il nome del complice. Il film esce il 9 ottobre su Netflix e in qualche sala. Il pubblico ha una settimana scarsa per prepararsi a non sapere.
Ben Affleck e l'IA in Animals: la trasparenza come optional
Il punto della faccenda sta tutto in una domanda semplice. Chi decide cosa lo spettatore ha diritto di sapere su quello che guarda? Affleck ha una risposta pronta, e la tira fuori da un cilindro. Nel suo mestiere, spiega, si coltiva l'illusione della realtà. Svelare l'uso dell'IA sarebbe come un mago che prima dello spettacolo avverte la platea: sotto il cilindro c'è un altro coniglio, e quel tizio in prima fila è un complice. Poi aggiunge che il film è un buon esempio di uso etico dell'IA perché è un film molto umano. Un argomento circolare, pettinato con cura.
InterPositive, Netflix e i 587 milioni
A marzo Netflix ha comprato InterPositive, la società di strumenti IA per il cinema fondata da Affleck. Il prezzo complessivo è di circa 587 milioni di dollari. Affleck è entrato nella piattaforma come consulente senior.
Ricapitolando. Affleck gira per Netflix un film con l'IA, vende a Netflix la sua azienda di IA, entra in Netflix come consulente e poi spiega su un palco perché non dirà dove l'ha usata. Quale IA, nemmeno questo è dato saperlo. InterPositive però lavora in post-produzione, tra colore, effetti e reinquadrature, e la fantasia dello spettatore può lavorare da sola.
Secondo lui il panico a Hollywood sta calando. Quando i registi prendono il controllo degli strumenti, l'IA smette di sembrare un alieno terrificante e diventa un'altra forma di calcolo, l'ennesimo capitolo della lunga storia tecnologica del cinema. Basterà mai scrivere una richiesta a una macchina per ottenere un film che la gente voglia vedere? Giura di no. Su questo possiamo credergli: ha 587 milioni di motivi per conoscere bene i propri attrezzi.
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La metafora del mago e il pubblico che non sa di essere a uno spettacolo di magia
La metafora regge finché non la si guarda da vicino. Chi compra il biglietto per un prestigiatore sa di essere ingannato. Il patto della serata consiste proprio in questo: l'inganno è dichiarato, e goduto. Lo spettatore di Animals non sa nemmeno di dover cercare un trucco.
Stessa logica quando si tratta di difendere Netflix. Nel podcast di Joe Rogan l'amico di sempre Matt Damon aveva raccontato che Netflix chiede una grande scena d'azione nei primi cinque minuti e di ripetere la trama tre o quattro volte nei dialoghi, perché il pubblico guarda col telefono in mano. Affleck era seduto accanto a lui, ospite della stessa puntata. Ora Affleck assicura che la frase è stata estrapolata, che Netflix non darebbe mai una nota così stupida e sfacciata, e che le note idiote degli studios esistono da molto prima della piattaforma. Può darsi. Resta un dettaglio: l'avvocato difensore figura sul libro paga dell'imputato.
Il 9 ottobre il sipario si alzerà. Kerry Washington, Gillian Anderson e Steven Yeun recitano accanto ad Affleck, candidato sindaco di Los Angeles con un figlio rapito da ritrovare. Da qualche parte, tra un'inquadratura e un colore, il coniglio aspetta. Nessuno in sala saprà dove. Il mago, dal canto suo, il cilindro lo ha già venduto.

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